Le vedove dell’Isis hanno gettato il velo, si vestono da occidentali

E' una manovra disperata per ottenere il rimpatrio, ma è anche un momento che dovremmo usare meglio per combattere i fanatici. Varrebbe la pena, dopo tanti anni di propaganda islamista, raccontare di più queste donne (raccontare: non assolvere, dovranno essere giudicate) e farle vedere mentre vestono all’occidentale in posti dimenticati da tutti nel mezzo della pianura arida della Siria orientale. Sarebbero più convincenti loro con questo “come si cambia per non morire” esibito davanti a fotografi e inviati di tanti programmi di deradicalizzazione. 

Il Telegraph britannico è andato nel campo siriano di al Roj, un purgatorio dove i curdi mettono le donne dello Stato islamico per vedere a che punto sono della loro riabilitazione personale, e ha parlato con Shamima Begum, la ventenne londinese simbolo delle volontarie andate ad arruolarsi nello Stato islamico. La Begum un paio di anni fa era diventata la figura più odiata del Regno Unito perché era stata trovata da un giornalista della Bbc tra le donne in fuga nei giorni dello scontro finale e le sue risposte non suonavano per nulla pentite sotto il velo nero. Questa volta il Telegraph le ha scattato delle foto incredibili: Begum capelli al vento, vestita da occidentale, con un paio di occhiali da sole, con il lucidalabbra. Se non fosse per il reticolato alle spalle, potrebbe essere la foto di un’attrice ventenne rubata mentre va a fare colazione.

L’Afp ha fatto la stessa cosa con un’altra donna simbolo del gruppo terrorista, Émilie König, la bretone figlia di un poliziotto che lasciò due figli in Francia per andare a unirsi allo Stato islamico, dove fece altri tre figli con un algerino. La König, al contrario della Begum che era come scomparsa nel nulla durante gli anni nel jihad, si faceva molto notare: appariva nei video con il volto coperto dal velo e il fucile in mano, faceva propaganda, esortava a colpire le mogli dei soldati in Francia, chiedeva di compiere attentati. Anche lei è passata per la stessa trasformazione: cappello dei New York Yankees calcato sulla testa, treccia bionda, vestiti all’occidentale, potrebbe essere pure lei appena uscita da un corso di danza. E non ci sono soltanto loro. Mentre il fotografo dell’Afp faceva il suo lavoro, altre sei donne francesi sono apparse dietro a un reticolato vestite più all’occidentale che potevano e hanno chiesto di essere rimpatriate: “Vive la France!”, dicevano. Fra tutte, non avrebbero potuto calcare di più su questa loro volontà di essere rassicuranti e di nuovo normali agli occhi dei lettori distratti. Il messaggio dev’essere chiarissimo: possiamo tornare nei nostri paesi di origine. La König sostiene con la massima naturalezza che lei non usa più il velo perché quando tornerà in Francia ricomincerà “la sua vita professionale” e per quella il velo è soltanto un ostacolo.

Le speranzose straniere di al Roj vivono in limbo. Non sono più nell’inferno del campo di al Hol, dove decine di migliaia di persone vivono una replica quotidiana e in cattività della vita che facevano sotto lo Stato islamico, ma non sono nemmeno sulla lista dei prigionieri che saranno rimpatriati. Varrebbe la pena, dopo tanti anni di propaganda islamista, raccontare di più queste donne (raccontare: non assolvere, dovranno essere giudicate) e farle vedere mentre vestono all’occidentale in posti dimenticati da tutti nel mezzo della pianura arida della Siria orientale. Sarebbero più convincenti loro con questo “come si cambia per non morire” esibito davanti a fotografi e inviati di tanti programmi di deradicalizzazione.