La guerra dei virus

Quali sono i Paesi che possiedono armi virali e batteriologiche e sono pronti a usarle? Parecchi. Nessuno ne parla. Tranne una fonte di intelligence di Panorama.

Gli zombie sono in mezzo a noi

Nell’ambiente esterno, sono del tutto inerti, tanto che è difficile persino considerarli vivi. Ma appena entrano in un organismo, iniziano a replicarsi a ritmi furiosi, come sta facendo il coronavirus asiatico. Su questi sofisticati marchingegni biologici, sappiamo ancora poco. E ciò che la scienza sta scoprendo conferma le loro stupefacenti, e inquietanti, proprietà.

di Daniela Mattalia

La migliore definizione di un virus è quella che ne diede, con pragmatico umorismo, il biologo Peter Medawar, premio Nobel per la medicina nel 1960: «Un virus» disse «è una cattiva notizia avvolta in una proteina». Una specie di telegramma rinchiuso in una busta (l’involucro proteico) che, nel momento in cui si apre, porterà solo guai. Veloce ed efficiente, come solo un microbo con frenesie replicative sa essere, il coronavirus Wuhan sta recapitando pessime notizie un po’ in tutto il mondo. Non è la prima volta, non sarà l’ultima. Se consideriamo che la popolazione totale dei virus sulla Terra supera di oltre un milione di volte il numero stimato di stelle nell’universo, possiamo ancora considerarci fortunati: come riporta il New Scientist, le specie nocive per i mammiferi (quelle conosciute) sono 586, e solo 263 colpiscono gli esseri umani, anche se ogni tanto salta fuori un ceppo nuovo.

E se del coronavirus asiatico alla fine scopriremo i segreti (qual è l’animale da cui ha avuto origine, quali le sue mutazioni e così via), del mondo inafferrabile di questi microrganismi sappiamo ancora poco.

Singolari creaturine, molto più piccole dei batteri, esistono da quando la vita è apparsa sul pianeta. Di per sé, non sembrano nemmeno cose vive, e sul fatto che lo siano oppure no, non c’è tuttora accordo scientifico: al di fuori di un ospite sono inerti, non respirano, non si riproducono, non fanno nulla.

Minuscoli zombie che circondano le nostre esistenze. Alcuni possono resistere in stato quiescente per anni, persino secoli. Il virus del vaiolo, per esempio, si preserva per decenni a temperature fra 4 e 5 gradi. Nel 2005 la Nasa scoprì microbi del Pleistocene, risalenti a 32 mila anni fa, in un lago dell’Alaska.

E un paio di anni dopo, sempre in Alaska, nei corpi di alcune vittime della Spagnola perfettamente conservati sotto il permafrost della tundra, gli scienziati ricavarono il virus di quella spaventosa influenza (50-100 milioni di morti tra il 1918 e il 1920), ricostruendo le due proteine che erano sulla sua superficie.

«I virus non hanno mezzi di locomozione» scrive Bill Bryson nel suo bel libro Breve storia del corpo umano: una guida per gli occupanti (Guanda). «Siamo noi ad andarceli a prendere: toccando le maniglie, scambiandoci strette di mano, inglobandoli con il respiro».

In un celebre esperimento della Common Cold Unit inglese, un centro di ricerca che voleva trovare una cura definitiva per il raffreddore (chiuso nel 1989 per palese insuccesso), si osservò che il virus che lo causava nel giro di poche ore si era diffuso ovunque: su mani e teste di ogni partecipante, su occhiali, porte, cuscini, ciotole di cibo…

Pensate a un oggetto qualsiasi, e sappiate che il virus si trovava anche lì. Vivi oppure no che siano, appena penetrano nelle cellule altrui questi formidabili esserini tornano immediatamente attivi. Instancabili marchingegni riproduttivi, infettano ogni organismo, batteri, funghi, piante, animali (l’herpes non risparmia neppure le ostriche), e persino se stessi: il gigante mamavirus si «ammala» per colpa del piccolo virus Sputnik, che lo aggancia e ne sfrutta il macchinario biologico per replicarsi.

La loro capacità riproduttiva, vista con occhi scientifici, è ammirevole. Una singola goccia di sangue non più grande di questa «O», racconta Bryson, può contenere 100 milioni di particelle di Ebola, giusto per nominare un virus piuttosto terrificante. La sua elevatissima mortalità, tra il 50 e il 70 per cento, fu però uno dei motivi per cui l’epidemia rimase circoscritta nell’Africa occidentale: sterminava troppo rapidamente le sue vittime, esaurendo il «bacino d’acquisto» e autosabotandosi.

