La morte di Lazzaro e la nostra fede provata

Con la resurrezione di Lazzaro, Gesù compie il segno più grande per condurre il cuore dei discepoli ad avere fede in Lui, mentre la liturgia si inserisce nel tempo che stiamo vivendo: il numero elevato di morti, la paura diffusa e l'insufficienza delle strategie umane sembrano rappresentare l’antica scena di Betania: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?”. Occorre percorrere la via della fede insieme a Marta che infine disse: “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo”.

“Vieni fuori!” (Gv 11, 43), parole divine pronunciate da Gesù dinanzi alla tomba dell’amico Lazzaro sepolto già da quattro giorni. Non sono le uniche, ma sono quelle singolari, originali e inaudite, che soltanto il Figlio di Dio poteva proferire. Nella triste circostanza della morte dell’amico e del discepolo, il Maestro condivide con i presenti anche altri sentimenti e reazioni, tipici dell’animo umano, come il dolore, lo sconforto, l’angoscia e il dispiacere, espressi in quello scoppio di pianto, che fa dire anche ai cuori più insensibili e induriti dei Giudei: “Guarda come lo amava” (Gv 11, 36).

Il racconto della risurrezione di Lazzaro, come tutti gli altri “segni” riportati dall’evangelista Giovanni, costituisce un itinerario battesimale di fede, l’ultimo, prima del grande racconto della passione di Gesù.

I segni operati da Gesù, e seguiti da importanti discorsi, hanno in se stessi un fondamentale elemento di rivelazione del mistero di Cristo, che, espresso di volta in volta con un riferimento diverso (acqua, pane, luce, vita, ecc.), convergono nella chiave di lettura data dalla formula “io sono…”, che in questo caso, non rappresenta soltanto il verbo unitivo della persona di Gesù ad un elemento espressivo della sua missione, ma più decisamente evoca il nome di Dio “Io Sono”.

Le opere che io compio nel nome del Padre mio, queste danno testimonianza di me”, così aveva risposto Gesù ai Giudei che lo incalzavano: “Se tu sei il Cristo, dillo a noi apertamente” (cfr. Gv 10, 24-25). Con la resurrezione di Lazzaro Gesù compie il segno più grande per condurre il cuore dei discepoli ad avere fede in lui, mentre la liturgia di quest’ultima domenica di Quaresima si inserisce quanto mai opportunamente nel difficile tempo che stiamo vivendo. Il numero elevato di morti, l’oscura paura diffusa e la conclamata insufficienza delle strategie umane sembrano rappresentare anche ai nostri occhi l’antica scena di Betania.

Innanzitutto una forte provocazione per la fede: “Lui, che ha aperto gli occhi al cieco, non poteva anche far sì che costui non morisse?” (Gv 11, 37) oppure nel velato rimprovero di Marta: “Se tu fossi stato qui, mio fratello non sarebbe morto” (Gv 11, 21). È molto difficile accettare nella devastante esperienza del disfacimento la spiegazione previa di Gesù: “Questa malattia non porterà alla morte, ma è per la gloria di Dio… Lazzaro è morto e io sono contento per voi di non essere stato là, affinché voi crediate, ma andiamo da lui!” (Gv 21, 4. 14-15).

Betania era per Gesù un luogo di ristoro, di accoglienza e di amicizia, frequentava quella famiglia composta di tre fratelli ed era per lui come una casa; spesso con loro aveva mangiato e si era intrattenuto nel calore fraterno di un prezioso incontro umano; da loro aveva ricevuto tante attenzioni e premure e dunque la morte di Lazzaro è ancor più stridente e inquietante: è forte la tentazione di leggerla come una grave ingiustizia.

Anche Gesù condivide questa lettura e ne dà conferma: effettivamente la morte è un’ingiustizia, anzi è la peggiore delle ingiustizie. “Dio non ha creato la morte e non gode per la rovina dei viventi. Egli infatti ha creato tutte le cose perché esistano; le creature del mondo sono portatrici di salvezza, in esse non c’è veleno di morte, né il regno dei morti è sulla terra” (Sap 1, 13-14).

Lo fa accompagnandosi al cammino dei discepoli, fedeli nel rimanere con lui, ma tanto disorientati; lo fa con le sorelle, soprattutto con Marta in un paziente e delicato dialogo, in cui prende nelle mani i tanti fili aggrovigliati di quella vicenda e prova ad aiutarla lasciandola sfogare, ripetendole la parola della speranza e chiamandola ancora alla fede, mentre Maria resta seduta in casa, muta di dolore e salda nell’attitudine serena di chi si affida.

