L’America si rimangia il ritiro dall’Iraq. “Restiamo”

Né l'Amministrazione Trump né il regime degli ayatollah vogliono una guerra. Tra Washington e Teheran è solo deterrenza

Il Pentagono ha preso le distanze dalla lettera ufficiale che un generale americano ha consegnato a Baghdad a un generale iracheno per annunciare che le forze americane si stanno preparando a lasciare il paese. Il segretario alla Difesa e il capo di stato maggiore americano dicono che la lettera è stata consegnata per errore e soprattutto che l’annuncio non corrisponde al vero: gli americani non stanno abbandonando l’Iraq. Questo errore clamoroso arriva il giorno dopo a una voto non vincolante del Parlamento iracheno che chiede al primo ministro di revocare l’autorizzazione alle forze militari straniere in Iraq – è una procedura che se anche scattasse oggi darebbe agli americani un anno di tempo per lasciare il paese. L’America ha in Iraq circa cinquemila soldati impegnati in operazioni contro i resti dello Stato islamico.

Anche se il Pentagono dichiara che si è trattato di un errore, la presenza a lungo termine degli americani e con loro dei contingenti delle altre nazioni – inclusi gli italiani – sembra sempre meno certa. Domenica un articolo di Reuters spiegava che a metà ottobre il generale Qassem Suleimani aveva tenuto un incontro a Baghdad con i comandanti delle sue milizie per accelerare la campagna contro le forze della Coalizione internazionale che si occupano della lotta allo Stato islamico in Iraq. Suleimani voleva creare una nuova milizia sconosciuta agli americani e annunciava l’arrivo di nuove armi dall’Iran, inclusi missili antiaerei per abbattere gli elicotteri americani – secondo due comandanti presenti all’incontro. In effetti negli ultimi due mesi dell’anno ci sono stati tredici attacchi contro le basi, quindi un’accelerazione. La morte di Suleimani non cambia il disegno generale dell’Iran in Iraq, le forze internazionali sono spinte via – perché non possono rimanere e fare da bersaglio agli attacchi con mortai e razzi.

A quattro giorni dall’uccisione a Baghdad da parte degli americani del generale iraniano Qassem Suleimani, entrambe le parti ripiegano sulla deterrenza. Il presidente americano, Donald Trump, ha stabilito in modo che più pubblico non si potrebbe un principio chiaro: “Se l’Iran dovesse attaccare qualunque persona o obiettivo americano gli Stati Uniti colpiranno subito anche in maniera sproporzionata”, dove quel “anche in maniera sproporzionata” è un avvertimento che dovrebbe tagliare alla radice ogni tentazione di cominciare una faida con attacchi minori. Anche il consigliere di Khamenei, Hossein Dehghan, dice che la rappresaglia dell’Iran colpirà soltanto obiettivi militari e che il suo paese non vuole la guerra (di nuovo) che è un altro modo per circoscrivere molto la situazione. Ieri le dichiarazioni reciproche sono diventate un balletto. Trump aveva annunciato che l’America ha già pronti 52 bersagli da bombardare, uno per ogni ostaggio della crisi dell’ambasciata nel 1979, come risposta alle Guardie della rivoluzione che avevano dichiarato di avere individuato 35 obiettivi da colpire. Il presidente iraniano Hassan Rohani ha risposto che allora deve tenere in mente il numero 290, che si riferisce ai passeggeri morti di un volo di linea abbattuto da un missile americano nel Golfo nel 1988. Tuttavia, se si parla di deterrenza e non di un conflitto a terra e prolungato, l’Iran è completamente esposto e c’è uno disequilibrio totale fra le forze. Non è nemmeno possibile per l’Iran colpire gli americani attraverso i gruppi filoiraniani nella regione, come il Partito di Dio in Libano, perché l’attacco sarebbe subito ricondotto all’Iran e considerato come iraniano.