Le due Americhe

“Non c’è modo di sfuggire a quel che siamo diventati”, scrive George Packer sull’Atlantic, “Siamo bloccati l’uno contro l’altro, non vediamo né vie d’uscita né passaggi apparenti, sprofondiamo sempre più in uno stato di reciproca incomprensione e disgusto”. Eccole le due Americhe, eccoli i due popoli che sono andati a votare, e che, “chiunque prenderà la presidenza”, rimarranno perdenti. “Siamo due paesi”, scrive Packer aggiungendosi alla lista dei commentatori che hanno guardato con stupore e paura all’avanzata delle due Americhe, antagoniste, incomprensibili, lontane.

Il significato delle elezioni presidenziali negli Stati Uniti è che “non c’è modo di sfuggire a ciò che siamo diventati”, scrive George Packer dell’Atlantic. Il giornalista ha trascorso gli ultimi quattro anni a osservare i cambiamenti dell’America, che però era già iniziati prima, e il giorno dopo il voto del 3 novembre scrive: “Siamo bloccati l’uno contro l’altro, non vediamo né vie d’uscita né passaggi apparenti, sprofondiamo sempre più in uno stato di reciproca incomprensione e disgusto”. Eccole le due Americhe, eccoli i due popoli che sono andati a votare, e che, “chiunque prenderà la presidenza”, rimarranno perdenti. “Siamo due paesi”, scrive Packer aggiungendosi alla lista dei commentatori che hanno guardato con stupore e paura all’avanzata delle due Americhe, antagoniste, incomprensibili, lontane.

Anche Simon Schama, storico e saggista, in un lungo pezzo pre elettorale pubblicato sul Financial Times, scriveva che si fa fatica a ricordare altri momenti in cui un’America così amaramente polarizzata si fosse spinta quasi fino al reciproco annientamento politico. Schama, in un  discorso, che è una cura razionale contro la  paura di queste elezioni, assicurava che questi momenti c’erano già stati e che l’America è riuscita a superarli. Una delle cose che il voto americano ci ha insegnato, scrive Packer, è che “il risultato delle elezioni del 2016 non è stato una coincidenza della storia  e nemmeno la conseguenza di un’interferenza straniera, ma un riflesso abbastanza accurato dell’elettorato americano. La tanto discussa maggioranza democratica che sta emergendo dall’inizio del millennio è ancora in una fase di formazione e probabilmente continuerà a emergere ancora nei prossimi anni. La volontà della maggioranza è effettivamente bloccata da regole antidemocratiche e da politici senza scrupoli, ma è una maggioranza nuda senza i numeri sufficienti per governare”.

Da una parte la mobilitazione democratica con le sue correnti, i suoi movimenti, in cui i più radicali per questa volta hanno accettato di fare un passo indietro per mostrare unità attorno a Joe Biden, un candidato moderato. Dall’altra quella repubblicana, dove la moderazione è diventata ormai minoranza, dove Trump è riuscito a prendere tutto, a ribaltare il partito.  “Decine di milioni di americani amano il Maga più di quanto amino la democrazia. Dopo quattro anni di violazione della legge, non ci possono essere illusioni sul presidente Donald Trump. Il suo primo mandato è culminato in uno sforzo sfacciato di sabotare la legittimità delle elezioni e impedire agli americani di votare. Le sue manifestazioni nell’ultima settimana di campagna elettorale sono state feste inondate di odio di massa, senza l’offerta di un futuro migliore”. Anche i trumpiani si sono mobilitati, hanno marciato verso le urne, “le ‘persone che amano la libertà’ hanno votato in massa, la loro disponibilità a buttare via le istituzioni repubblicane e la loro dignità suggerisce che molti americani hanno perso le qualità fondamentali che i Fondatori ritenevano essenziali per l’autogoverno”. Per Packer non c’è un modo chiaro di invertire questo declino,  perché anche l’altra America ne fa parte. Il primo errore è stato non comprendere quanto fosse eterogeneo l’elettorato trumpiano – Trump ha ottenuto i voti dei latini e anche “un numero non banale di elettori neri” – e questo ha sfatato una delle motivazioni che i progressisti avevano dato alla vittoria del presidente nel 2016: il razzismo. “I voti mostrano che l’abitudine dei progressisti di vedere gli americani come molecole disciolte in vaste e indifferenziate soluzioni etniche e razziali prive di azioni individuali è sia analiticamente fuorviante sia politicamente controproducente e arreca un danno  reale alla causa dell’uguaglianza”.