La “via della bellezza” su cui è costruito il Duomo di Milano (e le scuole paritarie)

L’incredibile storia della Fabbrica della cattedrale meneghina testimonia il valore inestimabile delle opere del popolo. Come l’educazione. Un Duomo, dunque, davvero costruito dal popolo. E non solo dai fedeli stricto sensu, ma anche da usurai, criminali, carcerati e prostitute. Come quelle che arrivavano alla sera di fronte al sagrato e andavano a offrire alla Madonna la decima della notte. La scintillante e puntualissima ricerca di Martina Saltamacchia sul registro delle donazioni ha fatto emergere storie di uomini e donne incredibili, protagonisti di commoventi atti di carità. Storie che hanno lasciato alunni e genitori a bocca aperta.

Nei giorni in cui il governo, dopo reiterate insistenze e levate di scudi, arriva a regalare alle scuole paritarie non più di qualche briciola (mettendo in serio pericolo, nell’ordine, la loro esistenza; il diritto alla libertà educativa per 900.000 iscritti; la stessa scuola statale che difficilmente reggerebbe l’urto dell’esodo), succede che proprio una paritaria, l’Istituto cattolico “V. Chizzolini” di Sarezzo, in Valtrompia, approfitti della didattica a distanza per un’ardita lezione dal lontano Nebraska.

Il tema è di quelli affascinanti: la costruzione del Duomo di Milano. Non meno intrigante è la protagonista dell’incontro, colei che racconterà ad alunni e genitori l’epopea, durata sei secoli, della splendida cattedrale di Milano, una delle opere più imponenti della cristianità. Parliamo di Martina Saltamacchia, docente di Storia medievale a Omaha, presso l’Università del Nebraska, e autrice del saggio Costruire cattedrali (Marietti).

Un cantiere per tutti. Ma proprio tutti

Per secoli la costruzione del Duomo di Milano è stata attribuita al duca Gian Galeazzo Visconti. Così raccontano i libri di scuola. Lo studio di Martina Saltamacchia – presentato al Meeting di Rimini del 2012 all’interno di una fortunatissima mostra sul Duomo intitolata “Ad usum fabricae” – rovescia completamente le cose: non al duca, ma al popolo milanese si deve l’86 per cento delle entrate per la costruzione della cattedrale.

Un Duomo, dunque, davvero costruito dal popolo. E non solo dai fedeli stricto sensu, ma anche da usurai, criminali, carcerati e prostitute. Come quelle che arrivavano alla sera di fronte al sagrato e andavano a offrire alla Madonna la decima della notte. La scintillante e puntualissima ricerca di Martina Saltamacchia sul registro delle donazioni ha fatto emergere storie di uomini e donne incredibili, protagonisti di commoventi atti di carità. Storie che hanno lasciato alunni e genitori a bocca aperta.

Marco il mercante e Marta la prostituta

Storie come quella di Marco Carelli, ad esempio. Noto mercante sempre in sospeso tra legalità e illegalità, che il commercio di noce moscata aveva reso ricchissimo. Un mercante più volte trascinato in tribunale, ma capace addirittura di fondare una confraternita, e poi di fornire alle ragazze povere un’istruzione di assoluta qualità (oltre alla dote per sposarsi). E infine, alla festa dell’Assunta del 1386, giorno scelto per la posa della prima pietra della cattedrale, capace di lasciare in testamento tutta la sua fortuna alla Fabbrica del Duomo. Una cifra esorbitante: 35.000 ducati. Carelli, che ad un certo punto deciderà di lasciare alla cattedrale tutto e subito, senza cioè aspettare la morte, vivrà molti anni in povertà. Ma alla Fabbrica dovevano già intuire quello che molto più tardi scriverà G. K. Chesterton, cioè che «la misura di ogni felicità è la riconoscenza». Se è vero che al mercante capostipite dei donatori, in anticipo di secoli sulla costruzione delle altre 134, sarà dedicata, nel 1404, la prima guglia del Duomo. La “Guglia Carelli”, appunto.

Incredibili storie di fede, dicevamo. Come quella della prostituta Marta de Codevachi, dai milanesi soprannominata “Donona”. La quale, convertitasi, abbandona il bordello, adotta un’orfanella che chiama Venturina, e dopo aver compiuto innumerevoli atti di carità, lascia i suoi averi per il Duomo. La Fabbrica deciderà di additare questa donna ad esempio per tutta la città, e per lei organizzerà un solenne corteo funebre guidato dai preti della cattedrale.

Lo scialle di Caterina

Il racconto di un Medioevo così ricco, inedito, affascinante, specie in questa temperie culturale così ostile ad ogni forma di autonomia del pensiero (e in cui in molte scuole il Medioevo non si insegna più), sembra far riemergere con forza il grido mite di don Giussani: «Mandateci in giro nudi ma lasciateci liberi di educare».

Dalle ricerche di Martina Saltamacchia è affiorata anche la storia struggente di Caterina, personaggio entrato nel cuore degli alunni della “Chizzolini” (chiamare “Caterina” la stanza virtuale sulla piattaforma Meet è stato un modo per omaggiarla). Una vecchietta poverissima, addetta alla pulizia delle pietre all’interno del cantiere. Nel freddo di una mattina, intimamente toccata dalla lunga fila di donatori di fronte all’altare, Caterina si toglie dalle spalle l’unica pelliccetta logora che la ripara dal freddo e la porta in offerta. Quando questa verrà messa all’asta, ci sarà chi, riconoscendola, la riscatterà e correrà al cantiere per rimettergliela sulle spalle. E ci sarà anche chi, alla sera, guardando il registro delle donazioni e delle vendite dell’asta, comprenderà l’accaduto, la manderà a chiamare e le donerà tre fiorini d’oro. Serviranno a Caterina tre anni dopo. Li userà per poter scendere a Roma a lucrare l’indulgenza plenaria concessa per il Giubileo del 1390.

Continuare a costruire cattedrali

La verità è che in un orizzonte immenso – come è stato quello degli uomini che costruirono la cattedrale – ogni gesto, anche il più piccolo, ha acquistato un valore infinito. Esattamente come quello, tutto di natura educativa, di cui con quest’incontro è stato protagonista l’Istituto “Vittorino Chizzolini”. L’unica scuola cattolica nella valle che diede i natali a Paolo VI. Un’agenzia educativa – come molte altre eccellenti paritarie sparse nel nostro paese – che attraverso la “Via Pulchritudinis” è decisa a (ri)costruire nei suoi studenti (e per contagio nelle loro famiglie) quella passione, quell’entusiasmo e quella virtù della speranza che l’estenuante sosta da Covid-19 ha forse potuto fiaccare, ma che in nessun modo deve riuscire a cancellare. Anche questo è costruire cattedrali.