LETTURE/ Il Purgatorio di Dante: la certezza del cammino batte ogni fragilità

Com’è stato per Dante nel Purgatorio, la coscienza del proprio io, quando è solida, va rischiata nelle cose. Solo così produce opere buone e certe

Che noi l’abbiamo recitato o no, è comunque probabile che almeno abbiamo sentito ricordare che la Chiesa cattolica il 31 dicembre di ogni anno invita a cantare il Te Deum, tradizionalmente considerato l’inno di lode e ringraziamento a Dio per l’anno trascorso. È altrettanto probabile che in tanti ci si sia chiesti di cosa ringraziare, visto che negli ultimi giorni dell’anno si sono sprecate invettive contro l’anno orribile ormai alla fine e auguri grondanti speranza che l’anno in arrivo non sia come quello trascorso.

 

Anche nel Purgatorio di Dante ad un certo punto si sente il canto del Te Deum. Ricordiamo che delle tre cantiche il Purgatorio è quella più vicina alla condizione umana, non fosse altro perché è l’unica che racconta di situazioni non eterne ma destinate a finire, ambientate in un luogo anch’esso non eterno. Insomma potremmo dire che qui Dante “gioca in casa”, quelli che incontra sono sì spiriti, ma spiriti colti in una condizione molto vicina a quella umana. Come gli uomini, anch’essi camminano, dominati da una certezza che per i viventi spesso è solo tensione e ardente desiderio. La tensione ad avere uno scopo e il desiderio di  guadagnare se stessi, la propria libertà e la propria consistenza.

All’inizio della “sua” salita alla montagna del Purgatorio Dante sente intonare il Te Deum. È come se lui stesso lo intonasse. Per che cosa, proprio in questo momento, Dante ringrazia e rende lode? Ha appena chiesto perdono dei suoi peccati e ha attraversato la porta del Purgatorio, cioè lui, come le anime, ha intrapreso il cammino. Proprio questi due fattori, la coscienza della propria fragilità e la certezza del percorso da fare, mi sembrano essere la ragione della lode e della gratitudine. Dante ringrazia nel momento in cui è più acuta la consapevolezza di sé, della propria natura drammaticamente in tensione tra limite e destino!

“Ciò che sono è il mio tutto. Io sono ciò che sono, o non sono nulla. Se non uso me stesso, non ho nessun altro io da usare”. Così con lapidaria efficacia scriveva il cardinale Newman nella sua Grammatica dell’assenso. Che Dante abbia fatto abbondantemente uso di se stesso, è fuori di dubbio. Basti pensare alla travolgente genialità, all’energia innovativa e all’indomita tenacia che hanno tessuto tutto della sua vita, dalla politica  agli affetti, dalla poesia  alle arti. Qualche domanda invece possiamo farcela su di noi, sulla consapevolezza che noi abbiamo del nostro io e su quanto lo usiamo, per citare il linguaggio di Newman.

Alla fine del 2020, se abbiamo ringraziato e reso lode, lo abbiamo fatto per un barlume almeno di questa consapevolezza, abbiamo ringraziato di esserci. Di esserci, in mezzo a limiti interiori ed esteriori, con tanti interrogativi e poche certezze, mentre attraversiamo dolori e contraddizioni.

Ma oggi questo barlume di consapevolezza urge appunto di essere messo in uso, di essere rischiato. Rischiare la coscienza di sé non è un generico muovere le mani, fare qualcosa, ripartire insieme, come oggi si usa dire. Bisogna mettere sé in campo, la propria esperienza e la visione che ne consegue. Quando un padre rischia se stesso nel tirare su i figli, si muove, si dà da fare, ma ha un’idea di cosa sia il bene per sé e per i figli. E con intelligenza, pazienza, creatività, capacità di ascolto, disponibilità al sacrificio, rischia questa esperienza di bene. E quanto più questo padre avrà fatto esperienza per sé di cosa sia bene, tanto più avrà un’idea per educare un figlio.

Grazie a Dio queste esperienze ci sono e costruiscono. E le abbiamo viste all’opera anche in questo difficile anno. Sono le tante storie di aiuto ai poveri, ai malati, la dedizione di maestre e operatori sanitari, l’intelligenza e il cuore di tanti imprenditori che stringendo i denti non chiudono e lo fanno non solo per sé. Queste esperienze di bene mettono insieme gli uomini e li spingono a costruire. Queste sono le esperienze che generano un popolo. Libere aggregazioni, opere, corpi intermedi. Di questo c’è bisogno perché la vita sociale non si spenga e veramente si riparta.

Possiamo solo augurarci che anche la politica, oggi spesso troppo occupata nella conservazione o nella conquista del potere, si accorga che esistono realtà di uomini all’opera, grati di esserci e desiderosi di servire progetti e visioni di bene per tutti. È recentemente scomparso un amico, che aveva speso la vita per l’associazionismo di imprenditori e artigiani, che mi piace citare: “ci hanno preso gusto a bypassare i corpi intermedi. Chi ha posizioni di vertice pensa sia meglio avere un dialogo diretto con i cittadini. Credo che ciò sia un grande impoverimento. Non mi piace questa presunzione”. Eravamo diventati amici perché lui, laico, amava la libertà, le cose belle, perfino le scuole libere dove aveva mandato sua figlia.