«Un virus “intelligente” tende a non uccidere il suo ospite, perché ne ha bisogno per riprodursi» spiega Carlo Federico Perno, direttore del Dipartimento di medicina di laboratorio all’ospedale Niguarda di Milano. «Ebola era, in senso evolutivo, un virus “stupido”: eliminava il suo ospite più velocemente di quanto si replicasse. Il coronavirus di Wuhan è intelligente? Ancora non lo sappiamo, è troppo giovane. L’adattamento all’uomo è un processo graduale, quando avrà finito di farlo potrà restare con una mortalità bassa, come ora, oppure potrebbe mutare in un ceppo più patogeno».

Un esempio di virus «furbo», per fare un altro esempio, è quello dell’Aids, l’hiv: si è adattato in modo definitivo all’uomo, e da lì non uscirà più. La «virosfera» intorno a noi, intelligente o stupida, è così sconfinata che abbiamo appena iniziato a scalfirne la superficie. Del resto, il primo virus venne identificato solo verso la fine del 1800, ed era quello, perfettamente innocuo per noi, del tabacco. Il vaccino del vaiolo fu messo a punto prima ancora di capire che a causare la malattia era un microbo. L’idea che a farci ammalare potesse essere un’entità minuscola e invisibile pareva alquanto inverosimile (e pure un po’ oltraggiosa).

Da allora sappiamo sin troppo bene quale minaccia rappresentino. Nel 2016 l’Università di Sydney e i Cdc di Pechino scoprirono 1.445 virus in insetti, ragni e vermi, non molto dissimili da quelli della nostra umanissima influenza.

E nell’aprile 2019 ricercatori americani hanno identificato più di 195 mila popolazioni virali, oltre 20 volte quelle conosciute fino al 2015. Secondo una stima citata dal mensile The Atlantic, i virus che potrebbero decidere di traslocare dagli animali all’uomo sarebbero circa 800 mila. Un bel po’.

Un numero più aggiornato verrà, forse, dal Global Virome Project, amibizioso progetto internazionale con un doppio obiettivo: censire i virus presenti in natura e capire quali hanno il potenziale per fare il salto di specie.

«Il Global Virome Project è una fatica impensabile, il punto nodale è capire quali sono quelli rischiosi per noi» commenta Perno. «Finora ne conosciamo una piccolissima parte».

Man mano che approfondiamo le nostre indagini sulla virosfera e sui suoi abitanti «né vivi né morti», ci troviamo di fronte a scenari sorprendenti: secondo uno studio apparso su Nature, i virus che vivono negli oceani ammonterebbero a qualcosa come 10 alla 30° (seguito da 30 zeri, un quintilione); scienziati della Ohio State University, prelevando campioni d’acqua oceanica in 80 siti in tutto il mondo (la spedizione della nave Tara, dal 2009 al 2013) stimano circa 200 mila diverse popolazioni virali, dalla superficie fino a 4 mila metri di profondità. Cosa fanno? Ovviamente infettano ogni forma di vita marina, dai batteri ai crostacei alle balene. Del resto, ragionano per se stessi, entrano in ciò che gli serve per replicarsi. E indaffarati come sono in queste loro faccende, succede anche che possano esserci di una qualche utilità. Come spiega Perno, «esistono virus che infettano soltanto i batteri, i batteriofagi.

Una volta dentro, possono fare due cose: trasmettere i geni della resistenza agli antibiotici “rubati” a un altro batterio, e in questo caso sono nostri nemici. Oppure uccidere le cellule batteriche. Ecco dove possiamo sfruttarli: se ho una grossa infezione polmonare causata dal batterio X e introduco nei polmoni quel virus che lo uccide, si può ottenere la guarigione. È una tecnica ancora sperimentale, in cui si inoculano nei malati gravi i batteriofagi, ma è molto promettente».

In futuro, chissà, potrebbe essere possibile manipolare geneticamente i batteriofagi per uccidere ogni batterio che ci colpisce. Anche la terapia genica, grande speranza per molte malattie genetiche mortali, usa i virus come «taxi» (il termine scientifico è vettori): si carica al loro interno il gene corretto, o quello mancante, e lo si veicola nei pazienti. Nei bambini affetti da deficit genetici sin dalla nascita, la tecnica ha già dato risultati straordinari.

Proprio il loro mestiere di staffette genetiche li ha resi, milioni di anni fa, acceleratori evolutivi delle infinite forme di vita sul nostro pianeta.

«Quando all’alba dei tempi sono comparsi, hanno iniziato a passare da una specie all’altra, da una cellula di mammifero a un altro, favorendo sicuramente l’evoluzione delle specie» conferma Perno.

«Viviamo» scriveva lo scienziato americano Lewis Thomas «in un universo danzante di virus. Come api, ronzano da organismo a organismo, da pianta a insetto a mammifero a me e di nuovo indietro, e poi dentro il mare, diffondendo i loro geni come in un grande party». Una festa dell’esistenza popolata da miliardi e miliardi di minuscoli alieni. Con i quali non finiremo mai di fare i conti.