Letizia Moratti, Nostra Signora di Milano

La Lombardia si affida alla sua esperienza e alla sua storia. E’ stata ministro e pure sindaco. Con una dinastia alle spalle. La storia della dinastia è un film nella Milano del boom economico. Non solo petrolio, non solo calcio, non solo Inter, non solo SanPa. Angelo, il capostipite, ebbe 21 figli

Letizia Moratti

C’è Letizia nell’aria. In questo strambo gennaio, a quasi un anno dal primo lockdown, Milano è rappresa, paralizzata, mascherinata: ormai non ci crede più tra zona rossa e gialla e gialla rinforzata.  Altro che Milano never stops; chi può scappa: in Svizzera – che a Milano si chiama Engadina – oppure a Roma.

Gli sfortunati rimasti invece provano scoramento, e in questo scoramento esce fuori lei, Letizia Moratti. Capelli nuovi, e quando una donna cambia taglio di capelli, eccetera. Bionda, pare ringiovanita. Abbandonata la cofana, Letizia Moratti è un’apparizione. E’ un effetto nostalgia. E’ un meme. Subito l’Instagram risputa le foto di lei mentre balla un tango col Celeste. E poi naturalmente la vedi in “SanPa”, di cui tutti parlano. La vita che insegue le serie televisive. E’ una serie lei stessa, è “2011”: la Milano fuligginosa prima delle design week, delle biblioteche degli alberi e del riscaldamento globale che ha portato il sole.

Una celeste nostalgia: Letizia Moratti assessore alla Sanità. Letizia Moratti vicepresidente di Regione Lombardia (a Milano si dice così, “regionelombardia”, senza articolo, come “settimana prossima”). Mentre a Roma va in scena la crisi di governo, lenta e defatigante, a Milano in un millisecondo ecco un rimpasto anche più decisivo. Arriva lei, pare voluta da Berlusconi, secondo cui  “dimostrerà la stessa autorevolezza, determinazione ed efficienza di cui ha dato tante volte prova, come ministro del mio Governo, come presidente della Rai, come sindaco che ha portato l’Expo a Milano. Ho voluto personalmente Moratti in questo ruolo per rafforzare l’efficienza e l’autorevolezza della regione simbolo del buon governo del centrodestra”, ha detto il Cav. Dicono che ci sia stato uno scambio, Forza Italia si prenderà “regionelombardia” (con la Moratti presidente al prossimo giro) e in cambio il Cav. ha tolto il veto sul candidato di Salvini al comune (certo, chissà se un leghista sarà in grado di espugnare Sala, il quale pare comunque condannato a vincere).

I rapporti di Moratti con Berlusconi son sempre stati dialettici, e lei ha sempre rivendicato un’indipendenza. Anche i simboli non aiutano. Con tempismo perfetto, l’avevano finalmente convinta a tesserarsi, il fatale 13 dicembre del 2009, sul grandioso palco  del Pdl. Ore 18.12: il Cav.  prende la tessera numero 1. La Moratti, sindaco, la numero 2. Ore 18:20, la celebre statuetta col Duomo di Milano arriva in faccia al povero tesserante. 

Fine del flashback. Oggi lei, la Moratti, naturalmente smentisce, dice che non ci pensava proprio ad avere nuovamente un ruolo pubblico. C’è chi sostiene la teoria dell’agenda Netflix, e cioè che l’idea di richiamarla per sostituire l’implausibile Giulio Gallera sia venuta a qualcuno guardando “SanPa” (la serie): ma la Moratti? Che fa? E’ viva? Si sarebbero chiesti. E l’avrebbero poi chiamata. Di nuovo, la vita che imita le serie. Altri sostengono invece che lei attivamente cercasse una nuova collocazione, perché non sa stare senza: ultima, presidente della banca lombarda Ubi, rilevata con virulenza da Intesa. E dunque Moratti fu.

