La Lombardia torna arancione. Ma resta rossa di rabbia

Si imputa alla giunta Fontana di aver fornito dei dati incompleti a Roma, da cui risultavano malati di Covid quasi 4 volte superiori al numero reale, motivo per cui la regione era rimasta rossa per una settimana di troppo. Fontana rimanda l'accusa al mittente: i dati erano quelli richiesti, è Roma che li calcola male. Intanto le imprese lombarde hanno perso 600 milioni di euro.

lombardia arancione

Ogni scusa è buona per attaccare la Lombardia e fare in modo che appaia “la pecora nera” dell’emergenza sanitaria. A Roma c’è qualcuno che ciclicamente rispolvera la frase “Chissà quanti morti per Covid avremmo avuto con un governo Salvini”. Bisognerebbe, per par condicio, replicare che se la prima ondata avesse colpito qualsiasi altra regione d’Italia con la stessa virulenza con cui ha colpito la Lombardia, forse avremmo avuto una strage di dimensioni apocalittiche. Senza contare tutto ciò che sta emergendo in termini di negligenza sul mancato aggiornamento del piano pandemico nazionale, fermo al 2006.

L’odio anti-lombardo mostrato in questi mesi dal governo nazionale e, a onor del vero, favorito da alcune innegabili leggerezze (più che altro comunicative) commesse in alcune fasi della pandemia dal Pirellone, non accenna a placarsi neppure ora che il Conte 2 sembra avere le ore contate e lotta strenuamente per la sua sopravvivenza. La Lombardia da oggi è nuovamente in zona arancione, in virtù di un’ordinanza firmata, con chissà quale rabbia e sofferenza, dal Ministro della salute, Roberto Speranza.

La coda di polemiche che sta accompagnando questa decisione riflette il permanente conflitto tra governo e Regione Lombardia e conferma l’inutilità della ossessiva contabilità quotidiana di contagiati, ricoverati e deceduti per Covid. I media per mesi si sono accaniti, e continuano colpevolmente a farlo, su quei numeri, senza mai approfondire la realtà concreta dei singoli territori e hanno così amplificato in modo acritico le storture di un sistema di monitoraggio del virus che è alla base della sterilità delle azioni di contrasto e della sostanziale inefficacia delle misure sin qui adottate.

Il governatore lombardo Attilio Fontana giustamente aveva contestato l’inserimento in zona rossa della Lombardia deciso venerdì scorso e operativo da domenica 17 gennaio, definendolo una ingiusta punizione sulla base dei dati disponibili. Dunque, già sulla base di quelle cifre non c’era motivo di mantenere chiusi i negozi (peraltro in pieno periodo di saldi invernali) e limitare la circolazione delle persone. Il ricorso al Tar del Lazio presentato dal Pirellone mirava proprio a smascherare l’iniquità della misura adottata.

Venerdì sera, però, la svolta. E ieri l’ufficializzazione della svolta. A Roma hanno riesaminato il caso Lombardia e si sono accorti che i dati sui contagi e i ricoveri ricollocano la regione più popolosa e produttiva d’Italia in zona arancione. Apriti cielo. Subito il Governo ha scaricato le sue responsabilità sulla Regione, imputandole di aver rettificato i dati e quindi di aver ammesso un proprio errore.

Ma quali dati avrebbe rettificato? Migliaia e migliaia di guariti continuavano a rimanere inseriti tra i positivi, così come gli asintomatici tra i malati. Di fronte a una Lombardia in zona rossa, tutti si domandavano la stessa cosa: “Com’è possibile avere l’indice Rt (quello che calcola la trasmissibilità del virus da una persona all’altra) a 1,4 se gli altri numeri (l’indice dei ricoveri e quello dei casi assoluti) sono fermi e comunque decisamente bassi?”.

