Libia, tutti d’accordo a Berlino: sì alla soluzione politica

Approvata la risoluzione finale della Conferenza: ok all'embargo sulle armi e al monitoraggio

I leader presenti al summit di Berlino
Cinquantacinque punti, altrettanti temi fondamentali dai quali passa la futura stabilità della nazione libica. La Conferenza di Berlino parte con le pressioni di Haftar che blocca i terminal del petrolio e sferra a Serraj il colpo che avrebbe potuto spingere il presidente del governo di accordo nazionale a disertare i lavori in Germania che, comunque, partono per cercare di venire a capo della complessa situazione e, soprattutto, arrivano all’attesa firma della dichiarazione finale. Per la quale, poco dopo, arriva anche la sottoscrizione (senza incontrarsi mai) sia del generale Haftar che del presidente Serraj: via libera alla tregua, alla smobilitazione, al monitoraggio sul posto dell’adempimento di tutti i termini previsti dalla soluzione politica. “Abbiamo messo a punto un piano molto ampio – ha detto nella conferenza finale Angela Merkel -, tutti hanno collaborato in modo molto costruttivo, tutti sono d’accordo sul fatto che vogliamo rispettare l’embargo delle armi con maggiori controlli rispetto al passato”.

La giornata
Nel documento stilato dalle Nazioni Unite come linea guida del vertice e del dopo-vertice, anticipato da Repubblica, si affrontano sei capitoli principali che, come previsto, rispecchiano le condizioni necessarie fin qui elencate dai vari leader interessati al cessate il fuoco in Libia, dalla necessaria tregua prolungata fino all’embargo al mercato delle armi, al dialogo politico, alle riforme economiche e al rispetto dei diritti umani, per poi finire alle tracce utili a dar seguito ai contenuti che (come auspicano le potenze al tavolo) verranno sottoscritti da tutte le parti in causa. Ed è proprio il presidente Serraj a scaldare l’atmosfera prima dell’inizio dei lavori, affermando al Welt am Sonntag che “l’Europa deve fare autocritica. Gli europei sono arrivati troppo tardi”. Fra i motivi di delusione, Serraj pone l’estrema divisione dei Paesi europei sul tema Libia e, in particolare, la posizione della Francia, sbilanciata a suo giudizio verso Haftar: “Ci saremmo aspettati che la Ue si schierasse in modo chiaro contro l’offensiva di Khalifa Haftar, e che aiutasse a risolvere la crisi attuale… L’Europa purtroppo ha avuto finora un ruolo molto modesto. Anche se alcuni Paesi hanno un rapporto speciale con la Libia e sono nostri vicini con molti interessi in comune”. A sottolineare la divisione fra i due leader libici, l’annullamento della conferenza congiunta finale: a tenerla saranno la cancelliera tedesca Angela Merkel e il segretario generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres.

Caos petrolio
Al summit di Berlino Serraj arriva da una posizione incerta, mentre Haftar ha dalla sua una mossa come quella del blocco dei porti petroliferi che, se da un lato rappresenta una prova di forza, dall’altra potrebbe riservare un effetto boomerang, anche per la natura della decisione, interpretata come una sfida aperta anche alle Nazioni Unite. D’altronde, la chiusura dei terminal della Libia orientale costituisce una forte fonte di pressione anche (e soprattutto) per Serraj, considerando che dal petrolio arrivano i maggiori introiti per il popolo libico. Con il blocco di Haftar, invece, di colpo vengono tagliati 700 mila barili giornalieri, con una ricaduta economica di 47 milioni di dollari. Al summit berlinese il compito di sciogliere anche questo nodo, a condizione che tutte le parti (compresi i leader dei parlamenti rivali di Tripoli e Tobruk) siano sedute al tavolo.

Smobilitazione
Nodo fondamentale del vertice sarà l’azzeramento delle interferenze straniere in Libia, viste come un deterrente alla tregua armata e, soprattutto, come un possibile fattore di instabilità, tale da consentire alle milizie terroristiche di riacquistare forza nella regione. Alla smobilitazione delle truppe straniere, dovrebbe far seguito l’operazione di un contingente di garanzia per il rispetto dei termini approvati dalla conferenza di pace. Risultato che, naturalmente, dovrà prima essere raggiunto. A questo proposito, però, il premier italiano Giuseppe Conte si mostra ben disposto, auspicando un cessate il fuoco per poi pensare “al problema di una forza che assicuri le operazioni di pace e monitoraggio, a cui l’Italia è disponibile a dare un contributo”, convinto che “l’opzione militare non potrà mai portare a una soluzione definitiva”.