La svolta anti-cinese di Londra

il ministro degli Esteri Raab ha annunciato la sospensione del trattato di estradizione verso Hong Kong

La Gran Bretagna è ormai entrata decisamente in rotta di collisione con la Cina. Ieri il ministro degli Esteri di Londra, Dominic Raab, ha annunciato la sospensione del trattato di estradizione verso Hong Kong: una misura di protesta nei confronti della legge sulla sicurezza nazionale imposta dalla Cina all’ex colonia britannica, che ne lede i diritti di autonomia. Ma non è l’unico fronte: il governo di Boris Johnson aveva già offerto la cittadinanza a tre milioni di residenti di Hong Kong, ha bandito Huawei dallo sviluppo della rete di telecomunicazioni 5G e ha accusato Pechino di «grossolane» violazioni dei diritti umani nei confronti della minoranza musulmana uigura. È un’inversione a U rispetto all’epoca di David Cameron, il premier britannico che aveva prefigurato un «decennio d’oro» nei rapporti fra Gran Bretagna e Cina: allora Londra voleva porsi come partner privilegiato di Pechino, adesso è diventata la capofila del fronte internazionale anti-cinese.

Ci sono due elementi dietro questa svolta: da un lato le pressioni arrivate dall’amministrazione americana, che con Donald Trump ha lanciato una sfida a tutto campo per contrastare l’emergente egemonia cinese nel mondo; dall’altro lato l’insorgere, nel partito conservatore, di una forte fazione anti-cinese, che se ignorata potrebbe mettere politicamente in difficoltà Boris Johnson. I due elementi ieri si sono saldati, perché il segretario di Stato americano, Mike Pompeo, in visita a Londra, ha incontrato proprio una ventina di deputati sino-scettici. Per la Gran Bretagna è una partita difficile: la nuova diplomazia post Brexit vuole essere improntata alla difesa dei diritti umani nel mondo, ma d’altra parte scagliarsi lancia in resta contro Pechino nel momento in cui non c’è più lo scudo collettivo europeo potrebbe rivelarsi rischioso, se non velleitario. E non a caso lo stesso Johnson ieri ha invocato «equilibrio».