Le dimissioni, poi l’appello ai partiti. La via di Conte per il governo ter

Al Senato i numeri per Bonafede sono così risicati che rischierebbero di azzoppare il capodelegazione dei grillini al governo

Si chiamerebbe «governo di salvezza nazionale», ma non sarebbe altro che un Conte 3, basato su una maggioranza allargata a pezzi dell’area moderata del centrodestra e di cui farebbe parte anche Renzi. È questo il progetto al quale si lavora da alcuni giorni e sul quale si attende per oggi il responso del premier, che dovrebbe sciogliere la riserva e decidere se salire al Quirinale per formalizzare la crisi prima del voto in Parlamento sulla giustizia.

Conte non sembra avere molte alternative. Al Senato i numeri per Bonafede sono così risicati che rischierebbero di azzoppare il capodelegazione dei grillini al governo, e al tempo stesso di indebolire ulteriormente il presidente del Consiglio, che si ritroverebbe con un sostegno inferiore a quello ottenuto sulla fiducia. I «no» preannunciati dai senatori Casini, Nencini e Lonardo nei confronti del Guardasigilli, oltre a esprimere una linea garantista, sono una forma di pressione sul premier per indurlo ad accettare il progetto. Che passa per l’apertura formale della crisi. L’operazione prevede che Conte, dopo le dimissioni, rivolga un appello a tutte le forze politiche affinché collaborino a un governo di «salvezza nazionale»: dando per scontata la contrarietà di Lega e Fratelli d’Italia, dovrebbe invece materializzarsi l’appoggio al progetto dei centristi, in attesa che anche un pezzo di Forza Italia aderisca. Più o meno è lo schema che Franceschini aveva esposto giorni fa in un’intervista. Più o meno è quello che Salvini, Meloni e Tajani avevano anticipato a Mattarella al Quirinale, e cioè che «la maggioranza lavora a scardinare i partiti di opposizione».

La faglia nel centrodestra attraverserebbe il partito di Berlusconi, tenuto sotto osservazione dai suoi alleati. Ai quali non è sfuggito l’atteggiamento del Cavaliere, che l’altro ieri ha proposto un governo di unità nazionale e al contempo ha indicato la via delle elezioni anticipate. Un’ambiguità a cui va aggiunta una battuta sul premier che il leader forzista ha confidato a Casini: «Conte non sarà granché ma si sta mostrando abile». Sia chiaro, l’ex premier non aderirebbe all’appello rompendo l’unità della coalizione, ma se i «diversamente berlusconiani» del suo partito lo facessero, emergerebbe il nuovo quadro politico.

Il passaggio dal Conte 2 al Conte 3 avverrebbe sotto la garanzia di una rete di protezione, una sorta di «crisi pilotata» che inizierebbe con le dimissioni del premier, passerebbe per la richiesta al capo dello Stato di un reincarico per formare un nuovo governo sulla base dell’«appello», e si concluderebbe con il voto di fiducia in Parlamento. Così verrebbe sancito un compromesso dal sapore democristiano che imporrebbe (quasi) a tutti un sacrificio. Conte resterebbe a palazzo Chigi, ma il suo ruolo sarebbe ridimensionato, e in attesa del fatidico semestre bianco dovrebbe intanto cambiare gli equilibri della squadra alla quale si era affezionato. Renzi rientrerebbe in maggioranza, ma senza avere più la golden share della coalizione. Quel pezzo di Pd proveniente dai Ds che voleva regolare i conti con Iv, otterrebbe l’affidamento per la proporzionale ma dovrebbe riporre l’ascia contro l’odiato ex segretario. E tutti insieme, vecchi e nuovi alleati di governo, potrebbero cercare poi un’intesa sul futuro inquilino del Quirinale.

Resterebbero i grillini. Ed è proprio nel partito di maggioranza relativa, rimasto ai margini del gioco in questa crisi, che si registrano forti tensioni. Ieri Di Maio ha abilmente inchiodato il capo del governo alle sue parole, ricordando che il premier aveva escluso un rientro di Renzi in coalizione. Poi ha sbarrato la strada al Conte 3, «perché se non ci sono adesso i voti per il Conte 2 non ci saranno neanche dopo». Infine gli ha dato «quarantott’ore». Traduzione: dato che a palazzo Chigi hanno accentrato le trattative, adesso la sbrighino loro la situazione. Così il progetto di «salvezza nazionale» rischia di complicarsi e rivelarsi una ciambella senza il buco. C’è un motivo, infatti, se il premier non ha ancora sciolto la riserva, se nonostante le rassicurazioni ieri ha chiesto un’altra giornata di riflessione. Sarà pure un neofita della politica ma per quanto il percorso appaia blindato, sebbene gli autori del disegno lo abbiano rassicurato, il passaggio della crisi lo lascerebbe comunque senza scudo per un breve tratto. E per quanto breve possa essere, potrebbe essergli fatale. I centristi, Renzi, il Pd, Di Maio: non è che Conte abbia molte altre vie, ma vai a fidarti..