La metamorfosi dei santi medici in medici santi

In origine c’erano i mistici che curavano, vedi Cosma e Damiano. Ma nel Novecento accade l’opposto: veri professionisti poi canonizzati. Come Giuseppe Moscati e Riccardo Pampuri, amati non solo dai fedeli. In queste immagini c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico. Perché rappresentano la versione contemporanea di una domanda di guarigione, di salute, di salvezza che è il leitmotiv della storia dell’umanità. Una domanda di cui le religioni si sono sempre fatte carico. Una volta in esclusiva, quando i saperi medici erano ancora alle prime armi. E offrivano pochissime garanzie. Poi la proporzione si è invertita e la medicina ha monopolizzato nell’immaginario collettivo la gestione della domanda di protezione. Raccogliendo il testimone dalle mani dei taumaturghi celesti, come Rocco, Antonio Abate, Cosma e Damiano. Ecco perché se i primi santi sono anche medici, i nostri medici sono anche santi.

“Medici e infermieri, eroi veri”. È stato il mantra dell’Italia in lockdown. Un grazie dal profondo del cuore e un atto di fede nella scienza. Con tanto di striscioni da stadio appesi ai balconi, ai municipi, davanti agli ospedali. Ma a trasformare gli operatori sanitari in vere e proprie icone global ci ha pensato Banksy, il noto street artist britannico con il suo Game Changer, l’immagine di un bambino che butta nella spazzatura Batman e Spider-Man, e gioca con una Wonder Woman vestita da infermiera, crocerossa sul petto e mascherina d’ordinanza. L’artista ha donato il quadro all’University Hospital di Southampton, dove il virus ha mietuto molte vittime fra gli ospedalieri e adesso è in prima linea nella sperimentazione del vaccino. “Grazie per tutto quello che state facendo – recitava il biglietto di accompagnamento – spero che quest’opera porti un po’ di luce anche se è solo in bianco e nero”.

Ma in Romania hanno fatto ancora di più. Perché ai dottori anti Covid hanno messo addirittura l’aureola. Una serie di manifesti stradali li ha raffigurati come i santi delle icone ortodosse. A realizzarli è stata l’artista Wanda Hutira nel quadro di una campagna di sensibilizzazione intitolata “Grazie medici”. Incorsa immediatamente nelle ire della Chiesa locale che ha gridato alla blasfemia. In effetti le immagini sono davvero potenti. Perché rappresentano un medico (unisex) che regge lo stetoscopio con le tre dita della mano destra alzate nel tipico gesto benedicente del Cristo Pantocratore, cioè onnipotente. Mentre con la sinistra al posto del Vangelo ostende una cartella clinica con l’andamento dell’epidemia. E la testa è circondata da un’aureola sfolgorante a forma di coronavirus.

In queste immagini c’è qualcosa di nuovo, anzi d’antico. Perché rappresentano la versione contemporanea di una domanda di guarigione, di salute, di salvezza che è il leitmotiv della storia dell’umanità. Una domanda di cui le religioni si sono sempre fatte carico. Una volta in esclusiva, quando i saperi medici erano ancora alle prime armi. E offrivano pochissime garanzie. Poi la proporzione si è invertita e la medicina ha monopolizzato nell’immaginario collettivo la gestione della domanda di protezione. Raccogliendo il testimone dalle mani dei taumaturghi celesti, come Rocco, Antonio Abate, Cosma e Damiano. Ecco perché se i primi santi sono anche medici, i nostri medici sono anche santi.

È come se, nonostante la secolarizzazione, noi restassimo degli esseri antichi. Che non hanno ancora sciolto del tutto il legame fra miracoli della scienza e miracoli della fede. La transizione inizia con l’illuminismo e il suo culto della ragione. E continua col positivismo e la sua religione della scienza. Ma paradossalmente la Chiesa stessa contribuisce a questo passaggio di consegne epocale, cominciando ad elevare alla gloria degli altari i grandi clinici. Che oggi ereditano l’aureola dei colleghi soprannaturali. Ma in realtà le ragioni che ne fanno dei santi sono nuove e diverse. A far premio non è più il potere miracoloso, il colpo di teatro del sacro. Ma il miracolo quotidiano della carità, lo spirito di servizio che diventa missione.

