La pace è un miracolo e non è da ingenui inginocchiarsi per chiederlo

Un miracolo è qualcosa che da soli non si può realizzare, per quanto lo si desideri; ci si deve sottomettere a Dio rinunciando alla presunzione di dominare facendo giustizia da sé

«Io appartengo a quella generazione che ha vissuto la Seconda Guerra mondiale ed è sopravvissuta. Ho il dovere di dire a tutti i giovani, a quelli più giovani di me, che non hanno avuto quest’esperienza: “Mai più la guerra!”, come disse Paolo VI nella sua prima visita alle Nazioni Unite. Dobbiamo fare tutto il possibile! Sappiamo bene che non è possibile la pace ad ogni costo. Ma sappiamo tutti quanto è grande questa responsabilità. E quindi preghiera e penitenza!». Queste le parole di Giovanni Paolo II all’Angelus del 16 marzo 2003, inascoltato da Stati Uniti e alleati occidentali che qualche giorno dopo – 20 marzo – invasero l’Iraq dando inizio alla seconda guerra del Golfo, terminata (formalmente) nel dicembre 2011. Sappiamo oggi che le “armi di distruzione di massa” in possesso di Saddam Hussein, motivo della guerra, non esistevano e sappiamo anche che la guerra ha destabilizzato l’Iraq e la regione circostante con sviluppo ancora non arrestato del terrorismo. I costi umani del conflitto sono discussi, ma le stime parlano di cinquemila soldati della coalizione occidentale, diecimila soldati iracheni e centosessantamila civili. Joseph Stiglitz, premio Nobel per l’economia nel 2001, e Linda Bimes hanno pubblicato un libro nel 2008 in cui hanno calcolato che la guerra sarebbe costata tremila miliardi di dollari al popolo americano.

È difficile dare torto alla invocazione di Giovanni Paolo II che riprendeva quella di Paolo VI e precede quella attuale di Francesco di fronte alla guerra in Ucraina. Tutti i Papi del Novecento si sono dimostrati uniti nella condanna della guerra. Pio X (1903-1914), sollecitato a benedire le truppe austro-ungariche che stavano per invadere il Belgio, disse: «Io benedico la pace». Benedetto XV (1914-1922) definì la Prima Guerra mondiale «l’inutile strage». Pio XI (1922-1939), nonostante avesse definito Mussolini «uomo della provvidenza» per la firma dei Patti Lateranensi, condannò come «inammissibile» l’antisemitismo e la condotta hitleriana. Pio XII (1939-1958) nell’agosto del Trentanove lanciò un accorato appello radiofonico contro l’intervento armato: «Nulla è perduto con la pace, tutto può esserlo con la guerra». Giovanni XXIII (1958-1963) si rivolse direttamente a Kruscev nel 1962 per il ritiro delle navi portamissili inviate a Cuba con il pericolo di una reazione americana che poteva addirittura scatenare un conflitto nucleare. Kruscev ritirò le navi e il 15 dicembre così scrisse al Papa: «In occasione delle sante feste di Natale La prego di accettare gli auguri e le congratulazioni di un uomo che Le augura salute e forza per la sua costante lotta per la pace e la felicità e il benessere».

Numerosissimi sono gli episodi in cui i Papi hanno preso posizione contro la guerra e qui non si possono evidentemente citare tutti. Vale pena di citare in conclusione un passaggio di Benedetto XVI nel discorso per la Giornata della pace del 2012: «La pace non è un sogno, non è un’utopia, è possibile. I nostri occhi devono vedere più in profondità, sotto la superficie delle apparenze e dei fenomeni, per scorgere una realtà positiva che esiste nei cuori, perché ogni uomo è creato ad immagine di Dio e chiamato a crescere, contribuendo all’edificazione di un mondo nuovo».

Un problema di realismo

Il breve excursus storico qui riportato è una delle ragioni per cui, di fronte all’appello attuale e pressante di papa Francesco contro la guerra, in molti dicono che il Papa non può dire che così, obbligato come i suoi predecessori a esortare alla pace e all’amore reciproco; ma, dicono costoro, l’esigenza di giustizia e libertà chiede di combattere e resistere contro chi opprime. Altri, pure non pochi, si associano al richiamo del Papa, che intendono come affermazione di un pacifismo assoluto a prescindere dal giudizio su chi attacca a torto e chi si difende a ragione. Così si alimenta il dibattito, alquanto astratto e prolisso, sulla liceità della guerra e della equidistanza tra oppressi e oppressori.

Sono pieni i giornali, con gli editorialisti scatenati nel richiamo morale a sostenere la guerra (maggioritario) o ad allontanarla, isolandola e lasciando perire chi deve. Il quadro è scombussolato dal fatto che la tragedia ucraina è assai più vicina di altre simili e il suo potenziale di distruzione e allargamento è notevole. Così chi è a favore della guerra si dichiara ancora più a favore e chi è contro, ancora più contro, come a eliminare da sé il dubbio inespresso che quelli che la pensano diversamente possano avere ragione.

