L’emergenza sanitaria

Coronavirus a Brescia, chi è Micheli, il medico ribelle: «Così si salvano i pazienti» La storia del dottore di Orzinuovi che gira fra i malati con tuta impermeabile e mascherina: «I colleghi che lavorano con Whatsapp? Ingorgano il 112»

Il rebel rebel, l’eretico in tuta impermeabile e mascherina, l’ultimo sopravvissuto di una categoria (i medici di base) che ora ha smesso di citofonare e manda le ricette su Whatsapp — «Con i social i miei colleghi tengono il chilometro di sicurezza dai pazienti», cit. — non sopporta le smancerie: «Eroe? Una c… Faccio il mio lavoro, e ci tengo a farlo bene».

A Orzinuovi, il paese in cui l’Avversario si è insinuato tra un Campari al bar dei pensionati, il mercato del venerdì e una partita di bocce, il dottor Pietro Severo Micheli è l’unico che ancora fa servizio delivery (con un’armatura igienizzata anti-coronavirus). Inclusa la domenica mattina. E non solo dai suoi 1550 assistiti: «Vado anche all’estero: sono appena tornato da Castrezzato», ride. Ormai lo chiamano tutti, «ricevo almeno cento telefonate al giorno», e lui non risponde mai di no. «Salgo in auto, entro in casa del paziente, lo visito, torno in auto, cambio guanti e calzari, vado a casa di un altro paziente e via. Me lo sogno anche la notte», dice.

Il dottore che non sopporta i salamelecchi, vieta di scrivere la parola eroe e a cui tanta gente deve la pelle (non è retorica spiccia: se non ci fosse stato lui molti malati non sarebbero stati ricoverati in terapia intensiva) ha imparato a riconoscere il nemico a orecchio nudo: «Questa polmonite ha un suono particolare. Mi basta avvicinarmi al torace».

Il suo primo rendez-vous con il coronavirus risale al 25 febbraio. E non è stato piacevole: «Ancora non si sapeva del contagio, ho visitato il paziente senza protezioni. Purtroppo è morto. Io, per fortuna, ne sono uscito indenne: il mio tampone è risultato negativo». Dopo quella visita, Micheli si è comprato un pacco di guanti e mascherine — «Ora me le fornisce anche il Comune» —, ha trovato uno spacciatore anonimo di calzari e iniziato a indossare una tuta con cappuccio. «Quando l’Ats ce l’ha data mi sono messo a ridere. E invece era indispensabile».

La ricetta delle cure a domicilio, dice, è la più efficace: «Andare casa per casa, farsi vedere, ha dato un vantaggio ai miei pazienti. Finora, ho seguito più di 100 casi. Ne ho mandati al pronto soccorso 26, poi risultati tutti positivi: di questi, ne sono morti cinque. Altri cui non è stato fatto il tampone avevano un quadro clinico inequivocabile, da Covid-19: ora stanno guarendo. Consideri che, escluse le case di riposo — in cui pare siano morte 14 o 15 persone — Orzinuovi finora ha avuto un’ottantina di vittime».

Agli incontri ravvicinati, i suoi colleghi preferiscono i messaggi su Whatsapp: «Evitano il contatto: scaricano tutto sul personale del 112, che così è intasato di chiamate, si ingorga ed è costretto a fare un triage abnorme» Il giuramento di Ippocrate non va trasgredito di una virgola: «Non siamo stati costretti a laurearci in Medicina. Sappiamo che il nostro lavoro comporta dei rischi. È normale. Sarebbe come se un carabiniere si rifiutasse di andare in strada». Tra l’altro, mantenere il chilometro di distanza dal paziente (cit) non rende immuni dal coronavirus: «Un collega che non ha più voluto vedere nessuno si è comunque ammalato».

A Orzinuovi, oltre a Micheli, c’era un altro rebel rebel: il dottor Massimo Bosio è morto la settimana scorsa. «Come me, purtroppo, all’inizio non si era protetto. Anche altri colleghi si sono ammalati sul lavoro: sono stati contagiati quando ancora si pensava che questa cosa fosse lontana». Andare a casa degli assistiti resta «fondamentale, perché consente di misurare la concentrazione dell’ossigeno». Tra una visita e l’altra, Micheli ha capito che «i primi cinque-sei giorni sono cruciali: se si riesce a superarli, ci sono ottime possibilità di guarire». Mancano i tamponi, però: «Vero. Ma è anche capitato di avere tanti falsi negativi, peraltro con doppio tampone: solo la radiografia al torace ha rivelato il coronavirus».

Ancora si discute di zone rosse: Orzinuovi doveva essere blindata? «Avremmo dovuto chiudere tutto, non solo Orzinuovi. Ma ormai le polemiche non contano. Bisogna solo pensare a salvare i pazienti»