La Nigeria ancora sotto il fuoco jihadista

Colloquio con l’arcivescovo di Lagos monsignor Alfred Adewale Martins

Boko Haram continua a seminare terrore in Nigeria. Il 20 gennaio la terribile notizia della decapitazione di Lawan Andimi, un pastore protestante precedentemente rapito dal gruppo jihadista, ha fatto il giro del mondo, mentre la penetrazione nelle regioni nord occidentali sta suscitando allarme nelle istituzioni che non la immaginavano così massiccia. «Sono esterrefatto da quanto sta avvenendo nel nord-ovest e in altre aree del Paese – ha recentemente dichiarato il presidente della Nigeria Muhammadu Buhari – Sapevamo della loro forza ma ciò che sta succedendo ora è sorprendente. Qui non si tratta di guerra di religione ma di un piano malvagio contro il Paese». È un’ammissione pesante: uno dei temi più sbandierati da Buhari nelle campagne elettorali pre-voto del 2015 e del 2019, tra i motivi delle sue vittorie, era stata proprio la definitiva sconfitta di Boko Haram e la messa in sicurezza del Paese. Il famigerato gruppo jihadista, invece, dimostra di rinascere dalle sue ceneri, cambiando tattiche e zone di azione, ma riuscendo sempre a essere drammaticamente attuale. Nel frattempo, le associazioni cristiane lanciano l’allarme, dopo l’uccisione per decapitazione del reverendo Andimi, il rapimento di quattro seminaristi cattolici avvenuto l’8 gennaio e altri episodi violenti che si susseguono ormai da mesi, si dicono preoccupate e temono per il futuro.

A quasi un anno dalle elezioni che hanno visto l’affermazione di Buhari, parliamo della situazione del Paese potenzialmente ricchissimo ma nella realtà afflitto da grandi problemi sociali, corruzione e terrorismo, delle violenze, delle riforme attese e del ruolo della Chiesa con monsignor Alfred Adewale Martins, arcivescovo di Lagos.

Eccellenza, lo scorso 8 gennaio sono stati rapiti 4 seminaristi cattolici nello Stato di Kaduna, ennesimo episodio di una serie di sequestri o di violenze contro cristiani in Nigeria. Innanzitutto quali sono le notizie dei seminaristi e poi, qual è la situazione generale rispetto gli episodi anti-cristiani nel suo Paese?

«Il rapimento è un esempio dell’insicurezza del Paese. Ho parlato pochi giorni fa con uno dei vescovi della zona che mi ha detto che uno dei quattro seminaristi è stato rilasciato mentre per i tre ancora nelle meni dei rapitori si sta negoziando il riscatto (nella serata del 31 gennaio altri due seminaristi sono stati rilasciati, mentre il 1 febbraio è stato rinvenuto il corpo senza vita del quarto ndr). Da quello che risulta si tratterebbe di criminalità locale, non di terroristi. Certo è che per tutta la comunità cristiana è un momento molto drammatico colpita com’è da rapimenti, spesso eseguiti a differenza di questo, da Boko Haram, o da atti di violenza. Ci giungono spesso notizie di blocchi di persone in viaggio seguiti da separazione dei cristiani dal resto dei viaggiatori e successiva sparizione».

La decapitazione del Reverendo Andimi ad opera di Boko Haram lo scorso 21 gennaio mostra che il gruppo jiahdista è ancora vivo e forte. Qual è lo stato della lotta contro i gruppi terroristici in Nigeria?

«Io non capisco in quale pianeta possa vivere chi dice che Boko Haram è morto. Al contrario è molto vivo e non a caso è il presidente stesso ad ammettere di essere sorpreso della recrudescenza. È incredibile che il presidente abbia continuato a pensare che fosse sconfitto, o è male informato o è ignorante della situazione del Paese. Noi chiediamo di continuo di occuparsi del sistema di sicurezza del Paese e denunciamo che non sta proteggendo il popolo adeguatamente, in maniera particolare i cristiani. Speriamo che ci sia presto un’inversione di rotta».

Di recente il governo ha proposto una serie di misure come la legge contro gli hate speech per i quali è richiesta la pena di morte, o altri strumenti estremi che hanno suscitato aspre critiche da parte della Chiesa. Alcuni esponenti hanno parlato di un «ritorno alla dittatura» altri hanno dichiarato che «molte cose vanno male nel Paese per cattiva gestione del potere»: c’è un rischio di scivolamento verso forme autoritarie?

«Siamo rimasti molto sorpresi della proposta di legge. Non tanto per i limiti verso chi semina odio ma per come si possa usare malamente o abusare di una simile misura. Esistono già leggi che regolano adeguatamente l’uso dei social e non vediamo assolutamente la necessità di introdurne di nuove. La sensazione, è che queste misure facciano parte di un percorso di preparazioni per evitare che i cristiani e le minoranze parlino e denuncino i problemi come fanno da sempre. La pena di morte, poi, è assolutamente inconcepibile. Speriamo davvero che non si ricorra a questa legge né a questa forma estrema di punizione a cui noi saremo sempre fermamente contrari».

È passato quasi a un anno dalle elezioni che hanno decretato la vittoria di Buhari. Qual è la situazione del Paese? Le riforme promesse dal presidente cominciano a essere implementate? Qual è il rapporto tra il governo e le Chiese?

«Le riforme sul tema della corruzione erano una delle maggiori promesse. È penoso, quindi, dover vedere che in questo anno, secondo Transparency International, la Nigeria sia addirittura regredita. In altre parole la corruzione è ancora molto presente e non abbiamo visito grandi mutamenti. Speriamo in un rapido cambio di marcia. Per quanto riguarda i cristiani e il governo, fino a un po’ di tempo fa c’era un equilibrio nei poteri e i posti chiavi venivano assegnati rispettando le minoranze. Ora no: il presidente è musulmano, a capo del sistema giudiziario c’è un musulmano, i presidenti del Senato e della Camera Bassa sono musulmani, i servizi di sicurezza sono guidati da musulmani. Non c’è da stupirsi se sale il timore di una islamizzazione del Paese. L’Associazione che raggruppa tutti i cristiani (Christian Association of Nigeria) è stata accusata di essere troppo politica quando denuncia i problemi di sicurezza. Noi teniamo aperta una interlocuzione con il governo ma al momento non riceviamo adeguate risposte».