Assessore alla Sanità lombarda vuol dire essere a capo di un feudo bestiale. La filiera “life science” lombarda (a Milano si dice life science) vale 50 miliardi di euro, 12,8 per cento del pil regionale, 32 per cento del settore nazionale, con tutti i Santi, San Donato che vale quanto la Microsoft, Sant’Agostino, San Raffaele, che sono ormai il pantheon lombardo. Nella fabbrica dei santi della Sanità lombarda Gallera si è stancato ed è arrivata lei, una specie di anti-Arcuri: salta fuori nei momenti bui, risolve problemi, poi generalmente altri si prendono i meriti. Chi glielo fa fare, non si sa. 

Forse è masochismo lombardo. Forse è l’orgoglio tribale ferito della Milano che trainava e s’è presa la mazzata. Lei è stata l’ultimo sindaco della Milano urfida dove nessuno sano di mente voleva stare, quella degli anni Dieci, e ha messo su il format su cui invece poi la Milano degli anni Quindici è rinata. Quella “Bella da vivere”, che era il suo slogan. E lo è diventata, ma senza di lei. Proprio grazie anche all’Expo: è lei che riesce a portare a Milano il caravanserraglio identitario a cui nessuno credeva. Grazie alla colossale influenza e al dispiego economico e di soft power dell’impero Moratti. “Dovrebbero ringraziarli, anche solo per l’uso dell’aereo privato di casa, con cui sono andati a convincere delegazioni in giro per il mondo”; mi dice una dama milanese. “Invece non la ringrazia nessuno. Neanche Sala”.

Già, Sala, il sindaco della bella stagione, il sindaco che andava nelle scuole coi trapper di rito ambrosiano quando il principale problema cittadino e mondiale erano le borracce di alluminio. Nemmeno lui la ringraziò quando andò a inaugurare l’Expo. E pensare che fu lei a chiamarlo, a direttore generale del comune, nel 2009, quando lui era un abbastanza oscuro manager Telecom (si dice che lui fosse in barca a vela, e, raggiunto sul satellitare, disse “arrivo tra sette-otto giorni, dipende dal vento”).

Adesso però Sala pare scomparso, da quando la situazione si è fatta grama e Milano da capitale del nuovo boom è diventata epicentro dell’epidemia. “Ciao! Io mi chiamo Beppe Sala e mentre scrivo queste righe sono il sindaco della città di Milano. Ultimamente mi è successa una cosa parecchio strana e bella, e vorrei raccontartela. Devi sapere che in comune a Milano, sulla mia scrivania, c’è una specie di macchina del tempo, anche se all’apparenza è una semplice scatola”. Così comincia il suo libro per ragazzi “Lettere dalle città del futuro”, in uscita per De Agostini: ma dalla macchina del tempo di Milano adesso salta fuori la Moratti, in una specie di giorno della marmotta milanese.

Celeste nostalgia: rivalutazione di questi sindaci di centrodestra che alla fine hanno fatto grande la grande Milano “da vivere” (come il povero Formentini, vichingo malgré soi, mancato qualche settimana fa). Ora che Milano è tornata sorda e grigia non ricicla più le borracce ma ricicla lei, “la Moratti”. Che della brutta stagione non ha paura, anzi ci sguazza. “Mestizia” secondo D’Agostino, certo non solare. Grigia, come piazza Duomo prima dei banani. Lei è infatti incolore, si mimetizza, a parte i nuovi capelli. Ha tre espressioni (felice, imbronciata, media). Molto difficili da distinguere, abilmente mischiate nel dibattito leggendario del 2006 a Sky quando, con una mossa abbastanza subdola, in chiusura di trasmissione, attaccò il suo sfidante Giuliano Pisapia tirando fuori una vecchia storia di un furto d’auto improbabile compiuto dal Pisapia ragazzo. Lei goffamente spara questa bomba e poi rimane un po’ impietrita e pretende di stringergli la mano. Lui rifiuta. Lei rimane con la mano a mezz’asta. Questa scenetta rappresenta bene, dicono, cos’è la Moratti: una manager, una donna di relazioni, più a suo agio con l’organizzazione che con la politica.

