La morte e quell’abbraccio che ci attende da sempre

Oggi è il giorno tradizionalmente dedicato alla commemorazione dei defunti. O la morte è un evento che dialoga con il nostro cuore, oppure ci resta solo il non-senso. Pellegrinare fra le tombe non è passare in rassegna i lutti e i dolori di un’intera vita, bensì imparare a ringraziare per ogni volto, per ogni passo, che ha reso la nostra vita così vera, così lontana dall’oceano di mestizia che sembra riempire i ricordi di questi giorni. Non perché il lutto sia venuto meno, ma per la straordinaria percezione che ogni addio si è posto nella nostra vita come passo – come opportunità – di accostarci di più ad un abbraccio che in fondo ci attende da sempre

Il corteo di auto che in molte città cerca parcheggio sotto l’acqua scrosciante lascia intendere che anche quest’anno i cimiteri saranno meta di un sobrio pellegrinaggio degli affetti e dei ricordi, in questi giorni di metà autunno in cui la società si ferma per lasciare spazio alla memoria e al rispetto di chi non c’è più.

La morte è da sempre l’argomento più difficile della vita. Accettare che le cose finiscano, che la vita abbia un termine, significa implicitamente ammettere di non possedere alcunché, ma di aver ricevuto tutto “in prestito”: un giorno dovremo restituire genitori, nonni, figli, amici, colleghi di lavoro, mariti e mogli. Il tempo passato con ciascuna di queste figure è un tempo della vita, non tutta la vita.

Ma allora quel tempo si riempie di domande e chiede, con forza crescente, almeno uno scopo, un motivo, un perché. “Se stiamo insieme ci sarà un perché” cantava qualche decennio fa Riccardo Cocciante, ed è l’avventura della scoperta di quel perché che oggi manca, salvo poi trovarci spiazzati da una morte che non ci dà pace per il semplice motivo che non è chiaro ai nostri occhi perché ci è stata data. Fa impressione constatare come nella stragrande maggioranza dei casi stiamo insieme per caso, senza chiederci come mai ci siamo incontrati e che cosa il rapporto con te significhi per me e per la mia vita.

Non sorprende, dunque, che sempre più spesso la morte cessi di essere un evento che dialoga col nostro cuore, segno di un nuovo cammino e di una nuova strada da intraprendere, ma diventi una tragedia irrazionale da cui – per riprendersi – occorrerebbe solo “dimenticare”.

La scorsa primavera, quando è morto mio padre, sono partito venti giorni per la Scozia per poter piangere per conto mio, non visto da nessuno. Oggi quella morte mi appare come una risposta potente ad un interrogativo che abitava da anni la mia vita, ossia se – dopo tanti affidi e un’adozione – io fossi, infine, figlio di qualcuno. È impressionante come il Mistero di Dio si sia servito del compimento della vita di mio padre per infondere in me la certezza di essere figlio, per dare nuova consistenza alla mia personalità e permetterle di uscire per sempre dagli anni bui del dolore e della solitudine. Mai ho avvertito la morte così sorella come nell’istante in cui ho potuto afferrare, e intuire, il perché mi era stata data quella vita.

Pellegrinare fra le tombe non è passare in rassegna i lutti e i dolori di un’intera vita, bensì imparare a ringraziare per ogni volto, per ogni passo, che ha reso la nostra vita così vera, così lontana dall’oceano di mestizia che sembra riempire i ricordi di questi giorni. Non perché il lutto sia venuto meno, ma per la straordinaria percezione che ogni addio si è posto nella nostra vita come passo – come opportunità – di accostarci di più ad un abbraccio che in fondo ci attende da sempre.