Le confraternite criminali nigeriane alla conquista dell’Italia

Due operazioni nell’arco di pochi giorni ed entrambe contro la mafia nigeriana, nello specifico contro le confraternite “Eiye” e “Mephite“, la prima attiva tra Marche e Abruzzo mentre la seconda in Sicilia. Gli arresti di questi giorni dimostrano ancora una volta come in Italia ci sia un problema ed anche molto serio, legato alla presenza della criminalità organizzata nigeriana che in zone come quella campana di Castelvolturno si è da anni profondamente radicata, al punto da diventare oggetto di interesse da parte dei media internazionali e di indagini dell’Fbi.

Un fenomeno strettamente collegato a quello dell’immigrazione clandestina, visto che molti di coloro che vanno poi a rafforzare i ranghi di questi gruppi arrivano con i barconi di irregolari sulle coste della Sicilia per poi spostarsi sul territorio nazionale.

Le operazioni in Italia centrale

Il 21 di luglio venivano arrestate 15 persone tra Marche e Abruzzo, tutte accusate di associazione mafiosa dedita alla tratta di giovani prostitute, cessione di stupefacenti, reati violenti o punitivi nei confronti di altri connazionali, riciclaggio ed illecita intermediazione finanziaria.

Le operazioni, che hanno coinvolto le province di Ancona, Ascoli Piceno e Teramo e coordinate dalla Direzione Distrettuale Antimafia dell’Aquila, sono il proseguimento di quelle culminate nelle operazioni del luglio 2019 (Operazione “Subjection” sulla tratta di prostitute nigeriane) e del dicembre 2019 (Operazione “Travelers” sul riciclaggio di profitti illeciti diretti in Nigeria).

I soggetti arrestati erano tutti membri di un “Nest” (nido), una cellula attiva nelle province suddette e denominata “Pesha”, una delle tante attive nel cosiddetto “Aviary” italiano della “Supreme Eiye Confraternity” che si contende il territorio con altre confraternite come la “Black Axe”, i “Viking” e i “Maphite”.

Il capo-cellula o “Ibaka”, identificato come il 31enne Osagie Johnson (noto anche come “Solid G”), veniva rintracciato ed arrestato in un appartamento di viale della Vittoria a Jesi, dove viveva con moglie figlia e dove aveva anche un lavoro “di copertura” come operaio metalmeccanico. Un altro elemento di spicco, tale Prince Michael Osolase Ehiaguinah, veniva invece arrestato nella zona del Piano ad Ancona.

L’appartenenza alla “confraternita” era caratterizzata da una violenta iniziazione con vero e proprio pestaggio, un giuramento di fedeltà e una totale segretezza per quanto riguarda l’affiliazione che implicava non soltanto l’appartenenza a vita ma anche il pagamento di una specie di “tassa d’iscrizione”. Gli “sgarri” venivano severamente puniti, nei casi ritenuti più gravi, anche con l’omicidio.

L’operazione “Mephite” in Sicilia

Quattro giorni dopo, un’indagine della Direzione Distrettuale Antimafia di Catania portava all’arresto di 28 soggetti (25 nigeriani e 3 italiani membri della stessa famiglia) con le accuse di associazione per delinquere finalizzata al traffico e spaccio di droga, sfruttamento della prostituzione, contraffazione e alterazione di documenti per la permanenza clandestina sul territorio italiano.

I nigeriani venivano identificati come membri della cellula “Family Light House of Sicily“, a sua volta collegata alla confraternita criminale “Mephite“, presente e attiva non soltanto nel catanese, ma anche a Palermo, Messina e Caltanissetta da dove operava Ede Osagiede”. A Catania invece il “boss” indiscusso era Godwin Evbobuin. I due soggetti, pur gestendo piazze differenti avevano comuni canali di approvvigionamento e in alcuni casi sembravano anche interessati alle medesime operazioni economiche.