Paola Cortellesi ne faceva un’imitazione notevole da ministro dell’Istruzione (sullo sfondo di damaschi, rigidissima, “voglio dimostrare che so parlare ai giovani, dirò una brutta parola”, pausa, “scuola pubblica”). Ma non è sempre così. Un momento in cui la si ricorda felice e disinvolta è quando danza con Formigoni, un ballo riconciliatorio, un ballo che nasce protocollare ma che poi diventa scatenato; tipo lady Diana con Carlo in Australia (ma qui siamo in “The Crown”). Lei da giovane come Diana voleva fare la ballerina (ma poi era troppo alta e il padre severissimo non approvava).

Il Gian Marco è stato il grande amore. Lei lo sposa a diciannove anni. Interrogata da Cristina Parodi: “Io l’ho capito subito che era l’uomo della mia vita. Lui l’ha capito dopo un po’”. “Siamo tutti e due sagittario”. Unitissimi, erano, i due sagittario, pianeti che sguazzano nella libertà ma che si allineavano, raccontano, nella “loro ora”. C’era infatti un’ora quotidiana che le rispettive segreterie tenevano sgombra nelle formidabili agende della coppia; nella loro ora, loro e di nessun altro, i due pii coniugi si confidavano gioie e dolori di giornata.  Lei a un certo punto (come Formigoni) fa un voto di castità, poi sciolto. Altre penitenze: vacanze in barca però all’Elba, oppure in roulotte tutti i weekend a San Patrignano (usanza che poi traumatizzerà i figli, e come biasimarli. Nei feriali in palestra con la scorta. Nei weekend, in fila ai gabinetti di Sanpa, meno dieci d’inverno e quaranta d’estate). Lo stile di famiglia, almeno del ramo Gian Marco-Letizia, è infatti penitenzial-opulento. Una vecchia barca di famiglia, sempre quella, l’Enteara, di cui Gian Marco conservava la foto in camera da letto fino all’ultimo. La casa è in galleria De Cristoforis a Milano, prima galleria commerciale costruita nell’Ottocento, oggi compound morattiano sopra l’Apple Store.

Lì c’è la Saras, la società petrolifera di famiglia, e c’è l’appartamento, con leggendario giardino pensile all’attico, e orto. Nidiate di camerieri fissi. Mai meno di dieci. Anche, scorte copiosissime. Anche in ascensore, dove un addetto controlla il saliscendi. Io stesso vidi Letizia qualche anno fa circondata di bodyguard in formazione a testuggine, sotto quei portici. “Ma quello perché hanno paura, ci fu un famoso tentativo di rapina”, mi racconta Chiara Beria di Argentine, giornalista e amica di famiglia. “I ladri salirono da un ponteggio, Letizia era a casa sola coi figli piccoli. Sotto, appunto, c’erano le guardie, e lei ha avuto la freddezza di dargli tutti i gioielli perché se ne andassero subito. Evitando così che incrociassero Gianmarco di ritorno con le guardie, e dunque un eventuale conflitto a fuoco. Per dire la forza d’animo”. Già, ma sembra un poliziottesco. Che ansia.

Il fatto è che i Moratti sono una potenza. Il pil non basta. Servono altri indicatori. Quando morì Gian Marco, il 26 febbraio 2018, si realizzò il record storico necrologico: 450 annunci sul Corriere, un tempo di famiglia, crashato di cordoglio. Numero ancora imbattuto, seppur tallonato dai decessi di Umberto Veronesi e Umberto Eco. Ma solo per Moratti via Solferino annunciò il default necrologico: “per il grande afflusso fino a tarda ora, con grande dispiacere non riusciamo a pubblicare tutti i necrologi dedicati al dottor Gian Marco Moratti. Gli altri ricevuti compariranno sul Corriere di domani. Ci scusiamo e ringraziamo i nostri lettori”, si lesse sul glorioso e in quell’occasione luttuosamente deferente giornale.

