L’indifferente, l’ansioso e il resistente: guida al galateo della mascherina

Si fa presto a dire mascherina sì o mascherina no. C’è chi la mette lasciando fuori il naso. Chi la considera un dispositivo estetico per nascondere il doppiomento. Il partito degli insofferenti ci vede l’ultima bandiera da ammainare prima di riprendersi la libertà. Il partito dei resistenti l’estremo baluardo da difendere per arrestare il contagio. È uno scontro di civiltà fra l’ottimismo e la paura, il menefreghismo e la prudenza. Questione di punti di vista. C’è il tizio alla fermata dell’autobus con la mascherina penzoloni che, quando glielo fai notare, risponde: ma io sto fumando. E alita una nuvoletta che vola ben oltre il metro. Lì è chiaro che parliamo di due mondi impossibilitati a comunicare. Le due fazioni sono destinate a incrociarsi con imbarazzo o ad affrontarsi in cagnesco. Sui mezzi pubblici, o in fila, è facile assistere a scambi piccati o a vere liti. Il terreno di confronto è insidioso, anche perché le regole sono incerte. All’aperto, si può stare senza, ma non per esempio in Lombardia, Trentino, Campania. E comunque, anche per strada, in caso di affollamento, la mascherina va messa. Quando il premier Conte l’ha spiegato in conferenza stampa, suggerendo di tenerla in tasca, era già chiaro che ne sarebbero nate singolari tenzoni.

Spiega lo psichiatra Paolo Crepet: «Nel nostro immaginario, la mascherina è il simbolo del bandito. Fa subito Far west, mani in alto, rapinatori col fazzoletto sul naso. Per antonomasia, non ci fidiamo di chi copre il volto. Ora, però siamo al ribaltamento e ciò contribuisce a creare ansia e esasperare le reazioni». Crepet, che uscirà il 15 settembre con Vulnerabili, libro Mondadori sugli effetti della pandemia, nota: «In mezza giornata, tutto ci è stato proibito e abbiamo avuto reazioni opposte: oggi, c’è chi rimpiange l’isolamento e chi non vede l’ora di tornare alla socialità, a costo di infrangere le regole. In ogni caso, a difesa della propria posizione, emerge dall’inconscio l’aggressività sopita».

 

A tutti noi è già toccato di interrogarci su come indurre qualcuno a indossare correttamente la mascherina, senza ferirne la sensibilità o senza scatenare reazioni inconsulte. L’esperta di galateo Laura Pranzetti Lombardini suggerisce una strategia in tre mosse: «Anzitutto, guardando la persona, ci sistemiamo meglio la nostra, sperando di ispirarlo a imitarci. Se non capisse, possiamo fargli un cenno col dito. Se ancora non coglie, possiamo dirgli apertamente che, per la sua sicurezza, gli conviene sistemare meglio la mascherina. Il concetto è che lo diciamo per il suo bene, prima che per il nostro. Non dobbiamo dare per scontata la malafede, ma la distrazione». Al tipo che risponde «sto fumando», lei suggerisce di controbattere «che ne dice, allora, di spostarsi a tre metri?». Poi, se non lo fa, ci spostiamo noi, tenendo la posizione nella fila. Un altro escamotage, utile sul tram, coi camerieri al ristorante, col commesso che ci sta servendo, è fare i finti tonti: «Uh, faccia attenzione: le è uscito fuori il naso!». E, al di là delle regole da Dpcm, valgono quelle della buona educazione. Al fattorino che consegna un pacco, si apre con mascherina e guanti anche se si è in casa propria. Diversa è la situazione con amici o conoscenti o alla prima riunione di lavoro in presenza. Dice Pranzetti Lombardini: «Si deve dare la sensazione che usiamo la mascherina per rispetto reciproco». Aggiunge Crepet: «Bisogna rispettare anche i più ansiosi. L’amico che si siede dall’altra parte della stanza può sembrare esagerato ma non va deriso». In certi casi, è bene mascherare anche lo sconcerto.