Le tensioni nella maggioranza: Conte e la tentazione di votare a primavera

Il desiderio del governo di durare contrasta con la consapevolezza nel governo che così non può durare: per ragioni politiche ed economiche, e per i suoi possibili risvolti sociali

Il desiderio del governo di durare contrasta con la consapevolezza nel governo che così non può durare: per ragioni politiche ed economiche, e per i suoi possibili risvolti sociali. Sono considerazioni che si affacciano nei conversari dei maggiori rappresentanti dell’esecutivo e non c’è colloquio che non si concluda con un «vedremo», dietro cui si celano congetture su possibili scenari futuri. Compreso quello su una fine anticipata della legislatura pilotata da Conte nell’unica finestra elettorale possibile: la primavera del prossimo anno, cioè prima dell’inizio del semestre bianco di Mattarella. Ieri al Senato, più che rischiare l’incidente, il governo ha superato il ridicolo perché la sua maggioranza non ha garantito il numero legale sulla fiducia al decreto elezioni, mentre al Viminale la trattativa per modificare il decreto sicurezza si è bloccata per le divergenze tra grillini e democratici. È la conferma di un problema di governance a palazzo Chigi che nessuno prova più a smentire.

Il premier si sente nel mirino e questa condizione alimenta la diffidenza e le difficoltà di mediazione,con i principali partiti della coalizione attraversati peraltro da conflitti interni: più evidente quello nel Movimento, più carsico ma non meno ruvido quello nel Pd. Così ognuno ha bisogno di tempo e Conte dispensa tempo, adottando la tattica di chi pensa che un giorno passato è un giorno guadagnato. Ma anche per il premier il tempo è destinato a esaurirsi, come le risorse investite per fronteggiare la crisi economica. Il fatto è che i soldi impegnati sono come acqua immessa in una rete idrica piena di falle: non generano reddito e alimentano debito. Al momento l’Italia è sotto l’ombrello protettivo della Bce che rassicura i mercati, nonostante tutti sappiano che i fondi europei tarderanno ad arrivare e non avranno le dimensioni sperate da palazzo Chigi. Questo stato di cose non potrà reggere a lungo: nel 2021 — in vista della successiva Finanziaria — arriverà il momento delle scelte, a fronte di una situazione economica fortemente deteriorata. E prima di dover assumere misure impopolari, questa è la tesi, Conte potrebbe essere tentato dalla scorciatoia delle urne, magari dopo essersi intestato il primato nella coalizione e nel Movimento.

Nel Pd che traguarda l’orizzonte della legislatura all’elezione del capo dello Stato, e che per questo obiettivo si è sobbarcato il peso dell’alleanza coi grillini, l’eventualità è vissuta come un azzardo da scongiurare: una sconfitta alle elezioni consegnerebbe al centrodestra il Quirinale, oltre alla guida del governo. Di qui la reazione di una parte dei democrat, convinta che l’unica alternativa agli attuali equilibri sia un gabinetto di unità nazionale, siccome un altro esecutivo con la stessa maggioranza o con una maggioranza allargata a parte dell’opposizione vengono considerate strade impraticabili. Come racconta una fonte dem, che certo non si illude sul risultato, «stiamo parlando con tutti e semmai si creassero le condizioni ne riferiremmo al Quirinale». Tanto basta per capire le divergenze nel Pd, dove comunque si fa largo il convincimento che il Conte 2 sia «una gabbia nella quale rischiamo di restare intrappolati». Per una simile operazione non c’è molto tempo, e per di più il tempo lo scandisce (per ora) il premier, sul quale tra i boiardi di Stato circola un’imitazione. È quella di Conte che risponde al telefono e dice all’interlocutore: «Capisco il problema, ci possiamo sentire a settembre?».