L’affondo di Renzi: al Quirinale va portata l’intesa per un nuovo esecutivo, Conte non ha più i voti

«La soluzione» sarebbe un accordo per nuovo governo. Così dicendo, Renzi ha confermato di essere già proiettato oltre il Conte 2, dando per scontata la fine dell’attuale esecutivo. Fine che — a suo giudizio — il presidente del Consiglio ha accelerato «quando ha annunciato di voler andare in Parlamento»:

Sostiene Renzi che il capo dello Stato è rispettoso del ruolo della politica, e la politica dev’essere rispettosa verso il Capo dello Stato. Nei colloqui avuti ieri con esponenti di partito, il leader di Italia viva ha utilizzato un gioco di parole per offrire la sua interpretazione del messaggio di fine anno di Mattarella. Ha spiegato che il presidente della Repubblica «non ci ha fermati», non ha posto cioè veti e tantomeno si è schierato nel conflitto tra Iv e il premier. Ma ha anche aggiunto che c’è un solo modo perché la politica possa ricambiare il rispetto del Quirinale: «Al capo dello Stato va portata la soluzione».

«La soluzione» sarebbe un accordo per nuovo governo. Così dicendo, Renzi ha confermato di essere già proiettato oltre il Conte 2, dando per scontata la fine dell’attuale esecutivo. Fine che — a suo giudizio — il presidente del Consiglio ha accelerato «quando ha annunciato di voler andare in Parlamento»: «Si è trattato di un passo falso. Lui pensava di fare con noi il gioco del cerino, per metterci paura e additarci come irresponsabili che non hanno a cuore il bene del Paese. In realtà è Palazzo Chigi che oggi appare immobile davanti all’emergenza. E in assenza di novità, che immagino non ci saranno, il sette gennaio noi ci assumeremo la responsabilità di ritirare la nostra delegazione di ministri». La crisi allora verrà formalizzata, e a quel punto Renzi vorrà vedere se Conte deciderà davvero di andare alla conta in Parlamento: «Magari mi sbaglierò e avrà i numeri con il sostegno dei responsabili». Con buona dose di perfidia ha raccontato di un’indiscrezione ricevuta: «Pare che il vice segretario del Pd Orlando stia parlando con il governatore Toti. Si tratterà di questioni liguri…».

In ogni caso, Renzi è convinto che se il premier scegliesse lo show down«andrebbe sotto, come accadde a Prodi. E uscirebbe definitivamente di scena», siccome sarebbe difficile ipotizzare un suo reincarico. Quella di Renzi sarà pure una strategia della tensione messa in atto contro il presidente del Consiglio, ma ci sarà un motivo se giudica «una mossa suicida» l’affermazione fatta nella conferenza stampa di fine anno: «Perché non solo non ha messo in sicurezza il Conte bis ma ha messo a rischio anche il Conte ter. E ammesso anche che vincesse, cioè che trovasse i numeri, vorrei vederlo poi…». È una cosa che Franceschini non vorrebbe vedere: sebbene sia schierato a difesa del governo, il capodelegazione del Pd è terrorizzato all’idea di un esecutivo che si regge su un gruppetto di responsabili e privo del controllo delle commissioni Parlamentari. Perciò il ministro della Cultura è scettico sulla prova di forza contro Renzi alle Camere.

La situazione appare compromessa e l’atteggiamento del premier — anche secondo i maggiorenti del Pd — non aiuta. C’è la prova (una tra le tante) del deterioramento dei rapporti tra palazzo Chigi e i democratici: sta nella trattativa sulla bozza del Recovery fund. A parte i nodi industriali, il premier si è «intestardito» — come racconta un autorevole dirigente dem — nel voler inserire tra i finanziamenti la controversa Fondazione per la cyber sicurezza, che al Nazareno guardano con ostilità, perché ritenuta una sorta di «struttura parallela dei servizi». Il ministro per gli Affari europei Amendola si è trovato in mezzo a questo braccio di ferro, finché — stanco di mediare — all’ennesima telefonata di protesta proveniente dal Pd, ha risposto: «Vorrà dire che gli boccerete questa Fondazione quando arriverà in Parlamento».

Il problema politico, per i democratici, è che si stanno logorandonel silenzioso lavoro diplomatico quotidiano, «mentre Renzi si è impossessato delle nostre parole d’ordine e con quelle sfida Conte»: dal Mes, alle «controproposte» sui progetti del Recovery fund, fino all’autorità delegata dei servizi. «È stato il Pd a dire che serviva un patto di fine legislatura», ricorda il leader di Iv, che con malizia aggiunge: «Ciò che non capisco è come mai, pur di difendere Conte, siano arrivati a minacciare il voto anticipato». Opzione che Renzi ha provveduto a togliere dal tavolo dopo aver parlato con Franceschini e con l’altro uomo forte del Pd, Bettini: «Se qualcuno di voi teme le urne — ha detto ai suoi senatori — chiedete a loro due, così fate prima». Resta l’enigma della «soluzione».

Il ministro della Difesa l’altro giorno — parlando con alcuni esponenti di Base riformista — aveva definito «inevitabile la crisi, visto come si sono messe le cose». Conte non aveva ancora tenuto la sua conferenza stampa, e Guerini era parso ottimista sull’esito della trattativa: «Si potrebbe chiudere presto con una nuova squadra di governo». Chissà se ora ha cambiato idea. Perché ora lo scenario appare diverso. Nell’ipotesi che Conte decida di non sfidare Iv con un voto in Parlamento e preferisca invece limitarsi a un discorso prima di salire al Colle per rassegnare le dimissioni, il capo dello Stato potrebbe assegnargli un altro incarico. Ma Franceschini, che conosce Renzi come le sue tasche, già prevede che il suo ex compagno di partito metterà il veto sul nome di Conte. Se così fosse, per «Giuseppi» sarebbe «game over». È ovvio che il premier stia studiando le contromosse, così com’è ovvio che il leader di Iv voglia tenere ancora coperte delle carte, certi rapporti con esponenti dell’opposizione su un’ipotesi di governo di unità nazionale, «che viene visto come la fine della politica mentre invece le offrirebbe l’opportunità di un nuovo inizio.