La morte nuda di Bergamo

Né fiori né parenti in lacrime. Solo la preghiera di un monaco sulle bare accatastate nei camion. I riti gelidi del coronavirus visti da due musicanti che hanno vissuto in Sicilia la teatralità del lutto

“Ti ricordi quante volte abbiamo riso e sorriso di fronte alla morte?”. Michele Ballistreri era un mio compagno di scuola. Eravamo nati e cresciuti – così come si poteva crescere – nella profonda Sicilia, in uno di quei paeselli abbarbicati su un costone di montagna povero e pietroso. Tempi duri, tempi aspri e rasposi. Conclusa la quinta elementare, i miei e i suoi genitori ci avevano obbligato a frequentare un salone da barbiere, con le pareti dipinte di blu, uno specchio grande e un lavandino impregnato di sapone e pietra allume. “Tanto per non stare in strada e non prestare il fianco all’ozio che è padre di ogni vizio”, così ci dicevano. Il salone, pomposamente chiamato così, era fatto di una stanza. Che poteva essere per noi la stanza della tortura. Invece, grazie al maestro Nicola Lapunzina – che di giorno tagliava barba e capelli ma di sera addestrava alla musica la banda comunale – quella stanza diventò il luogo geometrico della nostra libertà: imparammo il solfeggio, scoprimmo il fascino dello strumento e perfezionammo i due accordi indispensabili per muovere i primi passi tra le note: andavamo col Sol maggiore quando ci chiamavano per una serenata e con il Re minore quando c’era da accompagnare un morto al camposanto. Funerali di prima classe, li chiamavamo. Già. “Ti ricordi quante volte abbiamo riso nella strada lunga che portava dalla chiesa di San Cataldo fino al camposanto?”, s’accalora Michele. E lo dice con tutta l’amarezza e l’ironia che la nostra età – siamo poveri di anni e carichi di malanni – oggi ci suggerisce. Vede le bare che si accatastato a Bergamo, a Brescia e negli altri ospedali dell’Italia flagellata dal coronavirus. Vede i camion militari che le ammassano a gruppi di sei o di dieci e le portano verso lontani forni crematoi. Ascolta le storie di figli che non hanno potuto sfiorare le mani dei padri intubati, delle madri in agonia. Vede la velocità con la quale gli sventurati passano dal contagio alla terapia intensiva e da lì alla camera mortuaria, senza estrema unzione, senza un segno di croce, senza una lacrima. Se non quella di un frate che si aggira tra le mura dell’ospedale di Bergamo, poggia il telefonino acceso sulle salme e prega con i parenti lontani.

 

Mai viste tante bare senza conforto, senza il dolore dei vicini, senza lo strazio di una moglie, di un figlio, di un fratello. Senza cordoglio, senza compassione, senza umanità. La voce di Michele, che all’inizio della telefonata poteva sembrare persino beffarda, si stempera in un lento e innocente rimorso, in un accenno di stizza, in una botta di rabbia. “Ma che cazzo ci ridevamo?”.

 

Certo, eravamo ragazzi. Picciottelli. Ma non eravamo né cinici né spietati. Passavamo intere giornate, fino a notte fonda, nella barberia del maestro Lapunzina. E la sera, quando non c’erano più barbe da radere e capelli da tagliare, arrivavano in quella stanza pure i maschi del vicinato per parlare di tutto e di niente, per catturare le ultime meraviglie, le ultime cattiverie, le ultime maldicenze, gli ultimi ammiccamenti, in un crescendo straripante di risate e sberleffi. Si parlava di amori e tradimenti; si ricamavano passioni, corna e cavallerie rusticane. Era, il salone, un teatro delle finzioni, delle cose non viste e delle cose sperate. Un’officina dei miracoli che dava sensualità a ogni nostro discorso e ornamento barocco a ogni nostro ragionamento. Dalle pietre quadrate dei fatti – o, se volete, della realtà – nella barberia di via Pietragrossa si riusciva sempre a spremere un supplemento gioioso di provocazione, un gioco improvvisato di dissonanze e irriverenze.

 

Un guizzo dolceamaro di ironia, appunto. Che ci portavamo dietro come una seconda pelle, anche e soprattutto quando il maestro Lapunzina ci convocava per intonare il nostro misero Requiem dietro una bara. Da noi, in quel pizzo di montagna, un funerale non era solo un rito religioso. E neppure un rito pagano. Era un lavacro esistenziale. Era la rappresentazione teatrale, ma soprattutto corale, di una tragedia che non coinvolgeva solo i parenti ma l’intera comunità. I vicini si accalcavano in una stanza stretta attorno all’agonizzante, e se ne stavano lì per tutta la notte. “Non c’è matrimonio dove non si piange e non c’è lutto dove non si ride”, sermoneggiavano i più anziani costretti a darsi un turno per vegliare il moribondo fino al momento del trapasso. E per spingere la notte più in là si abbandonavano a racconti che li tenessero svegli, capaci di allentare la tensione; anche con forzati momenti di ilarità: mai lascivi, si badi bene, ma sussurrati, con l’aria complice e peccaminosa di chi sa di irridere la cupa sacralità della morte; di chi crede di offrire ai parenti in lacrime la confortevole illusione che l’aldilà non è un luogo di tenebra ma di arida luce.