I Moratti sono probabilmente l’ultima dinastia rimasta in città, se per dinastia si intende una famiglia con un minimo di storia e un massimo di soldi e potere. Le vecchie famiglie o sono molto ritirate, o si sono spappolate. I nuovi non hanno ruoli pubblici. Così i Pirelli, i Falck, i Feltrinelli. I Berlusconi non sono mai stati veramente establishment milanese. I Prada in qualche modo, con la Fondazione. Però nessuno unisce i caratteri identitari dei Moratti: un sindaco in famiglia, un tempo pure il Corriere. La grande Inter, venduta, ricomprata, ancora vivissima nella memoria dei milanesi che in questi giorni, sulle voci di una vendita da parte dei nuovi padroni cinesi, sognano a occhi aperti… ah, se tornassero i Moratti…

E lì, leggende. Capostipite, Angelo senior, l’Angiolino (ci sono infatti due Angeli nella storia di Milano, due Cumenda tipo Romolo e Remo: Angelone Rizzoli e Angiolino Moratti).  Angiolino, figlio di Albino, farmacista di piazza Fontana e nipote del capostipite Angelo (un altro, nell’Ottocento), che ha 21 figli: 14 maschi (tutti laureati) e 7 femmine (tutte suore). I Moratti figliano di brutto. Angiolino, quello che trasforma i Moratti nei Moratti, è un film sulla Milano del boom. E’ noto come “il Samba”, ballerino eccezionale. Commerciante di olii combustibili. Ha un’intuizione: prevede che a un certo punto i Paesi arabi avrebbero nazionalizzato il petrolio. Una raffineria al centro del Mediterraneo sarebbe stata una manna. Convince il senatore Falck a finanziarlo, smonta una raffineria in Texas e la rimonta in Sicilia poi in Sardegna. Nasce la Saras, che è ancora lì e che assicura a tutta la discendenza ricchezza leggendaria.  Nel 1937 il primo milione.

Conosce la moglie, Erminia, già telefonista della Stipel, in balera. Luna di miele a Civitavecchia, dove lui ha dei traffici marittimi. Lei poi diventerà lady Erminia (definizione di Gianni Brera): famosa per distribuire sterline d’oro portafortuna agli amici, come caramelle. Feticismo delle monete, da zio Paperone, e delle pietre preziose, che la famiglia colleziona forsennatamente: anche pezzi rarissimi. Portachiavi con pietre preziose venivano regalati anche in passato ai giocatori dell’Inter, a Natale. E’ una Milano ruspante, opulenta, col coeur in man. La famiglia rimane anche oggi piissima, unitissima, generosissima.  

Gian Marco dovendo continuare una delle eredità paterne scartò il calcio e si prese la beneficenza. La salvazione di Letizia e Gian Marco diventa però incubo per i figli. A SanPa la famiglia ha elargito cifre che viaggiano sulle centinaia di milioni di euro. Ma non si sono limitati a elargire: stavano sempre lì, in camper e roulotte, in questi weekend che hanno martirizzato i figli, che volevano stare solo in Engadina o in San Babila a fare i paninari, porelli. Quest’anno donna Letizia è molto desolata di non aver potuto organizzare la consueta asta per la comunità, che a fine ottobre coinvolge tutta Milano e dove ognuno è pregato di mettere in vendita qualcosa. Si è dovuta tenere infatti online, e il ricavato comunque è mica male, 771 mila euro; tra i lotti, una visita privata notturna alla cappella Sistina offerta da Intesa SanPaolo, che sembra una specie di scherzo bizzarro, dopo l’Opa della banca su Ubi, che ha portato la Moratti alle dimissioni (il lotto, del valore di 4.000 euro, è stato aggiudicato però solo a 2.400).

