La morte del medico eroe smaschera il regime cinese

La Cina diffonde l’immagine dell’efficienza con cui affronta l’epidemia. Ma la morte dello scopritore del nuovo virus, Li Wenliang, svela come agisce un regime totalitario: il medico non era stato premiato, ma punito, perché del coronavirus non si doveva parlare. E la gente inizia a protestare. In Cina si sta verificando un fenomeno simile a quello che era seguito a Chernobyl, nel 1986, incidente di tutt'altra natura rispetto a un'epidemia, che però ha generato dinamiche simili. Oggi viene correttamente identificato dagli storici come una delle cause del collasso dell’Urss. Anche nel caso di Chernobyl, infatti, le autorità sovietiche, per motivi di prestigio, avevano taciuto fino all’ultimo, esponendo la popolazione locale al pericolo delle radiazioni. E così facendo hanno perso ulteriormente legittimità agli occhi dei loro cittadini. L’epidemia di coronavirus sta generando dinamiche simili: silenzio imposto dalle autorità cinesi e provvedimenti tardivi hanno permesso all’epidemia di diffondersi. E le autorità cinesi, lungi dall’essere granitiche come sembrano, stanno perdendo legittimità agli occhi del loro popolo.

Con un certo compiacimento, la Cina diffonde l’immagine dell’efficienza autoritaria con cui sta affrontando l’epidemia di coronavirus. E non pochi media italiani rilanciano volentieri quel tipo di propaganda, neanche troppo sottile, esaltando il grande paese da un miliardo e mezzo di abitanti che è in grado di mettere in quarantena 50 milioni di persone, costruire ospedali in 10 giorni (almeno ufficialmente) e avvertire il mondo del pericolo, con tempismo e precisione, pur mettendo a rischio la crescita della sua stessa economia. Tuttavia, la morte di una singola persona, sta mettendo in crisi questa narrazione. Non si tratta di una persone qualunque, ma di un vero eroe: il dottor Li Wenliang, l’oftalmologo che per primo ha individuato il coronavirus e ne è rimasto mortalmente infetto. La sua vicenda personale è uno spaccato preciso di come funziona (male) un regime totalitario.

Il dottor Li aveva sospettato dell’esistenza di un nuovo virus “simile alla Sars”, il 30 dicembre, individuandolo in sette pazienti dell’ospedale di Wuhan in cui lavorava. Aveva mandato un messaggio in chat ai suoi colleghi avvertendoli del pericolo e suggerendo di indossare mute protettive per prevenire un’infezione. Quattro giorni dopo, invece che ricevere un encomio, è stato duramente castigato dal locale Ufficio per la sicurezza pubblica, che lo ha costretto a firmare una dichiarazione di autocritica, per aver diffuso notizie false allo scopo di “turbare gravemente l’ordine sociale”. In quelle prime settimane di gennaio, infatti, la consegna era quella di ignorare l’esistenza del nuovo virus, sia per non turbare il Capodanno cinese, sia (soprattutto) per non disturbare i lavori del Congresso del Popolo cittadino a Wuhan, che si teneva proprio nella prima settimana di gennaio. La settimana successiva, le autorità locali hanno organizzato un banchetto con 40mila famiglie ospiti. Si può dunque immaginare perché la voce di Li sia risultata scomoda. Il medico, nel frattempo, aveva già contratto il virus e, pur continuando le sue ricerche, era stato ricoverato.

Le autorità hanno provato a censurare anche la notizia della morte stessa di Li Wenliang. Il decesso è avvenito in prima serata e la notizia è stata inizialmente diffusa alle 21:30 di giovedì ora cinese. Poi è scomparsa. Nel frattempo, secondo testimonianze di medici, funzionari governativi hanno costretto l’ospedale a cambiare i comunicati, affermando che il medico fosse ancora in vita. Alle 3 di notte è arrivata la conferma della morte.

Significativa la risposta del pubblico dei social network cinesi, tutt’altro che passivo. La morte dell’eroe domina i messaggi di venerdì, ma soprattutto dilagano commenti critici, come “L’amministrazione di Wuhan deve scurarsi con il dottor Li Wenliang” e, più in generale “vogliamo libertà di espressione”. Come riportato dall’agenzia missionaria Asia News, anche dissidenti più in vista stanno contestando apertamente l’operato delle autorità, pur sapendo di rischiare l’internamento. Xu Zhiyong, fondatore del movimento dei Nuovi cittadini, con già quattro anni di carcere alle spalle, ha scritto un articolo in cui chiede a Xi Jinping di dimettersi, perché incapace di affrontare le crisi. Xu Zhangrun, professore di legge all’università Qinghua, sospeso dall’insegnamento per aver contestato la “presidenza a vita” di Xi Jinping, ha contestato la leadership del Partito per aver fallito sul controllo dell’epidemia di coronavirus.

In Cina, insomma, si sta verificando un fenomeno simile a quello che era seguito a Chernobyl, nel 1986, incidente di tutt’altra natura rispetto a un’epidemia, che però ha generato dinamiche simili. Oggi viene correttamente identificato dagli storici come una delle cause del collasso dell’Urss. Anche nel caso di Chernobyl, infatti, le autorità sovietiche, per motivi di prestigio, avevano taciuto fino all’ultimo, esponendo la popolazione locale al pericolo delle radiazioni. E così facendo hanno perso ulteriormente legittimità agli occhi dei loro cittadini. L’epidemia di coronavirus sta generando dinamiche simili: silenzio imposto dalle autorità cinesi e provvedimenti tardivi hanno permesso all’epidemia di diffondersi. E le autorità cinesi, lungi dall’essere granitiche come sembrano, stanno perdendo legittimità agli occhi del loro popolo. Ed è semplicemente assurdo che, in Occidente, finora, si sia seguito il copione della propaganda di Pechino: paura ingiustificata di una pandemia mondiale (ingiustificata perché finora non c’è) e al tempo stesso ammirazione per gli sforzi e i sacrifici delle autorità cinesi per contenerla.