Lo fa soprattutto permettendo che quel tragico distacco ferisca il suo cuore umano, andando al sepolcro, guardando la pietra a chiusura della grotta, restando silenzioso in mezzo alle mormorazioni, commuovendosi fino alle lacrime. Sono tutti atteggiamenti che ci appartengono e che purtroppo ben conosciamo in questo doloroso frangente, che gonfia i cuori e gli occhi di lacrime, strappa agli affetti più cari, mette a nudo le ferite e alimenta tante incertezze per il futuro.

Anche noi siamo portati a soffermarci davanti a quella pietra, impietriti, e a perseverare nel pianto e con affetto nelle operazioni di sepoltura; seduti in casa o inquieti nei pensieri, cerchiamo rifugio nel dialogo orante ponendo nelle mani del Signore i nostri atroci perché. Ed ecco che, come un lampo, la presenza di Gesù ancora oggi squarcia la coltre dell’oscurità e la barriera dell’incomunicabilità tipica di chi è nel dolore, con una parola inaudita, appena sospettata dalla speranza e attesa dalla nostalgia del cuore: “Vieni fuori!” (Gv 11, 43).

Si compie la promessa che si legge nel libro del profeta Ezechiele: “Ecco, io apro i vostri sepolcri, vi risuscito dalle vostre tombe, o popolo mio, e vi riconduco nel paese d’Israele. Riconoscerete che io sono il Signore, quando aprirò le vostre tombe e vi risusciterò dai vostri sepolcri, o popolo mio. Farò entrare in voi il mio spirito e rivivrete; vi farò riposare nel vostro paese; saprete che io sono il Signore. L’ho detto e lo farò” (37, 12-14).

Signore, da chi andremo? Tu hai parole di vita eterna (Gv 6, 68); come Pietro, anche noi rispondiamo così al Signore che oggi ancora ci interpella nella fede. Tante parole, forse troppe parole umane oggi tentano di indicare una via d’uscita, ma non basta continuare a ripetere che “andrà tutto bene” per cambiare il corso degli eventi. C’è bisogno di una parola nuova, che l’uomo non ha in se stesso, portata dal Figlio di Dio come annuncio definitivo di liberazione dal male e dalla morte.

Ripetiamo spesso che, passata questa pandemia, nulla sarà più come prima”: ne siamo profondamente consapevoli e, per molti aspetti, lo desideriamo ardentemente. Nell’abbandono fiducioso alla provvidenza divina, ripetendo le parole di Marta “Sì, o Signore, io credo che tu sei il Cristo, il Figlio di Dio, colui che viene nel mondo” (Gv 11, 27), osiamo sperare che il mondo recuperi un orizzonte illuminato dalla fede e si incammini decisamente in un nuovo corso, deponendo ogni assurda arroganza e imparando a decifrare il mistero nell’ascolto obbediente della Parola del Signore. Si impone – ed è questa la nuova evangelizzazione, cui oggi è chiamata la Chiesa – un rinnovamento della vita, che, secondo l’insegnamento di San Paolo, parta dalla consapevolezza che “quelli che si lasciano dominare dalla carne non possono piacere a Dio … e se lo Spirito di Dio, che ha risuscitato Gesù dai morti, abita in voi, Colui che ha risuscitato Cristo dai morti darà la vita anche ai vostri corpi mortali” (Rm 8, 8. 11).

Concretamente ci sono dei gesti concreti indotti e pretesi dal grido di Gesù “vieni fuori!”: essi consistono nel decidersi a spostare la pietra, anche quando si sente cattivo odore… perché son già quattro giorni, si tratta finalmente di sciogliere le bende della sepoltura, di liberare Lazzaro e di lasciarlo andare

È l’invito risuonato all’inizio della Quaresima: “Non è piuttosto questo il digiuno che voglio: sciogliere le catene inique, togliere i legami del giogo, rimandare liberi gli oppressi e spezzare ogni giogo? Non consiste forse nel dividere il pane con l’affamato, nell’introdurre in casa i miseri, senza tetto, nel vestire uno che vedi nudo, senza distogliere gli occhi da quelli della tua carne? Allora la tua luce sorgerà come l’aurora, la tua ferita si rimarginerà presto. Davanti a te camminerà la tua giustizia, la gloria del Signore ti seguirà. Allora lo invocherai e il Signore ti risponderà; implorerai aiuto ed egli dirà: «Eccomi!»” (Is 58, 6-9).

In questa specialissima Pasqua riconosciamo il Signore, chino davanti a noi, e acconsentiamo che, lavando i nostri piedi, purifichi il nostro cuore e lo liberi da ogni fermento di male per sperimentare la gioia della risurrezione nella liberazione dal male, nella rassicurante compagnia del Signore, nella ritrovata comunione con il prossimo e nell’autentica armonia con il creato.