Meglio è andato un set di valigie Prada, valutato 16.400 e battuto a 20.000. L’attaccamento della famiglia a Muccioli comunque è viscerale. Gian Marco è stato seppellito a SanPa, insieme ai ragazzi morti di Aids. E “ricordiamoci che il primo ospedale in Italia a curare i malati di HIV nacque proprio a San Patrignano, tra mille difficoltà”, dice Chiara Beria. “Quando a Milano nessuno li voleva”. Di nuovo la generosità (e le capacità di organizzazione sanitaria che la nuova assessora porta in dote).

Gian Marco Moratti ha avuto un precedente matrimonio, con una bellissima ragazza romana, Lina Sotis. Figlia di Gino Sotis, avvocato divorzista quando il divorzio non esisteva, fece annullare i matrimoni di Claretta Petacci, Roberto Rossellini, Vittorio De Sica. E inventore del premio David di Donatello. Anche la figlia annulla: nel ’67. Si mette a scrivere tomi leggendari di quel genere perfido-sapienziale del cuore alla Susanna Agnelli (“La mia fortuna giornalistica la devo al mio nome, corto e facile da ricordare”; “Se siete un arrampicatore sociale, ricordatevi che c’è un solo segreto: la tempistica e la pazienza. Se gli altri se ne accorgono la vostra scalata è finita prima di cominciare”). 
Dal matrimonio burrascoso sono nati due figli: Francesca e Angelo. La prima ha lavorato per un po’ nella moda e poi ha aperto una palestra di yoga a Milano in zona Porta Romana (ha due figlie). Angelo jr si occupa invece di finanza con un suo fondo di venture capital (Milano Investment Partners), specializzato in startup del made in Italy . E’ quello che sembrava il continuatore della stirpe e che aveva anche messo a segno un matrimonio dinastico, unendo due prosapie milanesi. Nel 1997 infatti aveva sposato Roberta Armani, nipote ed erede morale e materiale dello stilista, in un molto celebrato matrimonio al castello di Cigognola nell’Oltrepò: presente un mistone di industria, glamour internazionale, star system nazionalpopolare. Umberto Agnelli e Marco Tronchetti Provera, Sophia Loren, Claudia Cardinale, Ornella Muti, Maria Grazia Cucinotta. Cantano Bryan Adams e gli Articolo 31. Cori di “viva Inter” all’uscita degli sposi. Ma poi i due si sono separati, e non hanno figli.

Dal matrimonio con Letizia, Moratti  ha prodotto poi altri due eredi: Gabriele è quello famoso per la casa di Batman, caso minore di abuso edilizio del 2011, quando il rampollo divenne famoso per un casermone di cinquecento metri quadri ufficialmente dichiarato laboratorio ma invece loft con poligono di tiro riprodotto sulla base del film di Batman, piscina con ponte levatoio, tre forni, cantina climatizzata,  sala fitness con idromassaggio e bagno turco, e botola motorizzata che portava a un bunker sotterraneo. Per quell’abuso non minimalista Moratti patteggiò una pena a sei mesi, convertiti in 49mila euro di multa. Curioso che l’accusatore di quel delitto architettonico era l’allora pm Alfredo Robledo, che proprio in questi giorni è stato indicato dalla Moratti come consulente.

Adesso comunque Gabriele Moratti ha aperto il suo brand di abbigliamento, che si chiama forse programmaticamente Redemption e punta sulla sostenibilità: “concetto che dovrebbe essere embedded nella nostra società, mi piace considerarla da un punto di vista olistico, non puramente ambientale, bisogna ricominciare a fare imprenditoria in una maniera più responsabile, come avveniva fino ai ’90, altrimenti andremo incontro a gravi disastri”, ha detto a Forbes, vabbè. Ultimogenita è Gilda, “quindici cani, sei gatti. Un pappagallo. Due bambini: Anastasia e Lupo”, ha detto al Corriere. No vax, “mi curo con le erbe”. Un marito o forse ex marito francese. Ha fondato una associazione che protegge gli elefanti dai bracconieri, delfini, cose così. E’ ancora devastata dai weekend da piccola a San Patrignano.

