La vera fase 2

Non potremo restare chiusi per sempre. Bisogna pensare a forme alternative di contenimento del virus

Rinchiusi a vita, fino alla identificazione di una cura o di un vaccino? Se proviamo a rispondere a questa domanda dal punto di vista puramente epidemiologico, la risposta è che, almeno in parte, dovremo continuare fino a quel momento a esercitarci nel confinamento sociale, più o meno stringente.

Lo dicono gli episodi di reinfezione (anche importata dall’estero) a cui si sta assistendo in molti paesi asiatici che hanno superato la prima ondata epidemica e lo dice un nuovo studio appena pubblicato su Lancet, in cui si mostra come, appena le misure di contenimento sono state rilassate a sufficienza e si è riaperta per esempio Wuhan, il numero di contagi ricomincia a crescere, e così il famoso parametro R, che indica il numero medio di persone contagiate da ogni soggetto infetto. Provate però a rivolgere la stessa domanda a uno psichiatra o a uno scienziato cognitivo o sociale. La risposta sarà abbastanza diversa: i danni del contenimento sociale, in Cina, si sono già visti – basta osservare l’aumento del 30 per cento dei divorzi durante il periodo di quarantena – e i segni di rivolta sociale non sono mancati, né in Cina né altrove.

Dunque, se chiediamo a un epidemiologo, la risposta a questa domanda è certamente affermativa – anche se la severità delle forme di contenimento sociale può essere variata su scala geografica o temporale a seconda dei singoli focolai epidemici che si svilupperanno.

Provate però a rivolgere la stessa domanda a uno psichiatra o a uno scienziato cognitivo o sociale. La risposta sarà abbastanza diversa: i danni del contenimento sociale, in Cina, si sono già visti – basta osservare l’aumento del 30 per cento dei divorzi durante il periodo di quarantena – e i segni di rivolta sociale non sono mancati, né in Cina né altrove.

Siamo animali sociali, e anzi questo è un tratto che la selezione naturale ha favorito in noi forse più che in ogni altro primate, perché è risultato vantaggioso: i danni che possono ricevere i nostri corpi con un certo tasso di rischio vanno soppesati contro quelli che può fare la nostra psiche in condizioni di stress, paura, isolamento. come insegna il caso del padre di famiglia indiano che si è suicidato per la sola paura di aver contratto il virus.

E’ a questo punto assolutamente necessario considerare che non solo la nostra economia sta andando in pezzi, a tutela della salute collettiva, ma rischia di andare in pezzi anche la nostra stessa psiche; e non vale ricordare che, qualche generazione fa, si sono dovuti sopportare due anni di guerra – perché mentre la guerra è essa stessa parte del nostro percorso evolutivo e della nostra storia, anche se lascia a sua volta pesantissime impronte nella nostra psiche e nei nostri corpi, non altrettanto si può dire dell’isolamento per periodi troppo lunghi di intere nazioni – non sappiamo cosa potrebbe succedere, è un esperimento mai tentato.

E’ quindi più che mai necessario pensare a forme alternative di contenimento del virus, basate sulla capacità di intercettare molto rapidamente i nuovi focolai e di sacrificare altri aspetti molto più moderni del nostro modo di vivere, come per esempio il diritto alla privacy.

Soprattutto – e questo è l’aspetto più importante – è necessario che chiunque prenderà decisioni per i prossimi mesi parta dalla condivisione dello scenario che immagina, perché la comunità di ricerca possa valutare quali sono i mezzi (se ne esistono) per poterlo realizzare.

In alternativa, continueremo a brancolare inseguendo il virus settimana per settimana dove vorrà portarci.