La rincorsa dei vaccini al coronavirus: ma quanto tempo abbiamo per fermare il virus?

Il contagio accelera. Il timore è che sarà difficile creare le scorte, ma il 6 gennaio è previsto il via libera a Moderna. Poi arriveranno Johnson & Johnson e CureVac. L’analisi con Sergio Abrignani, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi»

Il virus corre sempre più velocemente e la sensazione è quella di non riuscire a stargli dietro, nemmeno adesso che ci sono i vaccini. Con 84 milioni di contagi da inizio pandemia (di cui quasi 36 milioni in America e 26 milioni in Europa) e oltre 1,8 milioni di morti nel mondo, la pressione per arrivare quanto prima alla cosiddetta «immunità di gregge» è fortissima. Ma l’obiettivo si potrà raggiungere solo quando il 70% dell’intera popolazione avrà ricevuto le due dosi previste. Un obiettivo che oggi sembra lontanissimo. Anche perché, dei sei vaccini prenotati dalla Commissione Ue, al momento abbiamo solo Pfizer/BioNTech. La stessa azienda tedesca ha fatto un appello perché ne vengano approvati altri.

Il caso AstraZeneca

 

L’immunologo Sergio Abrignani ha collaborato alla stesura di questo articolo

Uno dei vaccini su cui l’Europa ha puntato molto è quello sviluppato da AstraZeneca e Università di Oxford: perché non è ancora stato autorizzato? I dubbi delle Agenzie regolatorie sono nati al termine della fase 3 della sperimentazione, in cui il gruppo vaccinato ha ricevuto (per errore) due dosaggi, con risultati diversi per quanto riguarda l’efficacia. La statunitense Fda (Food and drug administration) e l’europea Ema (Agenzia per i medicinali) hanno chiesto ulteriori dati ai produttori, che non sono ancora arrivati. In Gran Bretagna, dove circola ampiamente la nuova variante che sembrerebbe avere una maggiore efficacia replicativa, il vaccino è stato approvato in via emergenziale (così come in India). Il Times, citando una fonte anonima del tandem Oxford-AstraZeneca, ha scritto che entro metà gennaio saranno disponibili per il Regno Unito due milioni di dosi a settimana. Attualmente però il vaccino non è stato approvato né dalla Fda né dall’Ema.

 

La situazione in Italia

Ad oggi (2 gennaio) i vaccinati sono circa 52 mila. Arriveremo all’immunità di gruppo quando 42 milioni di persone, ovvero il 70% della popolazione, avranno ricevuto due dosi di vaccino. In totale quindi servono 84 milioni di dosi: 27 milioni arriveranno da Pfizer (saranno in realtà 31, dato che ogni flacone contiene 6 dosi anziché le 5 già note) e 12 milioni da Moderna (il via libera in Europa è previsto per il 6 gennaio). Per le restanti dosi si confida negli altri vaccini prenotati dagli Stati europei: quelli di AstraZeneca appunto, Johnson & Johnson (che sta terminando la fase 3), CureVac (atteso per l’autunno) e Sanofi, che a causa di un problema nei dosaggi ha subito un forte ritardo e sarà pronto solo nel 2022. La speranza è che, entro pochi mesi, Johnson & Johnson possa consegnare all’Italia almeno 30 milioni di dosi (dei 54 milioni opzionati), per arrivare, in totale, vicini alla quota totale. Per i restanti 11 milioni si confida in AstraZeneca e CureVac, che lavora su un vaccino a base di Rna messaggero (stessa tecnica di Pfizer e Moderna) e che dovrebbe diffondere i primi dati di sicurezza ed efficacia verso aprile.

 

Per avvicinarci all’immunità di gregge a fine 2021, ammesso che ci siano gli 84 milioni di dosi disponibili, andrebbero effettuate, a partire da oggi e fino al 31 dicembre almeno 225 mila somministrazioni ogni giorno (festivi inclusi), cioè 150 in ognuno dei 1.500 centri vaccinali che si stanno attivando in tutto il territorio nazionale. Una sfida enorme, ma non impossibile. Per ora è sicura, entro marzo, la consegna di 10 milioni di dosi (8,8 da Pfizer e 1,2 da Moderna), sufficienti per immunizzare la maggior parte degli operatori sanitari (circa 1,2 milioni) e la categoria più a rischio, ovvero gli ultra 70enni con multimorbilità pregressa (4-5 milioni).

 

Una delle domande più incalzanti è: sarebbe possibile accelerare la produzione dei vaccini in modo esponenziale, in linea con l’ascesa dei contagi? La risposta purtroppo non è altrettanto semplice. La tecnica dell’Rna messaggero (Pfizer, Moderna, CureVac) è tecnologicamente molto avanzata e richiede impianti particolari. BioNTech ha annunciato l’apertura a febbraio di un nuovo stabilimento a Marburg, in Germania, per aumentare la propria capacità. Ma Ugur Sahin, a capo dell’azienda, ha detto senza mezzi termini (rivolto all’Europa): «Si è creato un vuoto perché mancano altri vaccini approvati e dobbiamo colmarlo con il nostro vaccino». «Il collo di bottiglia al momento non è il volume degli ordini, ma la carenza mondiale di capacità produttiva. Questo vale anche per BioNTech — ha confermato la commissaria europea alla Salute, Stella Kyriakides —. La situazione migliorerà: abbiamo negoziato dosi aggiuntive da BioNTech e siamo pronti ad espandere ancora la capacità. Altre aziende, con cui abbiamo contratti, attendono il via libera. Se arriverà per tutti, l’Europa potrà contare su due miliardi di dosi, sufficienti per vaccinare tutti i 450 milioni di cittadini e anche quelli di alcuni Stati confinanti».

Russia e Cina

Entrambe stanno utilizzando vaccini di propria produzione ma, dato che si tratta di Paesi dove l’approvazione non dipende da Agenzie regolatorie indipendenti (come la statunitense Fda e l’europea Ema), non possiamo definire tali preparati sicuri secondo i criteri «occidentali». I dati finora pubblicati dai russi dell’Istituto Gamaleya e dai tre produttori cinesi (Sinofarm, Sinovac e CanSino Biologics) non sarebbero sufficienti per il via libera a livello globale, come quello accordato al vaccino di Pfizer/BioNTech.

(Ha collaborato Sergio Abrignani, ordinario di Patologia generale all’Università Statale di Milano e direttore dell’Istituto nazionale di genetica molecolare «Romeo ed Enrica Invernizzi»)