Le conseguenze psicologiche del Covid

Ansia e depressione per milioni di italiani colpiti dal virus. Parla David Lazzari (Cnop)

Le conseguenze psicologiche del Covid

Il “long Covid” è un tema di grande attualità e interesse, che spinge a fare un ragionamento non solo sulle conseguenze cliniche che si verificano dopo aver contratto il virus, ma anche su quelle psicologiche. Ne parliamo con David Lazzari, presidente del Consiglio nazionale dell’ordine degli psicologi.

Cosa si intende per long Covid dal punto di vista psicologico?

Il long Covid è attualmente oggetto di molti studi, anche da parte delle agenzie pubbliche internazionali, come il National Institute of Health degli Usa, il Nice inglese e, ovviamente, la stessa Oms. I sintomi segnalati in generale sono dolori muscolari e affaticamento, rallentamento fisico e mentale, ansia, depressione e disturbi della memoria e somigliano a quelli legati a grave stress cronico e dovuti allo stato infiammatorio che lo stress accentuato e prolungato causa nell’organismo. E’ probabile quindi che in generale sia in gran parte correlato allo stress fisico e psicologico causato dal Covid. La dimensione psicologica, sia emotiva che cognitiva, come evidenziano tutti gli studi è molto rilevante.

Quali sono i soggetti maggiormente colpiti? Esiste una stima che ci aiuti a capire di che numeri stiamo parlando?

Le ricerche, che ormai poggiano su centinaia di migliaia di casi osservati, mostrano che il 33 per cento delle persone colpite da Covid sviluppa disturbi di tipo psicologico, soprattutto di tipo ansioso, depressivo e legati a stress post-traumatico (questi ultimi dal 12 al 20 per cento). Questa percentuale sale al 39 per cento tra i soggetti che hanno avuto un ricovero per Covid e al 60 per cento tra i ricoverati nelle terapie intensive. Parliamo, come si vede, di milioni di persone. Ci sono anche studi tra i bambini e gli adolescenti che ci dicono che due soggetti su dieci mostrano disturbi tipo long Covid. Ma in realtà il quadro delle conseguenze psicologiche sui minori è molto complesso, perché il disagio psicologico spesso è espresso in forme indirette, emotive, cognitive e comportamentali, e si struttura come disturbo evidente in fasi successive della vita.

Quali strumenti di salute pubblica sono stati attivati o andrebbero attivati?

Nel decreto “Sostegni bis” si prevede un reclutamento in emergenza di 600 psicologi (sino al 31 dicembre 2021), un bonus per accedere a trattamenti psicologici (ma sono solo 10 milioni di euro) e l’esenzione del ticket per un colloquio psicologico nei reduci dalle terapie intensive per Covid, ma sono poco più di segnali simbolici. Qui occorre fare un discorso tecnico-scientifico chiaro alla politica e alle istituzioni: bisogna smettere di considerare la psicologia solo come terapia di lusso per chi può permetterselo o, nel pubblico, come competenza per i contesti psichiatrici di salute mentale. La professione psicologica ha una competenza e una missione sociale e sanitaria fortemente legata alla prevenzione, alla promozione del benessere, all’ascolto e sostegno in tantissime situazioni di disagio, oltre che di terapia. In sanità, ad esempio, deve trovare collocazione nelle Case di comunità oltre che negli ospedali, la psicologia scolastica deve servire a sostenere e accompagnare il percorso di sviluppo dei ragazzi, a dare prime risposte di prevenzione e ascolto anche sostenendo il lavoro degli insegnanti. Lo psicologo scolastico non si sostituisce al sanitario della Asl o all’insegnante, non cura in senso stretto e non insegna ma previene, promuove e sostiene. Pensiamo poi ai servizi sociali e per il lavoro: è possibile che le situazioni di marginalità sociale o i contesti per l’orientamento e il reinserimento al lavoro non abbiano competenze psicologiche? Pensare che le competenze psicologiche nel 2021 debbano, nel pubblico, essere disponibili solo nei servizi psichiatrici vuol dire avere una visione veramente anacronistica e lontana dalle esigenze e dalla sensibilità dei cittadini. Forse esiste una sorta di reticenza e diffidenza ad ammettere una fragilità di tipo psicologico e chiedere aiuto.

Cosa ne pensa e cosa direbbe a queste persone? Potrebbe essere opportuna una comunicazione sanitaria al pubblico sul tema?

Ci sono due temi fondamentali da evidenziare. Il primo è che una malattia mentale, un disturbo psichico, non va visto come una caratteristica dei soggetti deboli. Bisogna quindi togliere il senso di vergogna e rispettare queste situazioni. Importanti esempi li abbiamo avuti recentemente nello sport, dove tanti campioni hanno raccontato di aver sofferto di problemi psichici anche importanti. Il secondo punto è che non possiamo etichettare come malattia mentale o disturbo psichiatrico ogni forma di disagio psicologico. Oggi conosciamo un’ampia varietà di condizioni di malessere psicologico, spesso legate a tante situazioni della vita come stress, problemi affettivi, relazionali, socioeconomici, di lavoro, di salute. Situazioni che si giovano moltissimo di un aiuto psicologico anche minimale e collettivo (familiare, di gruppo, di organizzazione, di comunità) ma appropriato e tempestivo, e che invece, se trascurate, finiscono per innescare conseguenze anche importanti. Tutte le situazioni vanno comprese e rispettate, questo è il messaggio, ma non si può etichettare come disturbo mentale ogni forma di disagio psicologico, altrimenti allontaniamo tante persone dal chiedere aiuto.