La solitudine del prete, virtù per il mondo

La chiesa può fare a meno del celibato del clero, ma nel sacerdote non si vedrebbe più lo stigma dell’imitazione di Cristo e dell’obbedienza al popolo di Dio

Non ho niente contro la fine del celibato dei preti. E non ho voglia di ripetere pedante che non è un dogma, che è un’articolazione della chiesa nel tempo e nel mondo, la regola può cambiare. Le carezze di Lutero a sua moglie e ai suoi figli non tolgono alcunché al suo genio religioso. Però bisogna riconoscere che a mutare questa disciplina ecclesiastica qualcosa si perde. Si perde la solitudine del prete, la semplice idea che il prete non ha sposa perché gli basta Cristo e non ha figli perché ogni essere umano è suo figlio. Non mi pare poco. L’intimità della chiesa è violata per ogni dove, spesso in forme sprezzanti e brutali, e nel clero non sono mai mancati gli scandali, eppure una disciplina non è meno importante per il fatto di essere violata o guardata di sbieco da chi non la comprende. Paolo VI nel 1967 aveva argomentato con generosa eloquenza magisteriale in favore del celibato sacerdotale, aveva passato in rassegna le molte obiezioni di fatto e possibili per concludere con la convinzione che della testimonianza del prete non sposato il mondo ha bisogno.

 

Qui è il punto. L’ascesi virile del prete, nella sua emancipazione dai legami carnali e di sangue, è qualcosa di cui la chiesa può fare a meno, in linea di principio e di fatto, come avviene eccezionalmente e a certe condizioni in alcune chiese orientali, ma solo sottraendo al mondo una virtù, sempre più desueta, sempre più derisa e a tratti infamata, che rende il clero cattolico di rito occidentale un fatto unico, una personalità originale e irriducibile alle leggi della temporalità: qualcuno che non appartiene a nessuno, nemmeno a sé stesso, e dunque appartiene a tutti. Il carisma della castità è distinto dalla regola del celibato, ed è tipico senza eccezioni di ogni monachesimo cristiano. Il sacerdote che non ha famiglia, al di là della sua verginità o continenza, è un modo particolare della sua vocazione, il disciplinamento ascetico che gli consente un’unione di livello superiore, che non è contro natura e non smentisce la promozione del matrimonio cristiano e sacramentale tra i fedeli, con l’umano e con il divino. Forse sono arcaismi, e come tali certo appaiono alla generalità dell’opinione secolare oggi, tuttavia è da dubitare che senza il celibato il mestiere del prete, inteso come vocazione o perfetto Beruf, possa mantenere forza, fascino tragico, solitaria potenza dell’individualità nella fraternità universale.

 

Un prete con la suocera, la nuora, i figli, i nipoti e poi inevitabilmente con il divorzio, forse anche con il matrimonio omosessuale, è un calco umano, troppo umano del tempo che passa. In lui non si vede più il segno, lo stigma dell’imitazione di Cristo e dell’obbedienza alla sola chiesa, cioè al popolo di Dio gerarchicamente ordinato secondo la tradizione apostolica. Può essere che la sua personalità risulti meno arida, può certo essere un buon pastore anche nella celebrazione dell’appartenenza a sé e a un altro nell’amore, per carità, può risolvere qualche problema in più:  ma solo togliendosi come problema egli stesso. Ora non si può negare che la suggestione sacra della chiesa consista prima di ogni altra cosa nella delineazione dell’impossibile, la fede è fede nel non credibile, non è semplice conoscenza. La figura solitaria del prete è appunto un segno anche modesto, parrocchiale, di vicinanza dell’impossibile: in tutti i tempi di questo miracolo spesso tradito e vanificato si è sghignazzato con spirito burlone più o meno sacrilego, ma ci si accorgerà della sua mancanza solo a nozze consumate.