La Sanità lombarda in campo per combattere covid-19

Ospedali pubblici e gruppi privati lavorano insieme su ricerca e ricoveri. Il sistema tiene. Dopo la prima settimana in preda all’incertezza, ora tutte le forze (sanitarie) sono in campo per combattere covid-19. Ma non sarà una guerra lampo. Anche questo è ormai chiaro.

La Sanità lombarda è sull’otto volante. Prima lo scontro con il premier Conte sulle presunte responsabilità dell’ospedale di Codogno nella gestione del paziente uno, poi le critiche, da più parti, contro l’autonomia differenziata, politicamente indicata come responsabile delle falle di sistema. Difficoltà che hanno però favorito la collaborazione tra Sanità pubblica e privata, necessaria anche per bruciare le tappe alla ricerca del vaccino. I ricercatori dell’ospedale Sacco di Milano – eccellenza per l’infettivologia –hanno isolato il ceppo italiano del coronavirus. Si tratta di una equipe consolidata: Alessia Lai, Annalisa Bergna e Arianna Gabrieli, tre ricercatrici (precarie) del team dell’Università Statale), assieme al loro collega Maciej Tarkowski e al professor Gianguglielmo Zehender, sotto il coordinamento della dottoressa Claudia Balotta. Poi, mobilitatab dalla Regione, la Sanità privata si è mossa per collaborare con le strutture pubbliche. Così che anche il Laboratorio di Microbiologia e Virologia del San Raffaele, diretto dal professor Massimo Clementi, ha isolato il nuovo coronavirus da due pazienti con infezione respiratoria acuta ricoverati presso l’ospedale. Altre cinque colture provenienti da altri pazienti sono al momento in corso e se avranno esito positivo costituiranno ulteriori campioni di virus isolato. “Si tratta della ulteriore evidenza che questo virus si trasmette molto efficientemente anche in vitro, oltre che in vivo” ha commentato il professor Clementi, ordinario presso l’Università Vita-Salute San Raffaele. “E’ auspicabile che questi nostri virus isolati, come quelli che sono stati ottenuti allo Spallanzani e al Sacco, siano gestiti in bio-banche che possano fornire materiale per la ricerca, sia farmacologica sia immunologica”.

Tutta la collaborazione tra pubblico e privato – ora che si parla con insistenza, dopo che il focolaio nella bergamasca è cresciuto, della necessità di trasformare tutta la regione in zona rossa – sta crescendo. Tanto è vero l’assessore alla Sanità Giulio Gallera ha chiesto alle strutture private un centinaio di posti letto nelle terapie intensive. E’ uno degli aspetti del piano messo a punto a Palazzo Lombardia, durante un incontro tra i vertici regionali e i rappresentanti di Aiop (Associazione italiana ospedalità privata), Aris (Associazione religiosa istituti socio-sanitari) e Assolombarda. Una cinquantina di letti nei reparti di Rianimazione degli ospedali privati sono già disponibili e vanno ad aggiungersi ai 140 già ricavati nei pubblici (e quasi del tutto occupati). Dal San Raffaele e altri ospedali del Gruppo San Donato è inoltre partita una ventina di medici, per aiutare i colleghi delle zone dove l’epidemia è più diffusa; un’altra ventina, da altri ospedali privati, dovrebbe andare in “prestito” nei prossimi giorni. “In Lombardia abbiamo 16 mila operatori nelle nostre strutture, possiamo offrire un buon contributo – spiegano dall’Aris, guidata da padre Virginio Bebber – Noi operiamo no profit e senza scopo di lucro: abbiamo già rinviato tutte le operazioni non urgenti e attrezzato le nostre strutture per accogliere i malati”.

Il Gruppo San Donato ha messo in campo una task force di specialisti che supportano i colleghi al lavoro negli ospedali della zona rossa e negli ospedali pubblici lombardi sotto pressione, come quelli di Lodi, Cremona, Crema. Al momento è già disponibile una squadra di 20 intensivisti, guidati dal dottor Guglielmo Cornero, coordinatore dei blocchi operatori del San Raffaele. San Raffaele ha messo a disposizione anche 4 posti letto di terapia intensiva e 14 posti letto di terapia semi intensiva per pazienti positivi. 4 pazienti gravi, dall’ospedale di Lodi sono stati trasferiti ieri al San Raffaele. A gestire i collegamenti con la zona rossa c’è Alberto Zangrillo (uno dei medici di fiducia di Silvio Berlusconi), direttore della Terapia intensiva cardiovascolare e generale del San Raffaele. “Il trasferimento – spiega – prevede di desaturare l’ospedale di Lodi e al contempo di contenere l’epidemia all’interno degli attuali focolai”.

C’è anche la Sanità militare. Il ministero della Difesa ha reso disponibili – in caso di necessità e su richiesta – circa 2.200 stanze e circa 6.600 posti letto, molti dei quali in Lombardia, a favore dei cittadini che debbano eventualmente sottoporsi al periodo di sorveglianza. Su indicazione del ministro della Difesa Lorenzo Guerini (già sindaco di Lodi), una quota del personale medico è anche a disposizione nel fornire supporto all’emergenza. Infatti ieri mattina è partito dall’ospedale militare di Baggio personale sanitario destinato ai nosocomi del lodigiano, che si trovano in emergenza per il contagio da coronavirus. Un cardiologo, due anestesisti e quattro infermieri professionisti sono partiti per Lodi e poi smistati nei presidi della provincia più a rischio per i numerosi accessi di pazienti con problemi respiratori. Dopo la prima settimana in preda all’incertezza, ora tutte le forze (sanitarie) sono in campo per combattere covid-19. Ma non sarà una guerra lampo. Anche questo è ormai chiaro.