Come nel caso di Giuseppe Moscati, un illustre clinico napoletano vissuto a cavallo fra Otto e Novecento e diventato celebre per la sua assoluta e incondizionata dedizione alla cura degli ultimi. Oltre che per il carattere fulmineo delle sue diagnosi, sempre esatte. Un esempio per tutti, il caso di Enrico Caruso tornato a Napoli nel giugno del 1921 dagli States dove è stato mal curato per una pleurite. Moscati coglie al volo che si tratta di un ascesso subfrenico tra diaframma e reni. Ma ormai è troppo tardi. E il professore prega insieme al grande tenore finché la voce divina si spegne. Primario all’Ospedale degli Incurabili, ricercatore di fama, è oggetto di una autentica venerazione. Cura gratuitamente i diseredati e spesso li assiste anche sul piano economico.

Molti lo considerano un antesignano di quella terapia personalizzata che oggi è un paradigma della nuova medicina. Le sue ricette, esposte nel Museo delle Arti Sanitarie dell’Università Vanvitelli, testimoniano vicinanza ai pazienti e profonda umanità. Lontane anni luce dal carattere essenziale e tecnicistico cui ci ha abituato la medicina, le prescrizioni finemente vergate da Moscati, riflettono una commovente comunione creaturale con gli ammalati. Non solo farmaci ma dialogo, rassicurazione, partecipazione. Come dice Giovanni Paolo II nell’omelia pronunciata il 25 ottobre 1987, in occasione della canonizzazione, il medico dei poveri “per indole e vocazione fu innanzitutto e soprattutto il medico che cura. Il dolore di chi è malato giungeva a lui come il grido di un fratello”.

È questa vicinanza piena di grazia – raccontata dalla fiction Rai L’amore che guarisce con Beppe Fiorello – a renderlo ancora oggi popolarissimo tra gli studenti di medicina che lo considerano un modello. Al punto che quando nel 2016 si decide il nome dell’ateneo campano (sede a Caserta), fanno mail bombing in favore di Moscati. A spuntarla è Luigi Vanvitelli, l’architetto della Reggia, ma per i futuri medici il vincitore morale è il loro beniamino. E i ragazzi che superano l’impervio test di ammissione vanno a ringraziarlo nella chiesa del Gesù Nuovo di Napoli, dove sono conservate le reliquie ed è persino ricostruito il suo studio.

La miriade di ex voto che copre le pareti è la prova che il pio dottore è di turno h 24. Ragioni analoghe hanno fatto guadagnare l’aureola ad un altro campione soprannaturale della professione medica. Riccardo Pampuri, da Trivolzio paesino del pavese, vissuto nello stesso periodo del suo collega partenopeo. Nel 1923 diventa medico condotto della vicina Morimondo, dove si fa subito amare per il suo spirito evangelico che gli vale l’appellativo di “santo dottore”. Per sublimare la sua vocazione terapeutica, sotto il camice bianco veste l’abito dei Fatebenefratelli, il celebre ordine ospedaliero. Fra’ Riccardo viene santificato da papa Wojtyla a novembre 1989. Da allora Trivolzio è diventata famosa come una piccola Lourdes. E proprio alla protezione di san Pampuri l’arcivescovo di Milano Delpini ha affidato lo scorso aprile il nuovo Padiglione Covid del Policlinico in Fiera.
Insomma, che si tratti di medicalizzazione del sacro o di sacralizzazione della medicina, di fronte alla pandemia poco importa. L’essenziale è che funzioni.
5. Continua

La serie. Santi medici e medici santi, guaritori e taumaturghi. Nell’anno del contagio il viaggio di Marino Niola alle radici della devozione alla salvezza e alla salute