Questo il ramo Gian Marco: poi ci sarebbe quello di Massimo, il fratello: gestiva l’Inter (la “pazza Inter” tripletista, come ha ricordato Maurizio Crippa su questo giornale, l’Inter di Mourinho, ricordo della “grande Inter” dell’Angiolino e di Herrera). E se Gianmarco ha SanPa, Massimo e Milly sponsorizzano Emergency e Gino Strada. Michela Enza Bossi detta “Milly”, ecologista, fricchettona, simpatica. Se Agnelli aveva quindici Fiat Panda, loro hanno 19 maggiolini Volkswagen tra antichi e moderni. Se Gian Marco e Letizia sono di destra, berlusconiani, mogi, Massimo e Milly sono di sinistra (per quanto si possa essere petrolieri di sinistra a Milano) e più goduriosi. Milly, descritta da tutti come divertente e libera, arriverà ad appoggiare Giuliano Pisapia contro la cognata (ma poi le famiglie ripiombano nella leggendaria unità).

Hanno un villone modernista in Brianza, a Imbersago, dove per segnalarne la rilevanza c’è un “curvone Moratti”, e una sfilza di figli che vi fanno feste molto ambite; Giovanni detto Mao, Maria Carlotta, Maria Celeste, Maria. Giovanni detto Mao e Maria nel 2007 hanno aperto il bar-libreria Colibrì, dietro la Statale, una di quelle librerie attiviste su Instagram che fanno parte della geografia politica della nuova Milano bella da vivere (Mao però bilancia l’attività di libraio con traversate in yacht in Sardegna con modelle). 
Poi, tra gli altri (citarli tutti ci vuole un’enciclopedia), c’è Bedi, diminutivo di “Mary Odiosa”, secondo Cesare Lanza (gran conoscitore della famiglia), non si sa con quale slittamento, pur nella complicata scienza dei diminutivi lombardi, da Maria Rosa a Mary Odiosa a Bedi. Attrice col destino difficile delle attrici che nascono in gran famiglie, per cui filmoni e filmetti e poi si è comprata un teatro, a Roma (il teatro dell’Angelo, in onore del papà). Appassionata di calcio (ex presidentessa dell’Inter), anche lei di sinistra, anche lei nonostante il nomignolo simpatica, dicono a Milano. Insomma, l’unica non simpatica è lei, Letizia, che risolve i problemi. Ma non è che sia antipatica.  “Da ragazza era molto divertente”, giura la sua amica Beria.

Infanzia milanese: collegio delle Fanciulle, tennis, festicciole, e il ballo. Voleva fare la ballerina oppure Architettura, ma poi c’era il Politecnico okkupato; oppure ancora Lingue all’Orientale a Napoli, tutto vietato dal padre che la tira su “come il maschio di casa”.  “Io ho fatto le mie di battaglie. Cominciare a lavorare subito, imparare l’inglese bene a Londra, mi sembrava più interessante dell’amore di gruppo”, ha detto. Legatissima alla mamma. E interessante è la famiglia materna, aristo-intellettuale tanto quanto i Moratti erano ruspanti-opulenti. Lei nasce Brichetto Arnaboldi: unione di due famiglione, i genovesi Brichetto, broker navali ottocenteschi, e gli Arnaboldi, aristocratici lombardi. Il papà Brichetto Arnaboldi è conte, partigiano e golfista, trittico molto di nicchia. Ma si capisce che le persone più interessanti sono le donne.

La zia Bice Brichetto era pittrice e scenografa per Visconti. Soprattutto figlia della mitica donna Mimina, tenutaria di un leggendario salotto in via Sant’Andrea, frequentato da Luigi Einaudi, Verga, Montale, Pirandello e Piovene. E Benedetto Croce: la sua foto insieme al filosofo stava sulla scrivania della nipote Letizia nel passaggio fatale di ministro dell’Istruzione, a Roma. Per gli appassionati del genere, donna Mimina è la figura a cui Arbasino (mi raccontò) si ispira per la contessa Gazzaniga in “Fratelli d’Italia”: patronessa forsennata delle arti, comanda a bacchetta un Montale molto a suo agio con le confindustrie (nel romanzo, il poeta Arcangelo Elvezio Bustini).

