Le virtù eroiche di Jérôme Lejeune

Il 21 gennaio 2021 Papa Francesco ha autorizzato i Decreti della Congregazione delle Cause dei Santi che riconoscono le virtù eroiche del grande genetista francese, scopritore della Trisomia-21 e grande difensore della vita nascente contro la “cultura della morte” abortista

«Desidero salutare in modo particolare tutti coloro che si sono messi al servizio della vita e che di questo servizio fanno un ideale al quale consacrano la loro intelligenza, la loro immaginazione, il loro tempo, le loro forze. La vita umana è sacra, cioè è sottratta a ogni potere arbitrario che voglia danneggiarla, ferirla o anche sopprimerla. Dal momento del concepimento fino all’ultimo istante della sopravvivenza naturale nel tempo, essa è degna di rispetto, di attenzione, di sforzo per salvaguardare i suoi diritti ed elevare la sua qualità. Non posso quindi che approvare e incoraggiare tutti coloro che si votano al servizio di questa causa così nobile, e chiedo a Dio di benedirli»: questo fu il saluto rivolto da san Giovanni Paolo II, il 26 aprile 1980, in piazza S. Pietro, ai relatori e ai partecipanti al Congresso Europeo Per La Vita, promosso da Europa Pro Vita, organizzato da Alleanza Per la Vita e con la presenza di più di cinquecento partecipanti, provenienti da tutto il mondo. Fu una delle maggiori assise antiabortiste di quegli anni.

Il Signore lo ascoltò e certamente lo esaudì, anche se forse non tutti seppero far fruttificare quella benedizione nella stessa misura del professor Jérôme Lejeune (1926-1994), che di quel Congresso fu uno dei più apprezzati protagonisti. Parlare di lui equivale a parlare di un grande scienziato, di un marito e di padre amorevole (come si legge in Clara Gaymard, Clara Lejeune, La Vie est un bonheur, Jérôme Lejeune, monpère, Éditions Critérion), di un benefattore dell’umanità, di uno strenuo difensore della vita e, ormai ci siamo, di un grande santo da invocare. Un testimone – nel senso etimologico del termine “martire”, sebbene sia stato un martirio incruento – di quanto l’anti-cultura della morte possa vessare, denigrare, annichilire chi ad essa si oppone con la forza di argomenti seri e di ragioni fondate. Dello scienziato basta ricordare che scoprì la causa di una malattia genetica importante: la Trisomia-21, determinata da un pezzetto in più del cromosoma numero 21. Il complesso di problemi di salute che ne deriva, detta “sindrome di Down”, prende il nome del medico britannico John Langdon Down (1828 – 1896) che per primo li descrisse. Difficilmente, invece, la Trisomia-21 è associata al nome di colui che con sapienza e scienza ne cercava la causa per poterla curare e si dedicava ai suoi “piccoli pazienti” con amore e dedizione. Perché al professor Lejeune importavano più le persone delle malattie, il prendersi cura più che guadagnare premi: quando questo fu chiaro a tutti, il mondo accademico gli voltò le spalle e gli negò il Nobel per la medicina.

Che cosa aveva dunque fatto, quello scienziato acuto ma troppo cattolico, di così imperdonabile per perdere un riconoscimento che ben più dell’onore avrebbe portato risorse preziose per i suoi studi? Durante un’assemblea dell’ONU aveva pronunciato parole inequivocabili, parlando della medicina che si arrende all’aborto: «Ecco un’istituzione per la salute che si trasforma in istituzione di morte». La sera stessa del suo discorso confidò alla moglie: «Oggi pomeriggio ho perduto il premio Nobel». E così avvenne.

Aveva tenuto una memorabile audizione (riportata nell’opera L’embrione, segno di contraddizione, Edizioni  Orizzonte  Medico, Roma 1992) in un tribunale del Tennessee, nella cittadina di Maryville nel 1989: due coniugi che stavano divorziando non concordavano sulla spartizione dei beni, tra i quali sette embrioni congelati! La magistrale deposizione del grande scienziato, dopo aver descritto chi è l’embrione umano, suggeriva al tribunale l’esempio di un giudice saggio per antonomasia, che si era già trovato ad esaminare un caso similare: re Salomone. Il grande sovrano dell’antico Israele aveva mostrato a tutti cosa corrispondesse a giustizia “stanando”, con un espediente rimasto celebre, la vera madre, che era colei che voleva la vita per suo figlio. Allo stesso modo Lejeune coniò espressioni lapidarie, crude, sebbene rappresentino con precisione la vera natura di pratiche esaltate come progressi scientifici: descrisse la pillola RU486 come «il pesticida umano» e i contenitori di embrioni congelati per la fecondazione artificiale «camere concentrazionarie». Mostrò in maniera molto chiara le derive di una scienza senza saggezza e si consultò con i cari amici don Carlo Caffarra (1938-2017), don Elio Sgreccia (1928-2019)  e Karol Wojtyla (1920-2005) mentre, nella sua Francia e nel resto del mondo, diminuivano fin quasi a scomparire le nascite di bimbi affetti da malattie genetiche a causa degli aborti volontari.

Le scritte sui muri davanti alla sua casa per augurare la morte a lui e ai suoi “mostriciattoli”, l’esclusione dalle assisi scientifiche, l’ostracismo accademico non hanno mai turbato il suo proverbiale sorriso, che ricordiamo ancor oggi anche noi, che lo abbiamo ascoltato con entusiasmo e ammirazione in quell’ormai lontano 1980 a Roma, riconoscendolo già come un esempio da imitare, nella scienza e nella fede.

E ora, «il 21 gennaio 2021, il Santo Padre Francesco ha autorizzato la Congregazione per le Cause dei Santi a promulgare i Decreti riguardanti le virtù eroiche del Servo di Dio Jérôme Lejeune, fedele Laico; nato il 13 giugno 1926 a Montrouge (Francia) e morto a Parigi (Francia) il 3 aprile 1994».

Sarà felice di poter continuare ad aiutare dal Cielo scienziati onesti e bimbi ammalati, ma non per questo meno degni di vivere.