Libia, il comandante della missione: «Nessun crimine contro i migranti dai guardacoste addestrati da noi»

L’ammiraglio Agostini, comandante di Irini, la missione Ue in Libia: al centro il rispetto dei diritti umani. Ma sulle altre forze lungo quelle coste non posso garantire

«Posso assicurare che i marinai della guardia costiera libica addestrati dalle missioni europee a partire dal 2017 non hanno commesso violazioni dei diritti umani a danni dei migranti. Certo non hanno mai sparato. Larga parte dell’addestramento verte proprio sul rispetto dei diritti umani, contro le violenze di genere e a protezione dei minori. Ma va ricordato che lungo le coste libiche operano tante forze diverse, che spesso sono confuse con la guardia costiera del governo di Tripoli. E di queste forze non possiamo affatto garantire».

L’ammiraglio Fabio Agostini non esita ad affrontare la questione migranti nella lunga intervista che ci concede nel suo ufficio romano di comandante della missione europea Irini, che dal 31 marzo 2020 monitora lo scenario libico con il mandato Onu di sorvegliare e possibilmente impedire l’arrivo illegale di armi. In precedenza, aveva guidato l’ultimo periodo della missione Sophia. Da poche settimane il suo comando è stato rinnovato di due anni.

Irini è accusata di avere regole d’ingaggio troppo deboli, specie di fronte all’invio di armi e mercenari sia da Mosca che da Ankara. Come replica?

«Siamo sostenuti da 24 Paesi europei, che ci forniscono 4 navi (tra cui quella da sbarco italiana San Giorgio), circa mille uomini, tre aerei, quattro elicotteri. Il nostro mandato è dettato dalle risoluzioni Onu sull’embargo dell’export di armi in Libia. Ma dobbiamo anche rispettare il diritto marittimo internazionale. Non possiamo abbordare una nave sospetta se il suo Paese di bandiera ce lo vieta, infrangeremmo la legalità. Ciò detto, abbiamo effettuato migliaia di investigazioni, specie sui mercantili, ne abbiamo abbordati una dozzina, visitato oltre 200 navi, monitoriamo 25 aeroporti e 16 porti. Ad oggi abbiamo bloccato a Tobruk una petroliera illegale, sequestrato e portato in Grecia un cargo di carburanti per aerei diretto in Cirenaica. Un caso esemplare per la sua complessità: il cargo batteva bandiera delle Isole Marshall, apparteneva ad una società di Singapore, era partito dagli Emirati e aveva un comandante norvegese. Ma ci diamo da fare. Per quanto possibile, i nostri droni e aerei controllano anche i confini terrestri».

L’Onu e l’Europa chiedono il ritiro di 20.000 mercenari, specie inviati da Russia e Turchia. Cosa fa Irini se li incontra, può bloccarli militarmente?

«Se lo Stato di bandiera ci blocca entro le prime quattro ore, noi non possiamo salire sulla nave sospetta. Comunque, abbiamo osservato che i mercenari si spostano in aereo. Il numero di 20.000 sembra invariato, sebbene con avvicendamenti continui. Nelle ultime settimane abbiamo notato una piccola riduzione dei traffici sospetti».

Mercenari e milizie destabilizzano. Lei vorrebbe un mandato più forte?

«Tocca a Onu e Bruxelles decidere. Io posso dire che Irini è parte della soluzione del nodo Libia, che vede un insieme di sforzi diplomatici, politici, economici. Abbiamo contribuito a raggiungere il cessate il fuoco e garantire la sua tenuta dall’estate scorsa. Siamo un organismo deterrente che aiuta la pacificazione. Ovvio che se avessi regole d’ingaggio più agguerrite io eseguirei gli ordini».

Che rapporto avete con guardacoste e marina libici?

«Purtroppo Irini non ha più il compito di addestrarli, come invece prima faceva Sophia e continua a fare l’Italia. Non c’è più un rapporto strutturato».

Incontrate le barche dei migranti?

«Le nostre navi operano sino alle 12 miglia delle acque territoriali libiche. Non hanno mai incontrato migranti. È invece avvenuto ai nostri velivoli, che li hanno segnalati alle autorità competenti».

Se vi chiedessero aiuto?

«Porteremmo subito soccorso, come prevedono le leggi del mare e non li condurremmo in Libia, bensì ad un molo europeo. Così è scritto nel nostro mandato».

«Non da parte dei circa 500 addestrati dalla missione Sophia o da quelli addestrati dagli italiani. Occorre evitare confusioni. I guardacoste agli ordini delle autorità di Tripoli sono molto diversi dalle milizie o da altre forze che impropriamente utilizzano quella denominazione, per esempio le milizie della Cirenaica che sequestrano le navi di passaggio per poi farsi pagare i riscatti. Anche le agenzie dell’Onu e la Croce Rossa confermano il salto di qualità degli uomini addestrati in Europa. C’è stato il coinvolgimento di Francia, Grecia, Olanda, Italia e Croazia. Lo scorso novembre mi sono recato a Tripoli e qui i responsabili delle maggiori organizzazioni umanitarie internazionali hanno confermato la qualità dell’addestramento europeo rispetto a prima del 2017».

Quanti sono i guardacoste addestrati dall’Europa?

«Direi circa la metà di tutte le forze libiche in mare».

Ma i migranti riportati a terra finiscono nei «lager» libici?

«Prima di tutto occorre ricordare che i guardacoste governativi salvano persone che stavano per annegare o comunque su imbarcazioni non adeguate, pericolose. Salvarli è un dovere. A terra io non so cosa avvenga. Non rientra nei miei compiti verificarlo. Ma so che i campi dove vengono messi sono monitorati da Onu e Croce Rossa, vi accedono le maggiori organizzazioni umanitarie internazionali».