L’imbarazzo di Roma che decide di aspettare. Conte: «Non c’è motivo per ulteriore cautela»

Almeno per il momento l’Italia non segue la strada imboccata da Francia, Germania e Regno Unito che hanno invitato i loro cittadini a rientrare dalla Cina per ridurre i rischi legati al coronavirus. «Ci siamo già attrezzati per fare rientrare i nostri cittadini dalla Cina» dice da Bruxelles il presidente del consiglio Giuseppe Conte, riferendosi però ai 56 italiani che lunedì scorso sono stati fatti rientrare da Wuhan, la città epicentro del virus. «Ci manteniamo flessibili — aggiunge il premier — ma al momento le misure di cautela adottate rimangono assai elevate e non c’è motivo di adottarne di ulteriori». L’Italia è stato il primo Paese, anche se non l’unico, a bloccare i voli da e per la Cina. Suggerire ai nostri connazionali di rientrare in Italia dopo aver fermato gli aerei che collegano i due Paesi sarebbe quanto meno contradditorio

La questione è stata valutata dall’Unità di crisi della Farnesina, che ha la competenza per diffondere un avviso come quello dei tre Paesi europei, dalla Protezione civile e dal governo nel suo complesso. Al momento si è deciso di aspettare, pur monitorando la situazione giorno per giorno. Ma, al di là delle dichiarazioni pubbliche, nel governo c’è un certo imbarazzo. L’Italia è stato il primo Paese, anche se non l’unico, a bloccare i voli da e per la Cina. Suggerire ai nostri connazionali di rientrare in Italia dopo aver fermato gli aerei che collegano i due Paesi sarebbe quanto meno contradditorio. Non solo. Chiedere aiuto per il rimpatrio dei nostri connazionali ad altri Paesi europei, che non hanno bloccato i voli, non è semplice nemmeno per chi è abituato a negoziare ogni giorno. Per questo, oltre all’imbarazzo, negli ambienti della Farnesina c’è anche una certa irritazione nei confronti del ministro della Salute Roberto Speranza che più di tutti gli altri ha spinto per lo stop ai voli, con un’accelerazione non seguita da altri Paesi europei. E che forse è stata dettata più dalla voglia di dare un segnale di attivismo che non da una reale necessità. Soprattutto per questo il governo italiano non ha seguito l’esempio di Francia, Germania e Regno Unito. E difficilmente lo farà fino a quando non verrà rimosso lo stop ai voli. Anche se è vero che, facendo scalo in Paesi con regole meno severe, rientrare in Italia dalla Cina e viceversa non è così difficile.

In realtà un primo ammorbidimento della stretta sui voli c’è già stato. Lo stop ai voli è stato deciso il 30 gennaio. Ma già il 3 febbraio, senza troppa enfasi, dal blocco sono stati tirati fuori i voli cargo. E questo non solo perché l’import di merci dalla Cina, al di là della psicosi, non c’entra nulla con la diffusione del virus. Ma soprattutto perché a risentirne sarebbe il nostro export verso la Cina, che vale 13 miliardi di euro l’anno. Non proprio spiccioli.

I voli bloccati

Siamo stati il primo Paese a bloccare i voli da e per la Cina: difficile ora chiedere di tornare. Al momento il blocco dei voli passeggeri ha una durata di tre mesi. Che possono essere prolungati ma anche accorciati, nel caso in cui non ce ne siano più i motivi. La questione viene monitorata costantemente da Palazzo Chigi, insieme ai ministeri degli Esteri, dell’Economia e della Salute, e alla Protezione civile.

Resta il fatto che l’Italia è uno dei Paesi che ha adottato le misure più rigide per contrastare la diffusione del virus. Ieri sono stati arruolati anche i termoscanner, i dispositivi per misurare la temperatura corporea dei passeggeri in arrivo, cominciando con 440 volontari della Croce rossa negli aeroporti di Fiumicino e Malpensa. Ma progressivamente la misura sarà estesa anche agli altri scali. Se l’invito a rientrare dalla Cina non c’è e per il momento non può esserci, resta la raccomandazione di «evitare tutti i viaggi nella provincia dell’Hubei», quella della città di Wuhan, da dove è partito il contagio. E il generico consiglio di «posticipare i viaggi non necessari in Cina». In attesa di aggiornamenti.