La scuola lavora (da mesi)

La falsa idea che le aule siano chiuse e che si debba “recuperare” (cosa?) in estate. Il pregiudizio sui pr

“Trovo la comunicazione mediatica sul ‘rischio scuola’ assolutamente irrazionale, fuorviante, decisamente politicizzata, ben poco scientifica e soprattutto carente di proposte”, ha scritto qualche giorno fa Agostino Miozzo sul Foglio. Tranquilli, non si vuole discutere delle analisi di Miozzo, importanti e giuste. Si vuole invece dire che esiste un altro “rischio scuola” che ribolle nelle “frenesie comunicative” (Miozzo) sul tema. Ed è l’idea malsana, ma a poco a poco virale, secondo cui la scuola sarebbe chiusa. Anzi defunta. Ah, ci sono pure le regioni che rinviano la “riapertura”. Invece la scuola è aperta e funziona, ormai da quasi un anno: con la didattica a distanza e uno sforzo notevole da parte dei docenti. Invece c’è chi tende a colpevolizzare proprio loro.

 

Molto clamore ha suscitato un sondaggio secondo cui il 70,4 per cento degli insegnanti preferirebbe proseguire con la Dad. Scandalo? Fate lo stesso sondaggio presso altre categorie per le quali è possibile lo smart working (che so, i giornalisti) e il risultato sarebbe analogo. Invece sulla scuola rimane il sospetto che sia chiusa. Dall’idea del tutto chiuso derivano idee assurde. Una, di cui si è discusso anche nel governo, è di “prolungare” la scuola nei mesi estivi (Azzolina ha detto però non dopo giugno, ché non c’è l’aria condizionata) per recuperare il tempo perduto. Quale tempo perduto? Le scuole hanno ripreso il 7 gennaio, come ogni anno.

 

Andrea Gavosto, direttore della Fondazione Agnelli, ha ipotizzato: “Allungare l’anno scolastico fino a luglio e perfino ad agosto, con l’obiettivo di recuperare quello che non è stato fatto da marzo scorso a oggi”. Cosa non si è fatto? Prima ancora delle questioni tecniche, c’è il pregiudizio strisciante – magari non in Gavosto, ma in tante volenterose quinte colonne di un riformismo che spesso si traveste da populismo – che la scuola sia in vacanza da marzo. Ma per venire al tecnico, che non guasta. Modificare il calendario (novecentesco) delle scuole può essere utile, anzi necessario. Però richiede una riforma dell’organizzazione didattica e gestionale, e non solo l’aria condizionata (esistono altre categorie che accetterebbero di lavorare senza?). E richiede una riforma del contratto nazionale del lavoro. In una parola, prima di fare una riforma che consiste unicamente nella modifica, non si sa perché, del piano ferie, provate a fare una riforma organica dell’istruzione, e una altrettanto organica della funzione pubblica. Altrimenti è parlare a vuoto.

 

Alcuni volenterosi si sono sbilanciati a dire che tanto vale chiudere davvero due mesi, mettere i prof in ferie (forzate) e poi farli lavorare in estate. Nessuno si è scandalizzato quando il personale Ata (stesso contratto) è rimasto a casa e senza consumare ferie, se non le “pregresse”, come da circolare 2/20 della Pubblica amministrazione. Ma per i docenti vale il pregiudizio dei “due mesi di ferie”. A parte che sono cinque o sei settimane, il resto è servizio e viene svolto, nessuno ricorda mai che dai tempi di Cavour sono un modo per compensare le retribuzioni da fame. Vogliamo rivedere anche lo stipendio, prima di dire che i docenti devono lavorare (pure) a Ferragosto?