La pandemia può ridistribuire la ricchezza? Per ora no e i divari aumentano

Per battere il Covid c’è solo la scienza, altro che scorciatoie o ricette facili

Per almeno dodicimila anni, la peste e le epidemie, insieme ad altre catastrofi di scala sufficientemente ampia, sono sempre state vissute come delle grandi livellatrici sociali. Ciò a causa della redistribuzione di ricchezza in un mondo distrutto e del fatto che poveri e ricchi, nobili e servi venissero colpiti sostanzialmente nello stesso modo; ce lo ha giusto ricordato di recente lo storico austriaco Walter Scheidel nel suo libro “The Great Leveler: Violence and the History of Inequality from the Stone Age to the Twenty-First Century”. Tuttavia, non è quello che sta accadendo durante l’attuale pandemia, che invece si sta rivelando un fattore di incremento delle disuguaglianze.

Innanzitutto, disuguaglianza nel diritto alla salute. Per esempio, in un recente studio condotto su milioni di americani, si è trovato che chi ha dipendenza da sostanze di abuso, come gli oppioidi, non solo può sperimentare sintomi peggiori, a causa probabilmente dello stato del suo sistema cardiovascolare e dei suoi polmoni, ma a causa della marginalizzazione sociale che vede accresciuto il divario nell’accesso al trattamento sanitario negli Stati Uniti. In generale, in quel paese i gruppi sociali che partono già in svantaggio per quanto riguarda l’accesso a cure mediche efficaci, come i neri e gli ispanici, sono colpiti in maniera proporzionalmente maggiore dal virus, che oltretutto si diffonde più rapidamente nelle condizioni di minore separazione fisica legate ai bassi redditi.

Anche in Inghilterra si è riscontrato che proprio le fasce più povere della popolazione sono maggiormente predisposte a forme più severe di Covid-19, a causa di fattori predisponenti associati alla povertà. In questo stesso studio si è visto come tutte le disuguaglianze sociali importanti, da quelle di genere a quelle generazionali, vedono accentuarsi il divario in tempo di pandemia: questo sia perché alcune di quelle disuguaglianze predispongono all’infezione o a una sintomatologia più grave, sia anche perché le misure di contenimento – e in particolare il lockdown – colpiscono maggiormente chi è in partenza più povero, più debole, meno autosufficiente o più limitato per qualunque motivo.

Le disparità aumentano non solo all’interno delle nostre società, ma anche a livello globale, con il mondo povero colpito più duramente di quello ricco: il blocco dei trasporti e le restrizioni economiche hanno per esempio messo a rischio le gracilissime economie di sussistenza alimentare di molti paesi africani, portando anche a un esacerbarsi delle violenze, come messo in luce dalla Fao. Questi e altri dati evidenziano come, sebbene resti vero quanto Scheidel afferma, cioè che grandi catastrofi possano segnare un momento di ridistribuzione di ricchezza ed essere seguite da un’età più florida, questo è in realtà un bilancio che si può trarre nel lungo periodo: nell’immediato, il virus e la battaglia contro di esso stanno creando maggior divario, ed è su questo fronte che è necessario intervenire al più presto, ricordando che in una pandemia nessuno può difendersi da solo, lasciando che i più deboli si infettino o periscano.