L’allarme dell’Oms sui contagi. «Sono la punta dell’iceberg»

Super tecnici convocati stamattina a Ginevra dall’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per decidere le priorità di ricerca e investimenti. Diagnosi rapida, vaccino, cure: c’è moltissimo da fare per prendere il controllo del coronavirus che ha già contagiato 40mila persone. Sul vertice incombe però il monito del presidente Tedros Adhanom Ghebreyesus, che con le sue parole ha suscitato ulteriore apprensione. Ha affermato che la situazione è peggiore di quanto si creda in Cina e altrove: «Ci sono stati casi inquietanti di diffusione in individui che non avevano viaggiato. Questo può indicare una trasmissione più diffusa in altri Paesi. Può darsi che questa sia solo la punta dell’iceberg». E ancora: «È un nemico comune». L’allarme del numero uno dell’agenzia dell’Onu non riguarda certo l’Unione europea e Regno Unito, dove il nuovo coronavirus 2019-nCoV ha colpito in modo estremamente moderato (37 pazienti secondo il centro europeo per il controllo delle malattie Ecdc).

Il sospetto ricade sui Paesi limitrofi alla Cina o con importanti scambi con il governo di Pechino, rimasti esenti dall’epidemia almeno sulla carta. È verosimile ad esempio che l’Indonesia non ne sia stata neppure sfiorata? E che in Africa non sia stato segnalato neppure un contagio, malgrado gli intensi traffici commerciali con la Cina e la presenza in Etiopia, Eritrea e Somalia di larghe comunità cinesi?

Su questi elementi sembra interrogarsi Ghebreyesus quando parla di «iceberg » e riferisce di casi di infezione secondaria, estesi a una cerchia potenzialmente molto più ampia di popolazione. Resta inoltre il dubbio che la Cina, pur nel clima di collaborazione e trasparenza con le autorità sanitarie internazionali, abbia dichiarato i veri numeri dell’epidemia. Commenta Pier Luigi Lopalco, epidemiologo dell’università di Pisa: «Prevale l’impressione che i dati siano parziali. Molti Paesi non possiedono gli strumenti sanitari per circoscrivere i focolai ed è questa la preoccupazione». Timore lontano dall’Ue e dall’Italia, forti di sistemi sanitari capaci di prevenire la diffusione anche attraverso la strategia del contact raising, la mappatura dei contatti locali avuti dai pazienti trovati positivi. Da noi il lavoro investigativo è svolto capillarmente dalle Asl appena scatta l’allarme su un potenziale focolaio.

Lo studio

Una ricerca citata dall’«Independent» allunga il periodo di latenza a 24 giorni

Si fanno largo notizie che non trovano conferme. Il giornale britannico Independent ha anticipato lo studio di ricercatori cinesi dove si afferma che il periodo di incubazione del virus è di 24 giorni anziché 14. Sempre in Cina sono cominciati i test sugli animali di un candidato vaccino, iniettato in 100 topi. Lo annuncia un gruppo di ricerca dell’università Tongji di Shanghai. Gli esperimenti sarebbero in fase avanzata. Poi si proverà sulle scimmie