La posta in gioco

Lo scontro frontale fra Donald Trump e Joe Biden evidenzia come le elezioni presidenziali siano il momento in cui l'America ridefinisce la propria identità. Questo Election Day non fa eccezione: la posta in gioco è la più alta possibile, per gli Stati Uniti ma anche per ogni angolo del Pianeta a causa delle conseguenze a pioggia che il verdetto degli elettori comporta. L'America si ridefinisce ad ogni voto presidenziale perché la sua identità è, sin dall'indipendenza conquistata con le armi dalle Tredici Colonie, un cantiere aperto: una cornice dove chi sceglie di essere americano porta valori, istanze, richieste, sogni e progetti al fine di condizionare tutti gli altri componenti della comunità nata dal coraggio di attraversare l'Oceano.

È la legge dei pionieri e degli esploratori: sono chi decidono di essere. Quando a bordo nelle carovane attraversano i grandi fiumi, quando nelle praterie sfuggono ai pericoli della natura, quando nelle notti si riuniscono attorno al fuoco per trovare la forza di “guardare oltre la collina”, quando si battono fra loro in una guerra civile fratricida. A differenza dell’Europa, dove l’identità deriva dal luogo di nascita, dai propri genitori o dalla lingua madre, in America è frutto di una scelta, libera e personale, quella di sentirsi americani, di decidere come esserlo. Per propria scelta e convinzione, non per concessione degli altri. È questo spirito della frontiera – descritto nelle pagine di Frederick Jackson Turner – che ogni presidente incarna da George Washington, guida della rivoluzione e primo a prendere possesso della Casa Bianca (allora era colorata di rosa).

Chi si candida alla presidenza lo fa per realizzare il proprio progetto di nazione americana, è su questa idea che aggrega una coalizione di elettori, cerca i voti per governare il Congresso e quindi governa: sullo sfondo di ritmi forsennati perché si vota una volta ogni 24 mesi per Capitol Hill ed una volta ogni quattro anni per la Casa Bianca. Se conteggiamo anche le campagne elettorali, primarie incluse, è facile arrivare alla conclusione che nell’Unione federale dei 50 Stati si è immersi in battaglie elettorali praticamente senza interruzione.

È un torrente di idee, volti, proposte – anche le più diverse ed estreme – che avvolge il Paese da un Oceano all’altro e ne fa il più grande, controverso, imprevedibile e geniale laboratorio democratico del Pianeta. Dove ogni cittadino è convinto di poter fare la differenza. E con una caratteristica costante: gli scontri politici sono duri, frontali, feroci, spietati, perché c’è sempre un’idea di America che vince ed una che perde. Il pareggio o il compromesso non è previsto nella sfida per “rendere più perfetta l’Unione”, come è scritto nella Costituzione, come disse il repubblicano Abramo Lincoln e come tornò a ripetere il democratico Barack Obama candidandosi alla Casa Bianca dalla stessa piccola città dell’Illinois: Springfield.

La storia dell’America è dunque la storia dei duelli presidenziali che hanno generato un percorso dell’identità nazionale fatto di colpi di scesa e cambi di direzione. Basta guardare a quanto avvenuto negli ultimi cento anni per rendersene conto. Theodore Roosevelt impose con le riforme una modernità da molti avversata, Woodrow Wilson inaugurò lo slancio verso il multilateralismo a dispetto degli isolazionisti, Franklin Delano Roosevelt costruì il “New Deal” archiviando una stagione di predecessori che volevano chiudere le porte agli immigrati, John F. Kennedy aprì le porte alla “Nuova Frontiera” seppellendo il conservatorismo più oscuro, Lyndon B. Johnson trasformò il partito democratico nella casa dei diritti civili, Richard Nixon si impose sulle lacerazioni dei liberal dopo il 1968 ponendo fine alla guerra del Vietnam ed aprendo alla Cina, Ronald Reagan risollevò l’America dalle umiliazioni subite dai democratici di Jimmy Carter, Bill Clinton fece dei “Democrats” un grande schieramento centrista, George W. Bush interpretò il riscatto dopo l’11 settembre e Barack Obama aprì l’orizzonte di una società “post-razziale”.

Dopo Obama, Trump è stato espressione della rivolta del ceto medio contro Washington, i partiti, il Congresso, la globalizzazione e la Cina ed ora sulla sua strada trova Joe Biden, ex vicepresidente di Obama, che lo sfida con la frase: “Non ci sono Stati rossi o blu, ci sono solo gli Stati Uniti d’America”. Ovvero, da un lato l’idea di un consenso basato sul conflitto permanente da parte dell'”uomo del popolo” – una matrice populista che in America risale ad Andrew Jackson, settimo presidente – e dall’altra la volontà di “riunificare la nazione” per affrontare le sfide che riguardano tutti i cittadini, senza differenza di credo politico. Ma non è tutto perché dietro a Trump c’è un fronte conservatore diviso fra repubblicani tradizionali, tentati dal voto per Biden, e i suoi irriducibili sostenitori. Come dietro a Biden c’è un establishment democratico che punta a diventare bipartisan – includendo i moderati del fronte opposto – e la sinistra più radicale che punta allo scontro frontale con i suprematisti bianchi ed è portatrice di una versione liberal del populismo.

