La “scelta” di quelle che non si sono convertite all’islam

Asia, Saima, Mariam, Leah e le altre cristiane perseguitate per non avere voluto abiurare alla loro fede

Saima Sardar, un’infermiera cristiana di Faisalabad, in Pakistan, è stata uccisa dall’ex fidanzato perché si era rifiutata di sposarlo e convertirsi all’islam. “Se non rifiuti la tua fede, non ti converti e non ti sposi con me, morirai”, le aveva detto l’uomo. Anche Binish Paul è stata buttata giù da un palazzo perché si era rifiutata di convertirsi all’islam, sempre in Pakistan. Mariam Yehya Ibrahim Ishag, una dottoressa in Sudan, ha deciso di rimanere cristiana ed è stata condannata a morte. “Ti abbiamo concesso tre giorni per abiurare, ma hai deciso di non riconvertirti all’islam. Ti condanno alla morte per impiccagione”, le ha detto il giudice Abbas Mohammed al-Khalifa. Dopo la mobilitazione internazionale, Mariam è riuscita ad andare a vivere nel New Hampshire. Sarebbe durato molto meno il calvario di Asia Bibi, la cristiana pakistana oggi esule in Canada, se si fosse convertita all’islam.

Il litigio nel suo villaggio scoppiò quando Bibi andò a prendere un po’ d’acqua in un secchio e le altre donne si rifiutarono di berne dopo che gli fu detto che era “haram”, vietato dal Corano. Allora le donne hanno intimato che Bibi avrebbe dovuto convertirsi all’islam. Cinque giorni dopo, una folla di duecento persone la circondò mentre Bibi era fuori a raccogliere frutta e la accusò di avere insultato il profeta Maometto. Le dissero nuovamente di convertirsi all’islam o di morire. Una “scelta” cui è stata posta di fronte anche in carcere, dove Bibi ha trascorso dieci anni prima di riuscire a raggiungere all’estero la sua famiglia.

Prosegue la mobilitazione della famiglia e di qualche organizzazione cristiana per Leah Sharibu, da due anni prigioniera di Boko Haram, l’unica ragazza cristiana tra le scolare di Dapchi rapite che, nonostante avesse potuto essere liberata insieme alle compagne di scuola, ha rifiutato di convertirsi. Le ragazze che erano con lei hanno raccontato: “Boko Haram disse a Leah di accettare l’islam e lei rifiutò. Quindi dissero che non sarebbe venuta con noi e che sarebbe dovuta tornare a sedersi con altre tre ragazze che avevano lì. L’abbiamo supplicata di recitare la dichiarazione islamica, di mettere l’hijab e salire sul veicolo, ma lei ha detto che non era la sua fede, quindi perché avrebbe dovuto dirlo? Se vogliono ucciderla, possono andare avanti, ma lei non dirà che è musulmana”. Anche il padre della studentessa, Nathan Sharibu, si è detto fiero del coraggio con cui Leah ha rifiutato di abbracciare la fede islamica. Lo ha rivelato anche Muhammadu Buhari, il presidente della Nigeria: “Leah è ancora nelle mani dei terroristi perché, a loro dire, non ha abiurato la sua fede cristiana. Ma noi, in quanto rappresentanti del governo di e per tutti i nigeriani, affermiamo che nessuno ha il diritto di costringere un’altra persona a cambiare la sua fede contro la sua volontà e che ogni vita è sacra. Faremo di tutto per liberare lei e gli altri rapiti, a prescindere dalla loro fede religiosa”. Stessa sorte per Grace Taku, l’operatrice umanitaria mai rilasciata per il suo rifiuto alla conversione.

Sarà perché non sono post cristiane occidentali andate in missione umanitaria, ma cristiane indigene la cui umanità è stata sradicata in anni di oppressioni; sarà perché sono le figlie di un cristianesimo che si trovava in quelle terre da prima che nascesse l’islam; sarà infine perché non si sono convertite inverando un ecumenismo che si porta moltissimo sui media, che parlano di “scelta” e mai di “sottomissione”. Ma le loro storie, il loro martirio, a parte qualche hashtag, non hanno trovato ancora una parte sul set cinematografico della cattiva coscienza occidentale.