«L’algoritmo non sostituisce l’ingegno umano e lo sguardo»

«Far lavorare le macchine significa aumentare la potenzialità degli interventi umani, non deve impigrire». «Nel campo medico possono essere un grande ausilio, ma non possono sostituire lo sguardo, il tocco e la parola del sanitario, tutti elementi terapeutici». Parla Filippo Maria Boscia, presidente dei Medici Cattolici, a margine del Convegno PAV sull'intelligenza artificiale.

L’intelligenza artificiale va umanizzata e, soprattutto, va regolata. Questo il messaggio di fondo che emerge dall’assemblea annuale della Pontificia Accademia Pro Vita, sul tema Il “Buon Algoritmo”? Intelligenza Artificiale: Etica, Diritto, Salute (26-28 febbraio), appena conclusasi nell’Aula Nuova del Sinodo, alla presenza di studiosi di ogni ambito, provenienti da ogni continente. Un importante confronto di idee in merito ad un paradigma scientifico che si evolve a velocità impressionante e che ha coinciso con la sigla di due accordi: un’“intesa etica” tra Pontificia Accademia Pro Vita, Microsoft, IBM e FAO; un accordo tra Ospedale Bambino Gesù e IBM per accelerare la ricerca e la cura in campo pediatrico. Tra gli uditori dell’assemblea, La Nuova Bussola Quotidiana ha raccolto l’opinione di Filippo Maria Boscia, presidente dell’Associazione Medici Cattolici Italiani (AMCI) e membro della Pontificia Accademia Pro Vita.

Professor Boscia, quali sono a suo avviso i contenuti più importanti emersi dall’assemblea appena conclusa?
Premetto che è stato molto significativo porre un accento sulla semantica: parlare di “buon algoritmo” o di “algoritmo buono” cambia molto i termini della questione. Ciò detto, è importante sottolineare che quella che definiamo “intelligenza artificiale” è innanzitutto un sistema che deriva dall’intelligenza umana, un sistema che può eseguire degli ordini ma non certo capace di elaborare un proprio pensiero. Potremmo interpretare l’intelligenza artificiale come un ausilio per le nostre menti, che verrebbero così distolte da attività ripetitive e non cognitive, allargando così il nostro profitto e il nostro ingegno, e favorendo nuove possibilità per il bene comune. Non credo nessuno voglia demonizzare i progressi della scienza e l’utilizzo delle nuove tecnologie. L’uomo, però, non deve impigrirsi: far lavorare le macchine, quindi essere più libero e, per certi aspetti, più “ludico”, per occuparsi di più di se stesso, non è certo una caratteristica della vita umana, perché gli uomini devono sempre avere una prospettiva e un orizzonte. Un orizzonte, però, non si raggiunge mai: dovremmo sempre essere alla ricerca di nuovi confini, illuminati dalla sapienza e anche dalla fede, evitando di fare affidamento soltanto sulle nostre capacità ma soprattutto diventando più umili e meno autoreferenziali.

In campo medico, che prospettive offre l’intelligenza artificiale?
La robotica può offrire grandi opportunità alla medicina, aiutando in particolare nella precisione dei movimenti e nella visione quadridimensionale degli interventi, aiutando quindi il medico ad accrescere le proprie possibilità e, in particolare, la propria manualità. In medicina, ci troviamo di fronte a un paradigma che potrebbe aiutarci a ricostituire l’unità della persona. L’intelligenza artificiale può valutare benissimo la corporeità ma non la sensibilità. La macchina non parla, può ascoltare, può elaborare ma sicuramente non è in grado di elaborare dei consigli. È quindi impossibile fidarsi totalmente della tecnologia, anche perché l’uomo ha bisogno di tre elementi fondamentali: lo sguardo, il tocco e la parola. Si tratta di tre elementi terapeutici che permettono di prendersi cura del paziente anche quando la medicina non può guarire. La medicina non è onnipotente, la fragilità umana la sovrasta. Si pensi al momento che stiamo attraversando: si è creato il terrore intorno a un virus che, in fin dei conti, non è così altamente letale. Questa paura non la si può curare con gli algoritmi ma con il conforto, nel senso etimologico del termine: trovarsi insieme per dare la forza. Il conforto è una medicina importante in un momento in cui si parla molto di malati terminali che, spesso, alla fine sopravvivono cinque, anche dieci anni. Dobbiamo smettere di illudere la gente di aver raggiunto ogni tipo di conoscenza. L’intervento di qualsiasi tecnologia avanzata può diventare quindi uno schermo che distoglie lo sguardo, allontana la parola e impedisce il tocco.

È oggetto di forte discussione la prospettiva secondo cui i progressi dell’intelligenza artificiale andrebbero a rendere inutili decine di professionali, determinando livelli di disoccupazione senza precedenti…
In questo momento stiamo vivendo il risvolto negativo di questo aspetto. Io, però, invito a guardare anche al positivo: le nuove tecnologie potrebbero spingere a scoprire nuovi metodi per essere utili all’umanità. Intendo dire che l’intelligenza artificiale, non potendo sostituire l’intelligenza umana, deve piuttosto potenziarla per andare oltre e perseguire quelle prospettive e quegli orizzonti di cui parlavamo. Se la medicina e la tecnologia si accontentano di quello che hanno scoperto finiscono per distruggere la speranza. Noi, però, non possiamo accontentarci del presente: al contrario, dobbiamo avere sempre più speranza per il futuro.

È già possibile sintetizzare una sorta di “etica cattolica dell’algoritmo”?
Il magistero pontificio è sempre stato molto accorto e, di fronte ai progressi della scienza, si è sempre dato questa risposta: possiamo utilizzare ogni forma di tecnologia disponibile, l’importante è che poniamo al centro l’uomo e la sua Resurrezione. Quando noi diciamo di aver “scoperto” qualcosa, in realtà, non abbiamo scoperto nulla, abbiamo solo evidenziato i motivi che ci portano verso questa prospettiva fortemente ammirata che è la Creazione. Qualunque cosa può essere utile alla nostra vita e alla Resurrezione o, al contrario, funestarla, l’importante è che il suo utilizzo sia sempre all’insegna della saggezza e della sapienza. Penso all’energia nucleare declinata per usi medici o, al contrario, bellici