L’exit all’Uefa

La decisione di dodici squadre di fare la loro exit dall’Uefa per lanciare una Superlega ha provocato qualcosa di mai visto nella storia recente d’Europa: l’unione di tutto lo spettro politico nella difesa dell’establishment calcistico. Da Boris Johnson a Emmanuel Macron, da Nigel Farage alla Commissione europea, da Marine Le Pen a David Sassoli, da Viktor Orbán a Enrico Letta, ieri è stato un coro unanime contro l’avventura solitaria dei dodici. Gli artefici della Brexit? Hanno condannato i secessionisti e chiesto di consultare il resto della comunità. I difensori dell’ortodossia del trattato? Si sono dimenticati delle quattro libertà perché il calcio si fonda sui valori. I sostenitori del capitalismo? Si sono lanciati in  requisitorie contro i pochi ricchi e potenti. Ma una decisione dell’Antitrust dell’Ue del 2017 sul pattinaggio rischia di impedire all’Uefa di mettere in opera la più grave minaccia contro i secessionisti: escludere i giocatori della Superlega da campionati Europei e Mondiali.

E’ stato Boris Johnson il primo leader ad esprimersi dopo l’annuncio nella notte tra domenica e lunedì della decisione di Manchester United, Liverpool, Manchester City, Chelsea, Tottenham, Arsenal,  Real Madrid, Barcelona, Atlético Madrid, Juventus, Inter e Milan di formare la nuova Superlega. Sono piani “molto dannosi per il calcio e sosteniamo l’azione delle autorità calcistiche”, ha detto Johnson, riferendosi alle misure punitive annunciate dall’Uefa contro i secessionisti: “I club coinvolti devono rispondere ai loro tifosi e alla più ampia comunità calcistica prima di compiere ulteriori passi”. Tra i brexiteer, il più colorito e fantasioso è stato Nigel Farage, secondo il quale “l’Unione europea secessionista sostenuta da banche globaliste e dai cosiddetti Big Six deve fallire”.

Dall’altra parte della Manica a guidare la rivolta contro la Super Lega è stata la Francia (la Germania di Angela Merkel è stata più discreta lanciandosi in un’efficace opera di convincimento dei suoi club). Per Emmanuel Macron la Superlega minaccia “il principio della solidarietà e del merito sportivo”. Il presidente francese appoggerà “tutti i passi” della federazione nazionale, dell’Uefa e della Fifa “per proteggere l’integrità delle competizioni federali che siano nazionali o europee”. Nel frattempo, il Rassemblement national di Marine Le Pen ha pubblicato un comunicato per dire “no al calcio della finanza”. In Ungheria Viktor Orbán, che minaccia costantemente veti nell’Ue e se ne infischia delle regole europee sulla democrazia, ha detto di credere “all’unità dello sport a livello europeo” così come “al principio di solidarietà”. Secondo Orbán, “la bellezza e la grandezza del più grande dei giochi al mondo deriva dal fatto che appartiene a tutti e i ricchi non possono appropriarsene”.

Come a ogni crisi, appena scoppiata quella della Superlega (che per interesse supera la Brexit e oscura le truppe russe ammassate in Ucraina o lo stato di salute di Alexei Navalny), lo sguardo di tutti si è rivolto verso Bruxelles. Che fa l’Ue? Secondo il commissario al Modo di vivere europeo (il Way of life), il greco Margaritis Schinas, occorre “difendere un modello di sport europeo basato sui valori, basato sulla diversità e l’inclusione. Non c’è spazio per riservarlo a pochi club ricchi e potenti. Universalità, inclusione e diversità sono elementi chiave dello sport europeo e del nostro stile di vita europeo”. Il presidente del Parlamento europeo, David Sassoli, si è detto “contrario a che il calcio diventi appannaggio di pochi ricchi. Lo sport deve essere per tutti”.

Il problema è che, al di là delle dichiarazioni politiche, le istituzioni dell’Ue operano sulla base del trattato. Ci sono regole sulla concorrenza e sulla libera circolazione delle persone, compresi i calciatori, dove sono vietate le discriminazioni. Nel 1995 la sentenza della Corte di giustizia dell’Ue sul caso Bosman portò alla liberalizzazione dei trasferimenti di giocatori comunitari. Tra le tante decisioni della commissaria Margrethe Vestager ce n’è una che potrebbe impedire all’Uefa di fare male ai secessionisti.

Nel 2017 l’Antitrust dell’Ue ha stabilito che le sanzioni dell’Unione internazionale del pattinaggio contro gli atleti che partecipavano a competizioni non riconosciute erano contrarie al diritto comunitario. “Le federazioni sportive internazionali giocano un ruolo importante – aveva detto Vestager all’epoca – ma le sanzioni severe che l’Unione internazionale del pattinaggio impone ai pattinatori servono a proteggere i propri interessi commerciali e impediscono ad altri di organizzare i propri eventi”. All’epoca la Commissione aveva obbligato l’Unione internazionale del pattinaggio a modificare le regole e accettare la competizione di eventi concorrenti. Ieri un suo portavoce si è limitato a dire che i luoghi migliori per risolvere la disputa sulla Superlega sono “gli arbitrati e i tribunali nazionali”.

Ma, se la dottrina dell’antitrust dell’Ue sul pattinaggio dovesse applicarsi al calcio, la Commissione potrebbe costringere l’Uefa ad accettare la Superlega e impedirle di sanzionare i giocatori escludendoli da Europei e Mondiali.