La testimonianza di Pier Giorgio Frassati. Al prezzo della vita

La carità non ha confini, né limiti di tempo e di spazio. Richiede dedizione, fatica, e a volte costa molto in termini di sacrificio. A uno dei grandi testimoni del Vangelo dei nostri tempi, il beato Pier Giorgio Frassati (1901-1925), è costata la vita stessa.

Il giovane era impegnato attivamente nell’apostolato ed era solito aiutare le famiglie povere di Torino, accudire i malati, visitare le persone sole e bisognose. Si faceva tutto a tutti. Proprio per questa sua completa donazione agli altri contrasse quella che, nei primi decenni del Novecento, era una temibile e contagiosa malattia: la poliomielite. Si trasmetteva rapidamente anche tramite la saliva e le goccioline emesse con i colpi di tosse e gli starnuti da soggetti ammalati o portatori sani. Purtroppo, quando visse il beato, il vaccino era ancora lontano, arriverà negli anni Cinquanta.

Diversa l’epoca, diversa la malattia, ma affrontiamo oggi qualcosa di simile a ciò che dovette sperimentare Frassati. Una cosa però rende il beato un esempio e, al contempo, una speranza: si ammalò del virus della polio esercitando la carità, quella che ancora oggi mette a rischio la vita di medici, infermieri e volontari. Il giovane non si fermava davanti alle precarie situazioni di povertà, alle miserie, alle carenze igieniche di tante famiglie a cui mancava non solo il necessario, ma anche la speranza. Pier Giorgio non si fermò nemmeno davanti alla temibile influenza spagnola. Aveva appena 17 anni quando scoppiò la pandemia nel gennaio 1918. Era iscritto alle Conferenze di San Vincenzo da solo un anno, eppure sentì dentro di sé impellente il bisogno di aiutare chi stava soffrendo. Voleva farlo anche offrendo solo un sorriso, una parola, un breve colloquio. Non vi erano molti mezzi a disposizione a quel tempo, ma il beato non temette di rischiare la vita.

La testimonianza di Giuseppe Gorgerino è quanto mai significativa: «Si recava a visitare i poveri durante la famosa epidemia spagnola del 1918, non esitando a compiere i più umili servizi, anche quelli igienici». Anche Mario Ghemlera conferma la predilezione di Frassati per i malati e i sofferenti e ricorda che la sua meta preferita era il Cottolengo: «Passava tra le corsie con carità vigile e sicura, consolando i miseri e fermandosi a parlare con loro, come fossero veramente quei fratelli che egli chiamava, e recando denaro e dolci e roba di vestiario, e non dimenticando, di là d’ogni repulsione umana e di ogni timore di possibile contagio, di baciarli come il più caro amico». Il beato aveva raggiunto una maturità umana e cristiana alla scuola della Fuci di Torino, a cui si iscrisse nel 1919, e del Terz’Ordine domenicano, dove entrò nel 1922. Aveva imparato sul campo cosa significasse essere povero, lui che era nato in una agiatissima famiglia. Suo padre, infatti, era stato il fondatore e direttore del quotidiano «La Stampa».

Ma Pier Giorgo era uno spirito libero. A chi gli chiedeva come facesse ad andare in certi luoghi squallidi e maleodoranti, rispondeva: «Intorno ai poveri e agli ammalati io vedo una luce che noi non abbiamo».

Quando la poliomielite iniziò a compromettere gravemente il suo stato di salute ebbe bisogno anche di bombole di ossigeno, un particolare che lo avvicina ancora di più a quanto accade ai nostri giorni. Eppure, anche in quei momenti pensava agli altri. A questo proposito, le parole del Frassati sono di scottante realtà: «La nostra salute deve essere messa al servizio di chi non ne ha, chè altrimenti si tradirebbe il dono stesso di Dio e la sua benevolenza». Sembra un invito a non temere niente se si è uniti a Dio. E quando fu lui il malato bisognoso di assistenza, non si dimenticò dei poveri e dei bisognosi che visitava. Sul letto dove era inchiodato dalla malattia, il suo pensiero andava sempre a quanti sosteneva. Un giorno chiese alla sorella Luciana di portargli la sua giacca e dal portafogli tirò fuori a fatica una polizza del Monte di pietà. Invitò poi a prendere nelle tasche del cappotto una scatola di iniezioni destinate a un bisognoso di nome Converso. La polizza era di un altro suo assistito, un certo Sappa, che aveva impegnato i suoi orecchini di matrimonio al Monte di pietà. Poi, scrisse un biglietto all’amico Grimaldi, che quel giorno doveva fare con lui la visita ai poveri: «Ecco le iniezioni di Converso, la polizza è di Sappa. L’ho dimenticata, rinnovala a mio conto». Il giorno dopo morirà. Era il 4 luglio 1925. Aveva solo 24 anni.