 

Certo, la scenografia era una fitta sequenza di mestizia e di nero: coppole nere, cravatta nera, fascia nera al braccio, scialle nero per le donne. E poi il lamento funebre: un canto strozzato in gola, ritmato sui toni sordi della pena, fatto per mostrare cuori sanguinanti, invocazioni laceranti, imprecazioni disperate contro il destino e la malasorte: “u nneru”, lo chiamava mia madre. Si protraeva per due giorni e tre notti e si spegneva solo quando nella stanza del lutto arrivava don Gateano, il parroco di San Cataldo per la benedizione della salma. E dopo il parroco arrivava il barbiere, proprio lui, il nostro amatissimo maestro Lapunzina, espertissimo nel lavare la faccia con l’aceto, nel sistemare gli occhi sigillati dalla morte, nel rasare e vestire il cadavere con gli abiti della festa, quelli che il poverocristo aveva indossato per i matrimoni, i battesimi e le processioni del santo patrono.

 

Sì, era anche esagerata questa complicità, tutta siciliana, tra la morte e il teatro, tra la cerimonia dell’addio e il pellegrinaggio di tutti coloro, vicini di casa e parenti lontani, che salivano e scendevano dalle scale per apparecchiare un pranzo e una cena, per consolare i parenti più stretti e addolorati con un cibo povero ma dignitoso, a volte pure sfarzoso per quelle terre e per quelle tavole; a volte persino punteggiato da un cannolo, da un biscotto, da un caffè. Prendete e mangiate, come nell’ultima cena. E tutti prendevano, con gli occhi umidi ma senza lacrime. “Qui si vive in pieno Seicento”, scriveva Ippolito Nievo alla madre, Adele Marin, nel 1860 dopo un non facile viaggio in Sicilia. E parlava dell’ignoranza, del barocchismo ma anche delle raffinatezze che segnavano i riti della morte.

 

Noi, poveri musicanti di paese, quei riti li vedevamo quasi ogni giorno. Vedevamo la traboccante umanità che c’era dietro quel pasto servito nella stanza adiacente a quella del defunto; e se ci accorgevamo che il parente consolatore invitava il parente più stretto a sospendere il pianto e ad accettare il dolce – “un cannolo non apre le porte del paradiso e non chiude quelle dell’inferno” – esplodevamo pure in una risata, manco fossimo dietro le quinte di un palcoscenico. Perché eravamo picciottelli. Ed eravamo portatori sani di un’ironia dove c’era “il vivere e il vedersi vivere” e dove c’era il gusto di tracciare una venatura di levità anche nel corpaccione angoscioso, cereo e olivastro della morte. Ricordate la sirena incantatrice di Giuseppe Tomasi di Lampedusa, l’autore del Gattopardo? Andava in soccorso dei naufraghi “per mutare in piacere il loro ultimo rantolo”.

 

No. Noi non davamo piacere a nessuno. Cercavamo solo di alleviare il dolore, di rendere sopportabile il distacco, di trasformare la crudeltà dell’addio in un momento solenne. Lo facevamo con un Requiem suonato alla meglio ma che all’un tempo pretendeva di diventare, con testarda ambizione, la colonna sonora di una cerimonia celebrata a futura memoria. Se, in quegli anni ruvidi e impietosi, avessimo avuto il tempo e il modo di leggere i libri di Gesualdo Bufalino avremmo potuto dire che con la nostra pietà e le nostre risate, col nostro amore e la nostra ironia, con la nostra commozione e la nostra perfidia, consegnavamo comunque ai parenti del morto una memoria da “incuneare come un corpo mistico tra il tempo e l’eternità”.

 

Da noi nessuno moriva da solo. E la nostra piccola banda di paese non ci appariva come un’ensemble scalcagnata, composta da sette ottoni, tre clarinetti, un filicorno e una gran cassa; ma come un coro di angeli e arcangeli, di serafini e cherubini, chiamato di volta in volta da un popolo dolente ad accompagnare i defunti verso un oltretomba meno crudele. Verso gli “inferi blandi”, amava scandire il maestro Lapunzina col tono baritonale di chi aveva familiarità con i versi rotondi delle grandi opere liriche, dalla Tosca ai Pagliacci, da Parsifal a Lucia di Lammermoor.

 

Ma è per questo, probabilmente, che il mio vecchio amico Michele, compagno di banda e di barberia, non si dà pace. “Ma per che cazzo ridevamo?”, ripete. E vedendo le bare accatastate di Bergamo si danna l’anima.

 

Da noi la morte era un teatro del dolore, una orazione propiziatoria, una tragedia cantata da una comunità di affetti e di sentimenti, un tambureggiare di ricordi e di memorie, un arpeggio di destino e di innocenza. Da noi non c’erano i fiorai e l’unico fiore che ciascuno poteva deporre su una bara era il “fiore di San Vincenzo”, detto anche rosa aulentissima. Era di carta e lo portavano le orfanelle dell’opera pia dell’Immacolata: tutte sotto i dieci anni, con gli occhiuzzi malinconici e le mantelline blu. Sfilavano davanti alla bara in fila indiana e recitavano la litania lauretana, dedicata alla Madonna della Catena: “Mater dolorosa, consolatio afflictorum, turris eburnea, ianua coeli”. Un contrappunto, di tristezza e di pietà, che puntualmente scavalcava non solo il nostro Requiem ma anche l’afflizione dei parenti per il morto; un morto sul quale noi, picciotti d’azzardo e di irriverenza, avevamo sparso il sale di una risata forse inopportuna e di una irredimibile ironia.

Parce sepulto. Ma pensate che cosa sarebbe la morte senza le preghiere e i suffragi, senza il Dies irae e il Miserere; se non fosse accompagnata da una umanità che piange, che soffre e si dispera, e che cerca di darle conforto anche col Re minore intonato da quattro musicanti di paese, anche con un cannolo consolatorio e il fiore di carta tenuto in mano dalle orfanelle.

 

Pensate che cosa è la morte a Bergamo.