La ragione è che moltissimi “falsi positivi”, cioè coloro che dal 12 ottobre, in base alle nuove norme del ministero, possono interrompere l’isolamento tra i 10 e i 21 giorni dalla comparsa dei sintomi senza più il doppio tampone negativo, nei report compilati dalla regione Lombardia continuavano a comparire come persone con “inizio sintomi”, ma senza la descrizione dello stato clinico (asintomatico, paucisintomatico, sintomi). Ecco perché queste persone non venivano cancellate dall’elenco dei positivi.

Ma dalla Regione Lombardia fanno sapere che nessuno da Roma aveva mai chiesto che venissero compilati gli spazi relativi ai sintomi. Nessuno insomma sapeva che, lasciando quel campo in bianco, le persone a cui la scheda si riferiva finivano nella lista dei malati di Covid. Tanto per comprendere l’entità dell’errore, dal 15 al 30 dicembre nel report della Regione risultano 14.180 positivi ma in realtà circa 10.000 di questi non erano da classificare come tali.

Il neo assessore al Welfare della Regione Lombardia, Letizia Moratti, chiarisce che “a seguito di un approfondimento relativo all’algoritmo dell’Istituto superiore di sanità, condiviso con lo stesso, per l’estrazione dei dati per il calcolo dell’Rt, abbiamo inviato la rivalorizzazione di dati richiesta che ci ha portato alla revisione dell’assegnazione di zona rossa”. E puntualizza: “Il Ministro Speranza pretendeva che dicessimo che c’era stato un errore nostro. Ma non potevamo accettarlo per la dignità della Regione, per le nostre famiglie e le imprese”.

Ieri sera il governatore Attilio Fontana, in una conferenza stampa appositamente convocata a seguito delle polemiche con l’esecutivo, ha rincarato la dose: “Pretendiamo che la verità dei fatti venga acclarata e chiarita una volta per tutte in maniera chiara, se c’è un errore non è un errore nostro. Non rinunciamo al ricorso al Tar che verrà anzi allargato”.

Per Fontana “visto che ci sono delle categorie che chiederanno dei risarcimenti, sui ristori volevo anticipare che alla prossima riunione della Conferenza delle Regioni avanzerò esplicitamente al Governo la richiesta che nell’ambito del prossimo scostamento, autorizzato dal Parlamento, venga inserita una somma che equivale al danno che le nostre categorie hanno subito per effetto della chiusura”.

“Ai professionisti della mistificazione della verità – aveva detto già ieri in mattinata – ribadisco ancora una volta che i ‘dati richiesti’ alla Lombardia sono sempre stati forniti con puntualità e secondo i parametri standard. Semmai qualcuno a Roma dovrebbe chiedersi come mai Regione Lombardia abbia dovuto segnalare il ‘mal funzionamento’ dell’algoritmo che determina l’Rt dell’ISS. Chi, invece, sostiene il contrario lo deve dimostrare con atti concreti e non manipolando la realtà a uso propagandistico”.

Nello scaricabarile sulle responsabilità tra Governo Conte e Giunta Fontana a perderci sono state le imprese lombarde, con 600 milioni di euro (200 solo a Milano) persi in una settimana di zona rossa per un errore di calcolo. I sindaci di sinistra di Varese e Bergamo annunciano una class action contro la Regione Lombardia mentre le associazioni delle categorie costrette alla chiusura dall’ingiusta zona rossa intendono procedere con richiesta danni “ai responsabili”, senza specificare che si tratti di Governo o Regione.

Sembra bizzarro che indicatori decisi chissà come e algoritmi di dubbia affidabilità determinino misure restrittive che stanno strangolando nel tempo migliaia e migliaia di attività produttive e riducendo drasticamente la mobilità professionale e personale di milioni di italiani.

C’è da auspicare che l’applicazione del discutibile algoritmo da parte dell’Istituto superiore di sanità avvenga d’ora in poi correttamente e ispiri anche in modo più equilibrato le decisioni che verranno prese per fronteggiare l’emergenza pandemica, senza continuare a penalizzare le attività economiche e la libertà delle persone.