La preghiera del Papa callejero mitiga lo zelo burocratico dei vescovi

La comunione ai malati e i decreti per la salute pubblica

All’inizio della messa di Santa Marta di martedì mattina Papa Francesco ha detto: “Preghiamo il Signore anche per i nostri sacerdoti, perché abbiano il coraggio di uscire e andare dagli ammalati, portando la forza della Parola di Dio e l’Eucaristia e accompagnare gli operatori sanitari, i volontari, in questo lavoro che stanno facendo”. Era inevitabile che una preghiera di questo tenore facesse alzare qualche sopracciglio, e non solo per le ovvie questioni di opportunità. L’esortazione appare in contrasto, almeno parziale, con il comandamento unico e sacrosanto del nostro tempo straordinario – “stare a casa” – e c’è chi ha fatto notare che mettere in testa ai preti l’idea di assistere chi sta male equivale a incoraggiare comportamenti che mettono a rischio l’incolumità proprio dei più esposti al virus. Chiedere a Dio di dare ai preti il coraggio di assistere i malati non è un invito al contagio, ma un’esortazione a fare quello che la chiesa ha fatto per duemila anni per il conforto dei più deboli, specialmente degli ammalati, anche escogitando metodi creativi. La chiesa, come ha ampiamente dimostrato con il suo zelo civile, ha a cuore la sicurezza dei cittadini; e, come ha notato il Papa nel suo passaggio sulla comunione ai malati, ha a cuore anche di più la salvezza delle persone. In un qualche modo misterioso le due cose vanno insieme, anche quando l’epidemia cospira a dividerle.

Più profondo, invece, il sottotesto che emerge dopo le settimane in cui sono venuti i fuori i malumori per quella certa “pigrizia burocratica” (copyright Alberto Melloni) con cui la chiesa italiana ha condotto le trattative, se così si vogliono chiamare, per decidere come dare il proprio contributo per la tutela della salute pubblica senza abbandonare i fedeli al vuoto sacramentale. La Cei, come si sa, ha disposto un adeguamento tempestivo e quasi militante alle direttive del governo, prima in chiave locale e regionale e poi, con l’allargamento della zona rossa, in tutto il territorio nazionale. Lo ha fatto con un comunicato scritto in un linguaggio partecipato e caloroso quanto un modulo di autocertificazione per comprovate necessità lavorative, seguito da un altro messaggio, un poco meno burocratico, in cui oltre a suggerire di “non attardarsi sui distinguo” cita in effetti la visita dei sacerdoti ai malati. A questo è seguita anche la chiusura della piazza e della basilica di San Pietro, decisione che supera in prudenza anche i termini del decreto. Nel frattempo, si è assistito a un disordinato sommovimento catacombale che si organizzava per celebrare messe clandestine o per valicare, a metà fra l’eroico e lo scellerato (ma più verso lo scellerato), il confine svizzero per accostarsi ai sacramenti. Alla fine il Papa, tirando fuori il meglio dello spirito da prete callejero che su queste pagine talvolta gli è stato rimproverato, ha fatto trapelare, tramite una formula elementare, un concetto in fondo semplice, anzi due.

Il primo è che la libertà religiosa non si esaurisce nel semplice atto di benedire le decisioni governative, e dunque quella subordinazione verso lo stato che anche un Andrea Riccardi, non certo un reazionario, ha notato con disappunto va per quanto possibile mitigata con gesti che sono liberi senza essere eversivi. Chiedere a Dio di dare ai preti il coraggio di assistere i malati non è un invito al contagio, ma un’esortazione a fare quello che la chiesa ha fatto per duemila anni per il conforto dei più deboli, specialmente degli ammalati, anche escogitando metodi creativi. A Bologna, sotto la torre dell’Arengo, c’è un voltone progettato per trasmettere il suono della voce da un angolo all’altro, senza che chi è in mezzo alla piazzetta possa sentire, una trovata medievale per confessare i lebbrosi rispettando molto di più del canonico metro di distanza. L’altro elemento della preghiera del Papa riguarda il valore dell’Eucarestia, che non è (solo) conforto psicologico e rituale di un popolo in rapido invecchiamento, ma è per i fedeli irrinunciabile nutrimento, incontro carnale con un significato senza il quale anche la salute fisica appare come un valore incompiuto, manchevole. In latino il termine salus, che per la chiesa ha ancora un qualche significato, vuol dire contemporaneamente salute e salvezza, e i due significati si coimplicano, superando l’equivoco di una salute del corpo opposta a quella dell’anima. La chiesa, come ha ampiamente dimostrato con il suo zelo civile, ha a cuore la sicurezza dei cittadini; e, come ha notato il Papa nel suo passaggio sulla comunione ai malati, ha a cuore anche di più la salvezza delle persone. In un qualche modo misterioso le due cose vanno insieme, anche quando l’epidemia cospira a dividerle.