La prima vittoria a Hong Kong

La credibilità cinese è colpita in pieno dopo che la maggioranza silenziosa della città ha votato

Il giorno dopo la grande vittoria elettorale, decine di consiglieri appena eletti a Hong Kong con i movimenti pro democrazia si sono radunati vicino alla PolyU, il campus universitario dove da giorni sono asserragliati poco meno di 100 giovani manifestanti, assediati dalla polizia che blocca tutte le vie d’uscita. Le proteste che negli ultimi sei mesi hanno sconvolto Hong Kong sono state viste dalla comunità internazionale un po’ come i giovani sotto assedio: senza speranza. In teoria le elezioni dei consigli distrettuali di Hong Kong, organi rappresentativi che si occupano delle piccole questioni di quartiere, non dovrebbero cambiare le grandi dinamiche storiche in corso nella città semiautonoma. Ma l’affluenza record e la vittoria a sorpresa e schiacciante delle forze per la democrazia sono uno schiaffo alla retorica del governo locale e del Partito comunista cinese, che avevano sempre sostenuto che le proteste fossero animate da una minoranza di facinorosi e che la “maggioranza silenziosa” fosse contraria alle manifestazioni per la democrazia. Al contrario

Le elezioni distrettuali sono le uniche concesse a suffragio universale, e subito sono state interpretate come un referendum sugli ultimi sei mesi di proteste e disordini. Con un’affluenza sopra al 71 per cento, i cittadini di Hong Kong hanno votato al 76,8 per cento candidati per la democrazia, al 13,3 per cento candidati filo Pechino e al 10 per cento candidati indipendenti. E così i consiglieri appena eletti sono corsi alla PolyU per dire ai manifestanti asserragliati: la città è con noi, c’è ancora speranza.

Carrie Lam, la governatrice filo Pechino, ha detto dopo le elezioni che il responso della città è stato chiaro e che bisogna ascoltarlo “con umiltà”. Al contrario, dal ministero degli Esteri di Pechino sono arrivati i soliti commenti sul fatto che Hong Kong è una questione interna cinese, contro le interferenze esterne e contro chi cerca di dividere la Cina. Come sempre, Pechino cerca di spostare il discorso dalla questione democratica a quella nazionalista, anche se nessuna interferenza esterna è mai stata provata e se tra le richieste dei manifestanti non c’è l’indipendenza di Hong Kong.

Dal punto di vista pratico, le elezioni del fine settimana hanno poche conseguenze. Le forze democratiche avranno un centinaio di seggi in più nel Comitato elettorale che nel 2022 dovrà scegliere il successore di Carrie Lam, ma ottenere la maggioranza rimane impossibile (la struttura del Comitato è stata pensata per favorire i candidati pro Pechino). Dal punto di vista simbolico, però, la vittoria è enorme, e ieri i commentatori del South China Morning Post, il principale giornale di Hong Kong in lingua inglese e di proprietà cinese, dicevano che dalle elezioni può scaturire “un’opportunità”, e che è ora di ascoltare almeno in parte le richieste dei manifestanti. Non sappiamo se questo succederà, una delle costanti storiche del Partito comunista è che le manifestazioni di piazza sono considerate in ogni circostanza come un piano inclinato verso la destabilizzazione, e che l’unica risposta ammissibile è la repressione, non il dialogo.

Ma raramente negli ultimi anni Pechino aveva ricevuto colpi così duri alla sua credibilità di potenza responsabile sullo scacchiere mondiale. Dopo mesi di repressione violenta e di catastrofismo economico (le manifestazioni stanno distruggendo l’economia di Hong Kong, strillavano i media di stato) gli elettori hanno mostrato che la propaganda di regime non attacca, e che il Partito comunista è sempre lo stesso, davanti a chi chiede libertà e diritti va nel panico. Lo stesso si può dire per la questione dello Xinjiang, la regione turbolenta a occidente dove il regime ha costruito campi di detenzione (di concentramento potremmo dire) in cui sono detenuti più di un milione di musulmani, quasi tutti di etnia uigura. Pechino aveva spergiurato che i campi fossero in realtà scuole modello e centri di “educazione vocazionale” ma, come se non bastassero le inchieste ufficiali dell’Onu, negli ultimi giorni due scoop giornalistici basati su documenti ufficiali trafugati hanno mostrato l’estensione del programma cinese di repressione etnica e la credibilità a pezzi di Pechino.