Le sardine beniamine del potere

Il governo è in crisi, ma le sardine gridano al pericolo fascista. La prima volta di una piazza che contesta l’opposizione. L’articolo perfetto di Ricolfi

Adesso è tutto chiaro: le sardine non sono di destra né di sinistra, ma votano a sinistra. Sono una piazza apartitica, ma l’unico partito che votano il Pd. Non vogliono diventare un partito, ma puntano al 25 per cento dei consensi.

Se questi messaggi vi paiono fuorvianti e contraddittori è perché siete antidemocratici, ovvio. Le sardine possono essere tutto e il suo contrario, finché la stampa progressista permetterà loro di esserlo. Per fortuna, ieri sul Messaggero (“Il paradosso della piazza che contesta l’opposizione”) il sociologo di sinistra Luca Ricolfi – già autore del fortunato saggio Perché siamo antipatici. La sinistra e il complesso dei migliori – ha detto due o tre cose ovvie (che ovvie non sono più, ahimè): «Per chi osserva le cose con un minimo di distacco – scriveva ancora ieri Ricolfi -, c’è di che trasecolare. L’Italia si sta disgregando giorno dopo giorno, il governo in carica, per ammissione della stessa stampa progressista, è fra i più grigi, confusi e litigiosi di sempre, e che cosa accade nelle piazze delle Sardine? La protesta non si dirige verso l’esecutivo, esigendo che affronti i problemi reali del Paese, ma verso i leader dell’opposizione, dipinti come fascisti, razzisti, antisemiti, pronti a instaurare un regime autoritario, novelli Mussolini e Hitler, mostri grondanti odio».

Non “contro” ma “per” il potere

Ricolfi poi spiega che il paragone tra le sardine e il popolo viola o i girotondi di Nanni Moretti non è sbagliato (in tutti questi casi il cemento è la «credenza di rappresentare “la parte migliore del paese”» e di non riconoscere dignità politica e morale all’avvresario), ma

«A mia memoria, tutti i movimenti del passato hanno sempre avuto una forte carica anti-establishment o anti-governo. Sessantottini, femministe, dipietristi, Girotondi, Popolo Viola, grillini della prima ora, sono sempre stati “contro” alcuni essenziali poteri costituiti (nel caso dei Girotondi e del Popolo Viola i governi Berlusconi nati nel 2001 e nel 2008). Per non parlare dei partigiani, che mettevano a repentaglio le loro vite per abbattere una dittatura e riconquistare la libertà. Le sardine no. Non solo sfidano il ridicolo paragonandosi ai partigiani, come se fossimo in presenza di una dittatura, e gli oppositori dovessero rifugiarsi sui monti per combatterla, ma non paiono rendersi conto della unicità e paradossalità della loro protesta. È la prima volta, in Italia, che un movimento di protesta non si rivolge contro il potere ma ne è il beniamino. Vezzeggiati dai giornali e dalle televisioni, coccolati dall’establishment, vengono lodati e ringraziati dagli esponenti del governo in carica (esattamente come accadeva qualche settimana fa con le manifestazioni dei seguaci di Greta). E si capisce perché: agli esponenti di governo non par vero che le piazze si riempiano non già per criticare il governo, bensì per demonizzare o ridicolizzare l’opposizione».

Pericolo Hitler

Vi sembra un’ovvietà? Pure a noi, ma così non direste se leggeste ogni giorno le cronache che Stampa, Corriere, Repubblica e Fatto quotidiano fanno delle riunioni delle sardine, della loro “freschezza”, “novità”, “linguaggio privo d’odio”. Tutto bello, tutto rosa.

«Per chi osserva le cose con un minimo di distacco – scriveva ancora ieri Ricolfi -, c’è di che trasecolare. L’Italia si sta disgregando giorno dopo giorno, il governo in carica, per ammissione della stessa stampa progressista, è fra i più grigi, confusi e litigiosi di sempre, e che cosa accade nelle piazze delle Sardine? La protesta non si dirige verso l’esecutivo, esigendo che affronti i problemi reali del Paese, ma verso i leader dell’opposizione, dipinti come fascisti, razzisti, antisemiti, pronti a instaurare un regime autoritario, novelli Mussolini e Hitler, mostri grondanti odio».

Parte attiva del clima d’odio

È il solito errore della sinistra, quello di sentirsi depositari di un superiorità morale autoproclamata. Una patente auto-attribuita che non permette di vedere le cose come stanno e che invece Rifoli vede benissimo:

«Eppure il nodo, a mio parere, è proprio qui. Se dipingi l’avversario
politico come un nemico, se arrivi a considerarlo una bestia o un
non-uomo, diventi parte attiva di quel clima d’odio che dici di voler
combattere; contribuisci tu stesso a imbarbarire il confronto
politico; e, in qualche misura, finisci per proiettare sull’altro la
profonda ostilità che senti in te. Soprattutto, non riesci a farti la
domanda delle domande: perché le piazze delle sardine attirano i ceti
medio-alti, e quelle della destra i ceti medio-bassi? Come è possibile
che la gente beneducata, colta, civile, preoccupata delle sorti dei
deboli, scenda in piazza per squalificare i leader di quei medesimi
deboli?».