La più grande minaccia per gli Usa è un virus

L'epidemia di nuovo coronavirus può esplodere anche negli Stati Uniti. Ecco perché

Ha colpito uno degli Stati più verdi d’America l’epidemia di nuovo coronavirus. E così lo stato di Washington è divenuta la porta del Covid-19 negli States. Sarebbe accaduto prima o poi e, sebbene Oltreoceano la situazione appare sotto controllo, l’imprevedibilità del contagio e l’incubazione dell’nCoV-2019 fa prospettare un’ondata dell’epidemia analoga a quella degli altri Paesi. Sei giorni fa, il Presidente Usa, Donald Trump, aveva appena annunciato che Mike Pence sarebbe stato a capo della task force sul nuovo coronavirus, quando il Center for Disease Control and Prevention ha confermato nel nord della California il primo caso di persona infetta senza aver viaggiato fuori dagli Usa o senza alcun contatto con altri pazienti positivi al virus. Nancy Messonnier, direttrice del National Center for Immunization and Respiratory Diseases, ha ipotizzato uno scenario più

I casi

Al momento, sono stati confermati 7 decessi e 109 i casi di contagio: 37 avrebbero contratto il virus da un positivo con il quale sono venuti a contatto, 17 hanno dichiarato di aver compiuto recentemente dei viaggi, a cui si aggiungono 3 statunitensi rimpatriati da Wuhan, la città-focolaio dell’epidemia, e 45 passeggeri della nave da crociera Diamond Princess, rimasta in quarantena nelle acque prospicienti il porto giapponese di Yokohama. Quattro dei decessi accertati provengono da una struttura di assistenza a lunga degenza nota come Life Care Center, nei pressi di Kirkland, alla periferia di Seattle, ed altri 4 casi sarebbero collegati allo stesso luogo. La struttura ha rassicurato dichiarando, via web, l’isolamento per chiunque mostri i sintomi del Covid-19, mentre tutto il personale del centro è costantemente sottoposto agli screening.

Come l’influenza spagnola

Nell’opinione pubblica si sta paventando lo scenario risalente a più di cento anni fa: quello dell’influenza spagnola, che nel mondo uccise 50 milioni di persone. Per decenni negli Stati Uniti le autorità sanitarie si stavano preparando per un’altra pandemia altrettanto pericolosa. “Stiamo vedendo una replica dell’epidemia del 1918?” si domanda il New England Journal of Medicine. Il padre della Microsoft, Bill Gates, che per anni ha invitato a prepararsi adeguatamente alle nuove pandemie, al di là di ogni allarmismo chiede di fare di più. “Siamo impreparati” ha detto, invece, al New York Times Irwin Redlener, docente alla Columbia University e direttore del National Center for Disaster Preparedness. Il timore si riflette nello scenario istituzionale. Nel 2018, Donald Trump rimosse, all’interno del National Security Council, la posizione deputata alle pandemie attirando, già all’epoca, le critiche di chi vedeva in quell’azione una veduta “a corto raggio”.

Un peso politico

Negli States, il nuovo coronavirus ha anche un peso politico. Durante una riunione con la task force deputata alla gestione del nuovo coronavirus lunedì scorso, il presidente degli Stati Uniti, Donald Trump, è stato contraddetto dagli scienziati ed esperti sulle tempistiche approntate per la creazione di un potenziale vaccino: “Non so quali saranno i tempi, ma di certamente saranno breve […]. Se pensate ai tre o quattro mesi in un paio di casi, si tratterebbe di un anno negli altri” avrebbe affermato il presidente Trump. Ma il dott. Antony Fauci, direttore del National Institute of Allergy and Infectious Diseases, ha immediatamente corretto Trump: “Lasciatemi precisare – ha detto -[…]. Un vaccino che si comincia a testare in un anno non è disponibile […]. Potrebbe essere almeno entro un anno, non importa quanto veloci si vada”. Concorde anche la voce di William A. Haseltine, presidente del think thank Access Health International, che al New York Times ha stimato un periodo “tra i sei e gli otto mesi per sviluppare il test”

Sistema sanitario fragile

Gli Stati Uniti sono anche vulnerabili sul sistema sanitario, poiché non posseggono un’assicurazione sanitaria universale e non sono tanti i medici che operano nel Paese. Sul New York Times, Nicholas Kristof riporta l’episodio di un uomo originario della Florida che, tornato dalla Cina, ha scelto coscienziosamente di mettersi in quarantena e fare il tampone: è risultato negativo, ma ha speso una cifra di 3.270 dollari. Davanti all’emergenza di Covid-19, il tema sanitario è quantomai un’emergenza negli Stati Uniti. sulla prima pagina del quotidiano statunitense, il giornalista Beppe Severgnini ha ricordato come le misure draconiane imposte in Italia, così come l’isolamento auto-imposto, abbiano trasformato il Paese in un “laboratorio” politico, commerciale, sociale e psicologico.

Le ripercussioni economiche

La diffusione del Covid-19 negli Stati Uniti avrà anche ripercussioni economiche. Interris.it lo ha chiesto ad Andrea Margelletti, presidente del Centro studi internazionali.

Professore, quali ripercussioni geopolitche potrà avere il Covid-19 negli Usa?
“Nel quadro dell’economia occidentale, il rapporto dei Paesi con gli Stati Uniti si basa sul profilo import ed export, perché gli Usa sono il più grande mercato di riferimento. Avere gli Usa eventualmente blindati avrebbe sicuramente ripercussione sull’Unione Europea. Basti pensare all’effetto delle crisi finanziarie più recenti in tutta Europa. Sarebbe, tuttavia, impossibile marcare una differenza netta fra import ed export: si tratta di settori interconnessi”.

Come commenta il taglio dei tassi di interesse di mezzo punto operato dalla Federal Reserve in merito alle preoccupazioni dell’impatto del Covid-19 sull’economia?
“Quest’operazione dimostra sempre più che questo virus ha non solo un effetto sugli aspetti sanitari e sociali, ma anche una ricaduta molto netta su quelli economici. Nell’arco di brevissimo tempo, infatti, tutti i Paesi, Italia compresa, dovranno predisporre un percorso per l’economia statale e farla ripartire al più presto”.

Il nuovo coronavirus influirà sulla politica dei dazi di Trump?
“Ho la sensazione che questo virus potrà cambiare i paradigmi della relazione internazionale, almeno nel breve termine. È cioè inimmaginabile pensare a un blocco degli accessi dell’import di alcune merci in Paesi già in sofferenza”.