Le voci sulle malattie di Putin, gli infarti di Eltsin e la parabola di tutti i dittatori

Tutte voci che si sono rivelate finora fondate quanto quelle sulla morte clinica di Kim Jong Un, tanto da fare venire il sospetto che venissero diffuse dal diretto interessato, per stanare i cortigiani pronti a saltare su una scialuppa di salvataggio.

In uno dei film di Sergey Solovyov, il regista che durante la perestrojka per primo portò sul grande schermo il mondo dell’underground sovietico, uno dei personaggi metteva tutte le mattine sul giradischi l’annuncio del bollettino medico della morte di Stalin, godendosi ogni sillaba del referto del decesso. Gli spettatori condividevano la gioia quasi fisica di quel macabro rituale: il ricordo del periodo sovietico era troppo fresco, insieme alla convinzione, tipica delle dittature, che soltanto la morte del nemico può risolvere definitivamente un problema, e solo la morte del dittatore possa portare la libertà. E’ stata questa consapevolezza, questa equiparazione del regime al corpo fisico del suo leader, a trasformare la salute, e la morte, dei capi degli autoritarismi in un segreto di stato, e contemporaneamente in una risorsa strategica. Fino all’accanimento terapeutico, come quando, nel 1975, Francisco Franco fu tenuto in vita per settimane, tra apparecchiature e interventi chirurgici, mentre venivano concordati gli ultimi dettagli della successione al caudillo, o quando, nel 1996, Boris Eltsin venne fatto rieleggere presidente nonostante un ennesimo infarto tra il primo turno delle elezioni e il ballottaggio.

Nella Mosca nei primi anni Ottanta, la lunga serie di funerali di stato – le barzellette dell’epoca prendevano in giro i membri del Comitato centrale del Pcus che “avevano l’abbonamento” a queste cerimonie solenni in piazza Rossa – aveva reso evidente il problema di una classe dirigente ormai invecchiata di mente e di corpo. Il segreto che avvolgeva i leader comunisti permetteva loro di morire sempre in perfetta salute, e le loro lunghe assenze dalla scena pubblica venivano spiegate (quando venivano spiegate) al massimo con un raffreddore. L’improvvisa sostituzione nel palinsesto televisivo di film e spettacoli con concerti di musica classica era il classico segnale di un imminente annuncio di lutto, e tutti facevano scommesse su di chi fosse il turno. Quando la Rsa del Cremlino venne affidata a Mikhail Gorbaciov, tutto il mondo si innamorò di lui se non altro perché camminava da solo, non aveva la dentiera e parlava senza leggere (incespicando) testi che non capiva. Un effetto gioventù che quindici anni dopo miracolò uno scattante e non ancora cinquantenne Vladimir Putin, che nonostante l’aspetto non proprio imponente rappresentava un contrasto totale con il suo predecessore Eltsin, vacillante di mente e di corpo.

Vent’anni dopo, inesorabilmente, è l’ex superuomo a diventare bersaglio di pettegolezzi e scongiuri. Negli ultimi anni i gossip sulla sua salute sono stati decine, dai traumi alla spina dorsale per troppo judo a problemi cardiologici. Le sue sparizioni sempre più lunghe e frequenti nella dacia di Sochi hanno alimentato voci su “raffreddori” non solo diplomatici, e le sue strane abitudini ai vertici internazionali – come quella di bere soltanto dalla propria tazza e di portarsi dietro un wc chimico – hanno fatto nascere il sospetto che il Cremlino temesse che un campione delle sue feci o della sua saliva finisse nelle mani dei servizi segreti occidentali, rivelando un segreto fatale. Fonti ben piazzate nei salotti di Mosca giuravano un anno fa che Putin fosse afflitto da un cancro terminale al colon. Tutte voci che si sono rivelate finora fondate quanto quelle sulla morte clinica di Kim Jong Un, tanto da fare venire il sospetto che venissero diffuse dal diretto interessato, per stanare i cortigiani pronti a saltare su una scialuppa di salvataggio.

Putin è chiuso da mesi nel suo bunker asettico, ma la Russia di oggi non è l’Unione sovietica di quarant’anni fa, e non riesce a nascondere il segreto di un leader sempre più assente e dissociato. Il problema della Russia non è che Putin sia malato, ma che il sistema lo tratta come se lo fosse. Buona parte della propaganda – quando, per esempio, loda l’efficienza con la quale la sanità russa starebbe sconfiggendo il coronavirus, o evita di menzionare per nome Alexei Navalny e la sua “malattia” – sembra rivolgersi non tanto al pubblico quanto a un unico telespettatore altolocato, e certe volte viene il dubbio che qualcuno al Cremlino confezioni trasmissioni appositamente per lui, come Stalin faceva stampare due copie finte della Pravda apposta per Lenin, malato e segregato in dacia. Se fosse vero che Putin ha il Parkinson, questa notizia paradossalmente darebbe una motivazione razionale a un sistema che altrimenti ne appare sempre più privo.