Però, nell’appello del Papa contro la guerra le cose stanno diversamente. Il problema non è di principio sulla liceità della guerra o sulle ragioni dei contendenti: è chiaro e riconosciuto chi ha aggredito e chi come reazione si difende ricorrendo necessariamente alle armi. Il problema è di realismo; non di realpolitik, ma realismo nel senso proprio di rapporto con la realtà; con la realtà come è e non come si vorrebbe che fosse. Il Papa, come i suoi predecessori, sa benissimo che la guerra a volte è inevitabile, che la guerra adesso c’è, che, nonostante il mascheramento e quindi l’incertezza delle cifre, in due mesi ha probabilmente ucciso tanti soldati quanti otto anni di guerra del Golfo e bisognerà vedere quanti civili. Sa benissimo che le trattative non vanno bene, che l’Ucraina sta diventando il fulcro di uno scontro tra Occidente e Oriente, che potrebbe evolvere in una spietata occupazione con una durissima e lunga resistenza creando un muro di odio tra popoli che prima erano fratelli, con la stessa lingua e la stessa fede cristiana.

La tregua di Natale

Il Papa ha presente il versetto del Vangelo di Luca 14, 31-32: «Quale re, partendo in guerra contro un altro re, non siede prima a esaminare se può affrontare con diecimila uomini chi gli viene incontro con ventimila? Se no, mentre l’altro è ancora lontano [cioè per tempo, ndr], gli manda dei messaggeri per chiedere pace». La sproporzione di forze tra Ucraina e Russia è enorme e anche i giornali più bellicisti dicono che la vittoria della prima è “apparentemente” impossibile. Apparentemente? È impossibile senza il supporto della Nato, che il presidente ucraino Zelensky sollecita a intervenire sempre di più. Il Papa chiede di impedire una spirale ascendente e disperata, che, secondo il parere saputo e a volte un po’ compiaciuto di esperti militari, politici e intellettuali, potrebbe addirittura condurre a un conflitto nucleare da fine del mondo, almeno come lo conosciamo noi.

L’unica ragione vera di una guerra è ristabilire la pace. Combattere con umanità significa cercare la pace, non permettere che odio e vendetta prevalgano. Sulla Stampa del 23 aprile scorso è apparso un commento, come al solito intelligente, di Domenico Quirico dal titolo “La fede non basta a fermare le bombe”. L’autore afferma che è «illusione umanizzare la guerra», che sarebbe come voler «umanizzare l’inferno… La guerra è semplicemente se stessa, pianificazione dell’assassinio organizzata con la massima efficienza e solerzia», così che è difficile evitare crimini, ammazzare, oltre ai soldati, popolazione inerme e distruggere senza criterio. Per questo, dice il Papa, bisogna cercare di fare pace al più presto, per impedire che il peggio dell’uomo emerga, rifiutando anche una tregua pasquale.

A questo proposito, significativamente Quirico spezza il pessimismo iniziale del suo articolo, cominciando con un «eppure» a ricordare il «miracolo» del Natale del 1914, quando dalle trincee tedesche, francesi e inglesi, l’una di fronte alle altre, a pochi metri, si smise di combattere e si uscì, fraternizzando con il nemico, in cui si riconoscevano le stesse domande, le stesse paure, lo stesso bisogno di vita e di pace. Tra la rabbia dei comandi che temevano il tradimento. Poi il 26 dicembre tutto ricominciò come prima e fu sangue e fango per altri quattro anni.

Guerra alla guerra

Un miracolo appunto, in cui, come dice Benedetto XVI nella citazione sopra riportata, sotto la superficie delle apparenze, anche le più violente, si riscopre la realtà positiva che esiste nei cuori degli uomini e che sospinge a essere amici e costruire insieme. Un miracolo indica un avvenimento che le persone da sole non possono realizzare, per quanto lo desiderino; debbono chiederlo, debbono sottomettersi a Dio rinunciando alla presunzione di dominare facendo giustizia da sé. La pace è lotta contro se stessi, consapevolezza, come diceva Paul Claudel, che «in parti uguali di gioia e di dolore è fatta». La pace non è l’irenismo di un mondo perfetto in cui tutto funziona come vogliamo noi, perché noi non siamo perfetti ed è la nostra imperfezione, non solo quella degli altri, che scatena la guerra.

Quindi preghiera e penitenza chiede il Papa, per riconoscere la dipendenza da Dio. La chiede certamente ai governanti, ai militari, che hanno maggiori responsabilità, ma anche a tutti noi, che condividiamo un mondo e un tempo in cui l’idolatria per il benessere, ovvero per se stessi, non aiuta una pace vera, che abbia posto per la sofferenza e l’accoglienza. D’altra parte, stiamo tutti vedendo, nel nostro paese e non solo, che l’accoglienza dei profughi, dei bambini e dei malati è il modo con cui la generosità del popolo sta opponendosi agli esiti più disastrosi della guerra. Non si tratta pertanto di fare recriminazioni a senso unico sui difetti dell’Occidente. I difetti che sono qui sono dappertutto, magari alcuni in quantità maggiore, come mostra l’ideologia violenta e sprezzante di Putin e dei suoi sodali. Si tratta di fare guerra alla guerra, che continua e non sembra volersi fermare.