Sullo sfondo, reale: il castello di Carimate ristrutturato a fine Ottocento in quel gusto eclettico-Harry Potter dell’epoca dal conte Bernardo Arnaboldi Gazzaniga, poi venduto e trasformato in golf club (da cui la sedia di Vico Magistretti, la Carimate, disegnata per la club house). E il castello invece più piccolo ma ancora di proprietà di Cigognola, con vasti vigneti di Bonarda ancora in funzione, ristrutturato dal “principe degli architetti”, Tomaso Buzzi, quello della villa Volpi a Sabaudia. Lì a Cigognola si tengono poi tutti i matrimoni importanti dei Moratti ancor oggi. A partire da quello di Letizia con Gian Marco, testimone una leggenda milanese, Anna Bonomi Bolchini.

Un lato divertente della Letizia è che va d’accordo con gli uomini, meno con le donne. A parte la storica assistente Luciana, ha sempre lanciato tanti manager e pure qualche guru. Si innamora, platonicamente, di personaggi bizzarri. A parte Muccioli (lei ha detestato la serie Netflix, continua a dire con quel suo modo metallico “solo ombre-solo ombre-occasione persa”, anche da Fazio), negli anni ha reclutato manager coi fiocchi (Sala, Paolo Glisenti, Carlo Clavarino) ma anche dei soggettoni: con Muccioli arriva Red Ronnie, che la accompagna nelle sue missioni internazionali per girare dei video a supporto della campagna a sindaco del 2011. Poi a un certo punto nella stessa campagna un certo Mario Azzoni, pranoterapeuta, coach, sensitivo, titolare di uno studio di “biopsicotronica”, si dice già pollivendolo, che a un certo punto a Milano diventò una specie di Rasputin molto ambito da tutte le signore: e la Moratti in particolare che lo fece presidente di “Casa Letizia”, sua associazione.

Ma il più significativo è Massimiliano Finazzer-Flory, nerboruto mascellone già titolare di palestre nel Triveneto, e poi attore e drammaturgo che a un certo punto i milanesi stravolti si ritrovarono assessore alla Cultura. Non contento, il simil-Ridge dall’occhio ceruleo da lì in poi ha battuto teatri e festival su tutto il territorio, isole comprese, con quegli spettacoli che cominciavano ad andare di moda verso la fine secolo, one-man show in cui l’attore-drammaturgo intrepreta grandi personaggi del passato. Egli non ha alcun timore a calarsi nei panni di Filippo Tommaso Marinetti, Gustav Mahler, Rainer Maria Rilke, Leonardo da Vinci. Pinocchio. Poi, tenne anche un suo festival libresco cortinese. E adesso si è buttato sul Covid: nel cortometraggio andato in onda recentemente su Rai 5 “Una storia vera. Milano, zona rossa”, girato durante il venerdì santo 2020, nei giorni della Passione e del lockdown per il Covid-19, diciannove personaggi storici, da Leonardo a Manzoni, da San Francesco a Verdi, prendono la parola, e ripresi da droni interrogano, confortano e esortano alla speranza, nel cambiamento, i milanesi chiusi nelle loro case”.

Adesso donna Letizia non si sa se avrà dei nuovi consiglieri, di sicuro sembra determinatissima. E tranquilla. Ha settant’anni, un’età che in Italia si è ancora pischelli. Soprattutto, data la stirpe e le sostanze, non ha l’obbligo di piacere a nessuno. Così, ha già detto di non essere “così ottimista come il ministro Speranza”, sui vaccini. Lei, solo lei, non ha niente da dimostrare. Si può permettere di essere anche la solita mestizia: e poi si confonde bene col grigio, il colore della nostalgia.