L’ex sindaco di Los Angeles: “Trump recupera su Biden. Gli ispanici decisivi nella sfida presidenziale”

Antonio Villaraigosa: "Joe è un brav’uomo, ma deve capire che un leader deve unificare. Oggi siamo troppo divisi"

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«Se si votasse oggi, Biden vincerebbe. Però credo che la violenza, fomentare le divisioni razziali, trovare scuse per scontri e saccheggi, possano aiutare Trump. Temo che Joe vinca largamente il voto popolare ma perda nel collegio elettorale. E che Trump, se sconfitto, non accetti il risultato delle urne».

Antonio Villaraigosa non è un democratico qualsiasi. Per otto anni sindaco di Los Angeles, primo “latino” nella storia («sono nipote di immigrati messicani, cresciuto tra le gang di strada, ho lasciato la scuola, poi, grazie a un insegnante ebreo, l’ho ripresa e mi sono laureato») conosce a fondo Joe Biden. Conosce anche meglio le dinamiche della politica americana, l’umore dell’elettorato ispanico e ha una ricetta per vincere le elezioni, come racconta in questa intervista esclusiva a Repubblica: essere “radicali di centro”.

Cosa prevede nell’Election Night?
«Che ai primi risultati si parli di “Red Wave”, di ondata repubblicana. Che nelle ore o nei giorni successivi i voti reali e quelli per posta diano la vittoria ai democratici e che il presidente gridi ai brogli. Con conseguenze impossibili da prevedere».

I sondaggi sono attendibili?
«Con cautela. Dalla Convention repubblicana il nostro vantaggio è iniziato a diminuire. Il dato nazionale conta poco, contano quei sei-sette Stati in bilico che decideranno il risultato finale. Se perdiamo qui abbiamo perso, anche se Biden avesse 4 milioni di voti in più. I repubblicani stanno mettendo in discussione ogni voto, a iniziare da quelli per posta, faranno ogni cosa per “rubare” le elezioni. Ma quello che mi preoccupa di più è il clima di violenza».

Che cosa si aspetta dall’elettorato “latino”?
«Oggi Biden ha circa il 58/60 per cento di quei voti. Non basta, dovrebbe arrivare almeno al 65 per cento. Si dà troppo per scontato che la nostra comunità sia progressista. Non è così: i cubani della Florida sono socialmente conservatori, i latinos seguono le indicazioni della chiesa evangeliche, più di quella cattolica. L’aborto è un tema delicato»

Trump recupera, che cosa deve fare Biden?
«Molto di più che presentarsi come un “brav’uomo”. Lo conosco bene, è un grande essere umano. Lo dice la sua storia personale, le sue battaglie, i drammi familiari che ha superato. Deve far capire tre cose. Primo: che con lui i benefici economici saranno per tutti gli americani, non solo per i ricchi. Secondo: che un leader è come un pastore: deve tenere il gregge insieme, non escludere una parte, non emarginare le pecore nere. Deve unificare, perché oggi siamo troppo divisi. Terzo: deve fare quella che io chiamo una politica da “radicale di centro”.

Un esempio?
«Prendiamo l’assicurazione sanitaria. È facile dire “per tutti e subito”. Negli Usa oggi non è possibile, non c’è l’appoggio sufficiente, allora ripartiamo da quanto fatto da Obama. Stessa cosa per l’ambiente: benissimo il New Green Deal, ma facciamolo per bene, investendo in nuovi posti di lavoro per chi li perde nell’industria».

Come è cambiata l’America con l’uccisione di George Floyd?
«Le dico prima una cosa. Non sono un intellettuale, ma sono laureato in storia. Viviamo in un grande Paese, ho sempre apprezzato i Padri Fondatori e la loro radicale intuizione, ripresa dalla Rivoluzione Francese, che tutti gli uomini sono uguali. Radicale per quei tempi, ma conservatrice, perché riguardava solo i bianchi e solo gli uomini: niente donne, niente neri, niente nativi. Radicale come idea, in concreto molto ristretta. Da allora l’America ha cercato di far diventare realtà quelle parole. Il movimento anti-schiavista, le suffragette, le marce per i diritti civili, hanno reso l’America un posto migliore. Quelle parole non saranno però mai vere se non faremo i conti con la questione razziale. Ora, grazie al movimento Black Lives Matter, viviamo in un’America migliore. Moltissimi bianchi sono coinvolti e lo sostengono. In prima fila i giovani, che sono meno razzisti, meno sessisti e meno omofobi. Benissimo le proteste, male violenze e saccheggi».

Tagliare i fondi alla polizia è un errore?
«Noi siamo i nuovi irlandesi. Oggi quasi metà dei poliziotti di Los Angeles sono latinos. Occorre riformare la polizia, far rispettare i diritti umani, integrarla nella comunità. Io l’ho fatto e ha funzionato. Politici, preti e poliziotti devono essere responsabili: se sbagliano, pagano. Dobbiamo addestrarli di più, frenare la militarizzazione. Tagliare i fondi no, sarebbe un gravissimo errore. Lo vediamo a Portland o a Seattle, città fuori controllo».

La “sorpresa di ottobre” può essere il vaccino?“
«Il presidente è il politico al mondo, insieme a Bolsonaro, ad aver gestito peggio la pandemia, con risultati che abbiamo sotto gli occhi: quasi 200mila morti. Anche con il vaccino sarebbe facile farlo capire agli elettori».

Se Kamala Harris sarà vice-presidente lei diventerà senatore al suo posto?
«Lo decide il governatore della California. Sarò onesto, se mi scegliesse sarei onorato e contento».

A quando un presidente latino?
«È solo questione di anni».