Lo scorso anno un’altra operazione nel catanese aveva portato all’arresto di 16 nigeriani membri dell’organizzazione criminale “Vikings“, accusati di associazione a delinquere finalizzata al traffico illecito di sostanze stupefacenti o psicotrope, detenzione, trasporto e spaccio di sostanze stupefacenti. Il gruppo operava da dentro il Cara di Mineo e la rete si estendeva fino in Francia e Germania.

Il voodoo come arma di ricatto e coercizione

Elemento essenziale utilizzato dalla criminalità organizzata nigeriana è il cosiddetto “juju” o magia nera che viene utilizzata per minacciare e far pressione sulle ragazze “acquistate” spesso con l’inganno di rosee prospettive di vita in Europa che si trasformano poi nell’incubo della prostituzione forzata e delle ingenti cifre da ripagare all’organizzazione.

Oltre alle vere e proprie minacce fisiche nei confronti dei parenti rimasti in Nigeria, alle ragazze viene fatto credere di poter diventare bersaglio di devastanti vendette da parte degli spiriti con i quali sono stati stretti dei patti attraverso pratiche di stregoneria nel momento in cui dovessero cercare di sottrarsi al giro della prostituzione o denunciare tutto alle Forze dell’Ordine.

Come illustrato ad InsideOver da George Akwei, agente di polizia che si è occupato del fenomeno per il Ghana Police Service, prima di partire alle ragazze vengono spesso presi pezzi di unghie, capelli e sangue, parti ritenute dai credenti del Juju particolarmente impregnate di energia vitale della vittima, per poi venir utilizzate assieme ad altri elementi rituali dal Babalawo (lo stregone), che procede così a “sigillare” il patto con la vittima. Insomma, una vera e propria trappola che a molti sembrerà assurda ed obsoleta superstizione, ma che in diverse zone dell’Africa e soprattutto in quelle rurali è un credo molto radicato e diffuso.

Italia come snodo principale della criminalità organizzata nigeriana

L’Italia è da anni diventata centro nevralgico delle varie confraternite criminali nigeriane, al punto da essere più volta finita al centro di inchieste giornalistiche internazionali come quella del Washington Post dello scorso anno e del Guardian, nello specifico sulla Sicilia. La fama di una Castelvolturno finita in mano alla criminalità nigeriana è invece arrivata fino in Australia, con la Abc News che la definisce “terra desolata senza legge e in mano ai nigeriani”.

La presenza delle confraternite nigeriane è poi segnalata in quasi tutte le grandi città italiane ma anche in zone meno trafficate, come dimostrano i recentissimi arresti in Marche ed Abruzzo.

L’Italia è il principale porto di approdo per i traffici di queste organizzazioni, con un rapporto IOM-Onu del 2017 che indicava addirittura un incremento del 600% del numero di potenziali vittime di traffico sessuale giunti nel Paese via mare e con la maggior parte delle vittime provenienti dalla Nigeria.

Le grinfie delle confraternite nigeriane si espandono anche in altri Paesi europei come la Gran Bretagna, dove tre soggetti legati alla “Black Axe” venivano arrestati e condannati a 16 anni lo scorso anno per aver riciclato una cifra pari a un milione di Sterline. Importanti operazioni di polizia venivano poi registrate anche in Germania e Svezia, dove le attività legate alla prostituzione sono particolarmente presenti.

Se dunque le confraternite criminali nigeriane sono in espansione in tutta Europa, l’Italia resta non solo il primo approdo europeo, ma anche territorio di conquista in certi casi addirittura strappato alla criminalità autoctona. Sulla questione della mafia nigeriana in Italia è recentemente intervenuta Maricetta Tirrito, portavoce del Comitato Collaboratori di Giustizia (Cogi) che dopo aver denunciato un “silenzio che in Italia regna da troppo tempo sulla pericolosità di questa organizzazione criminale”, ha chiesto la creazione di un osservatorio che si occupi esclusivamente della criminalità organizzata nigeriana, dei suoi flussi d’ingresso e delle modalità di attivazione delle sue cellule.