La svolta geopolitica è un successo per Trump. Che ora spera di coinvolgere i sauditi

Il presidente consolida l'asse con Israele e con le monarchie sunnite del Golfo. Le prospettive di business potrebbero attirare presto altri paesi arabi. E l'Europa assiste da spettatrice. Si tratta forse del più grosso successo di Trump in politica estera. Se si aggiungeranno presto i sauditi, c'è chi prevede una specie di "febbre dell'oro", una corsa di altri paesi dell'area a firmare accordi simili per non rimanere tagliati fuori dalla creazione di una nuova stagione di business

“E’ un giorno importante per la pace nel mondo”, dice Donald Trump affacciandosi alla balconata d’onore che dalla Casa Bianca porta nel giardino presidenziale. “E’ una svolta storica”, gli fa eco il premier israeliano Benjamin Netanyahu. “Per generazioni – aggiunge il presidente americano – le bugie su Israele nemico degli arabi hanno alimentato terrore e sofferenze, hanno privato i popoli arabi di un futuro di sicurezza, pace e prosperità”. Li hanno chiamati gli Accordi Abramo, perché i paesi firmatari sono seguaci di religioni abramitiche. Li hanno definiti “accordi di pace” fra Israele, Emirati Arabi Uniti e Bahrain. Donald Trump li paragona a quelli che vennero firmati tra Israele e l’Egitto nel 1978, tra Israele e la Giordania nel 1994, sempre con la mediazione degli Stati Uniti. In realtà nel caso di oggi non si tratta di una pace visto che i paesi coinvolti non erano in guerra. Più giusto è parlare di peace deal ovvero “contratto di pace”, nel senso che spiana la strada a una collaborazione economica intensa. La svolta geopolitica è comunque notevole. Tanto più che la Casa Bianca è convinta di una cosa: l’Arabia Saudita presto farà lo stesso, Riad ha “mandato avanti” i suoi piccoli alleati per tastare il terreno ma si prepara a una normalizzazione ancora più clamorosa con Israele.

Si tratta forse del più grosso successo di Trump in politica estera. Si consolida un asse tra Israele da una parte, le monarchie arabe sunnite e conservatrici del Golfo dall’altra. Se si aggiungeranno presto i sauditi, c’è chi prevede una specie di “febbre dell’oro”, una corsa di altri paesi dell’area a firmare accordi simili per non rimanere tagliati fuori dalla creazione di una nuova stagione di business. I grandi sconfitti sono i palestinesi e soprattutto il regime iraniano che vede accentuarsi il suo accerchiamento. Di contorno l’America potrebbe pure incassare un contratto per l’acquisto di F-35 da parte degli Emirati, anche se Benjamin Netanyahu non è così tranquillo sul riarmo dei suoi nuovi amici (un suo ex ambasciatore punta il dito sul rischio che apparecchi così avanzati finiscano nelle mani degli iraniani). Ma la dimensione economica di questo accordo potrebbe davvero farne l’inizio di una svolta. Medio Oriente e Nordafrica sono da sempre delle “promesse disattese”, hanno potenzialità economiche, demografiche, energetiche, che grazie a Israele possono fare un salto nelle tecnologie avanzate e nella ricerca scientifica. L’Europa è a due passi, ma ancora una volta assiste da spettatrice a una grossa novità diplomatica che ha la sua regia a Washington.