Ovvero, il duello sull’identità dell’America racchiuso nella sfida Trump-Biden cela anche un duello altrettanto aspro dentro ognuno degli opposti schieramenti: sono sfide di entità tale da poter innescare cambiamenti permanenti nel panorama politico americano. Sarebbe tuttavia un errore immaginare che uno scontro così duro, totale, fra sfidanti opposti in tutto porterà ad un cambiamento drastico della proiezione americana nel mondo perché i suoi pilastri di fondo – dalla sfida strategica con Pechino e Mosca alla lotta al terrorismo, dal legame indissolubile con ogni democrazia al sostegno per i diritti degli individui – sono destinati a rimanere gli stessi. Perché ciò che è in palio nelle urne del 3 novembre è l’identità dell’America, mentre i suoi interessi globali fondamentali non mutano.

Dieci mesi segnati da una serie di colpi di scena che non hanno mai permesso a Donald Trump di superare nei sondaggi lo sfidante democratico Joe Biden. Si parte con il mancato impeachment del Presidente in carica e si arriva alla sua messa in stato d’accusa nell’ultimo duello tv da parte di Biden. A cura di Massimo Basile e Valeria D’Angelo

Una campagna senza precedenti

È stata una campagna elettorale unica nella storia americana, dopo un quadriennio già eccezionale. Donald Trump è stato percepito come il Presidente di uno “strappo di civiltà”. Una nazione già polarizzata all’estremo molto prima di lui, ha vissuto la corsa alla Casa Bianca del 2020 come una battaglia esistenziale, per l’anima dell’America. A sinistra molti hanno descritto una rielezione di Trump come l’anticamera di una svolta autoritaria. A destra molti hanno sostenuto – o tollerato – questo Presidente come l’ultimo baluardo per difendere l’identità storica di un paese a maggioranza (relativa) bianco, anglosassone, cristiano. Ma Trump ha saputo anche spostare alcuni terreni di battaglia, ridefinendo dove sta “il centro” del Paese: per esempio dopo di lui difficilmente l’America tornerà ad abbracciare il liberismo nei trattati commerciali, o una visione bonaria dell’ascesa della Cina.

Il 2020 ha chiuso l’inaudito quadriennio di Trump con una campagna disseminata di sorprese, una più clamorosa e devastante dell’altra. L’anno si era aperto all’insegna dell’impeachment – solo il terzo nella storia americana – eppure quell’evento sembra già relegato in un passato distante, al punto che nessuno gli attribuisce un impatto significativo sul voto. Poi c’è stato il coronavirus o “China virus”, come lo chiama il Presidente. A seguire, per effetto dei lockdown, abbiamo avuto la più grave crisi economica a memoria dei viventi, forse seconda solo alla Grande Depressione degli anni Trenta. A maggio, l’uccisione dell’afroamericano George Floyd da parte di un agente bianco a Minneapolis ha scatenato un’ondata di proteste contro il razzismo e contro le forze dell’ordine, che per almeno due mesi hanno conteso al coronavirus l’attenzione nazionale; ivi compresi degli episodi di violenza, razzie, saccheggi, che hanno innescato una controreazione conservatrice in difesa dell’ordine pubblico. Poi ancora: a settembre, la morte della giudice femminista e progressista Ruth Bader Ginsburg ha reso vacante un seggio alla Corte suprema, consentendo a Trump la sua terza nomina per blindare una maggioranza conservatrice nel massimo tribunale degli Stati Uniti, con possibili conseguenze sull’agenda legislativa di chi gli succederà. Il presidente Donald Trump e Melania rendono omaggio alla giudice Ruth Bader Ginsburg sulla scalinata della Corte Suprema degli Stati Uniti. Washington, DC. 24 settembre 2020A inizio ottobre, il coronavirus ha contagiato il Presidente stesso, in quella che poteva essere una sorta di nemesi, ed invece si è trasformata in una guarigione-convalescenza così veloce da rilanciare la sua narrazione: dal Covid ci si salva, dalla depressione economica no, guai a infierire con dei lockdown che creano miseria e sofferenza. Infine, la pandemia ha stravolto lo stesso processo elettorale: più di 70 milioni di cittadini avevano già votato dieci giorni prima della data canonica del 3 novembre. Su questo Trump ha innestato un elemento destabilizzante: le sue accuse su presunti brogli nel voto per corrispondenza, hanno alimentato il timore che la corsa alla Casa Bianca non finisca affatto il 3 novembre, bensì che sia destinata a trascinarsi ben oltre in un’interminabile e pericolosa spirale di contestazioni, ricorsi. Magari con la Corte suprema come arbitro finale.