La giravolta di Biden nelle relazioni con l’Arabia Saudita

La crisi economica interna e la guerra contro Mosca hanno costretto gli Stati Uniti ad avere rapporti con bin Salman. In gioco ci sono il petrolio e la credibilità politica della Casa Bianca

La guerra in Ucraina, l’aumento dei prezzi dei carburanti negli Stati Uniti e il tentativo fallito del rilancio dell’accordo sul nucleare con l’Iran hanno spinto l’amministrazione di Joe Biden a una giravolta inaspettata che ha reso l’Arabia Saudita da “pariah” a paese nuovamente strategico per la confusa politica estera di Washington nella regione e non solo. Dopo vari rinvii e smentite, lo scorso 14 giugno la Casa Bianca ha confermato il viaggio di Biden nel regno degli Al Saud, seconda tappa della missione in Medio Oriente del presidente americano che prenderà il via il 13 luglio in Israele, altro alleato strategico, fortemente “scontento” della posizione mantenuta dall’amministrazione democratica in questi mesi.

Un messaggio per Mosca e Pechino

Come sottolineato dai media statunitensi, tra cui il quotidiano online Politico, la mossa di Biden era di fatto molto prevedibile, soprattutto alla luce della crisi inflazionistica che sta colpendo gli Stati Uniti e che potrebbe costare cara al Partito democratico alle elezioni di medio termine di novembre. Secondo Bloomberg, la situazione interna e lo scenario geopolitico innescato dalla guerra in Ucraina hanno spinto Biden a tornare sui suoi passi e ad avviare rapporti con il principe ereditario saudita Mohammed bin Salman, questi accusato dalla stessa amministrazione Usa di essere il mandante dell’omicidio dell’editorialista del Washington Post, Jamal Khashoggi, ucciso e smembrato all’interno del consolato di Riad a Istanbul nell’ottobre 2018.

A causa delle conseguenze della guerra in Ucraina e, in particolare, a seguito delle politiche green volute da Biden, tra cui la sospensione dell’oleodotto Keystone XL con il Canada e i minori investimenti nel campo degli idrocarburi, gli Usa si trovano infatti a fronteggiare una crisi dei carburanti, in particolare diesel e benzina, con il prezzo medio alla pompa che ha superato i 5 dollari al gallone (3,78 litri). Tuttavia secondo diversi analisti, l’aumento della produzione da parte di Arabia Saudita e di altri Paesi Opec, come gli Emirati (al pari di Riad sordi fino a qualche mese fa alle richieste di Washington di pompare più barili per abbassare i prezzi) potrebbe non essere sufficiente a far calare i prezzi dei carburanti negli Stati Uniti, ma invierebbe un messaggio importante a Cina e Russia.

di Riad nei confronti della Russia

A fine maggio, quando ormai la visita di Biden era stata ufficiosamente programmata, Riad ha concordato in seno all’alleanza Opec+ (che riunisce i Paesi Opec e i produttori al di fuori del cartello guidati dalla Russia) ha aumentato di circa 600.000 barili la produzione per i mesi di luglio e agosto, mossa che ha rappresentato un segnale positivo per Washington, ma non risolutivo.

La posta in gioco nel viaggio in Arabia Saudita non riguarda quindi solamente la questione petrolifera, ma anche la credibilità stessa degli Stati Uniti di fronte agli alleati regionali che a marzo avevano mantenuto una posizione “neutrale”, se non filorussa, rispetto alla crisi in Ucraina in sede Onu. Ripristinare il rapporto di fiducia tra Washington e Riad non sarà facile, soprattutto dopo la pubblicazione del rapporto dell’intelligence Usa del 26 febbraio 2021 in cui Mohammed bin Salman veniva accusato di aver approvato l’operazione che aveva portato al brutale omicidio di Khashoggi.

La richiesta di Riad a Biden

Come sottolinea Politico, Riad ha sfruttato le “porte girevoli” dell’amministrazione Usa inviando in tra maggio e giugno un flusso costante di ministri a Washington – Affari esteri, Difesa, Commercio, Investimenti e Ambiente – mentre i funzionari statunitensi hanno iniziato nuovamente a incoraggiare le aziende americane a riprendere il proprio business nel regno saudita. Tuttavia, la parte saudita avrebbe chiesto un passo in più, non solo un incontro ufficiale tra Biden e Mohammed bin Salman (fino a oggi il presidente degli Stati Uniti ha avuto colloqui solo con re Salman rifiutando di riconoscere il figlio come leader de facto), ma anche la presenza di quest’ultimo agli incontri ufficiali, imponendo di fatto un riconoscimento dell’erede al trono come principale interlocutore. In queste settimane la Casa Bianca non ha mai confermato in modo chiaro questa eventualità.

Il posticipo della visita, che doveva avvenire nel mese di giugno e che ha anche ritardato la missione in Israele, sarebbe dovuto proprio alle discussioni interne all’amministrazione Biden sul da farsi e sulle ripercussioni all’interno della compagine del Partito democratico, che hanno fortemente criticato la giravolta del proprio leader. La Casa Bianca inizialmente ha affermato solamente che Biden avrebbe “visto” Mohammed bin Salman durante il viaggio. Tuttavia, il 14 giugno, John Kirby, portavoce della Sicurezza nazionale della Casa Bianca, ha affermato che l’amministrazione si aspetta che l’erede al trono saudita prenderà parte agli incontri tra Biden e la leadership dell’Arabia Saudita.

Uno spartiacque nella politica estera degli Stati Uniti

La visita di Biden nel regno del Golfo rappresenterà quindi uno spartiacque nella politica estera degli Stati Uniti nella regione. Lo scorso 14 giugno, la portavoce della Casa Bianca, Karine Jean-Pierre, ha confermato in una conferenza stampa le indiscrezioni che da tempo circolavano sui media, ovvero l’intenzione di Biden di ripristinare, almeno in parte, il sentiero tracciato da Donald Trump nel 2017 al summit di Riad. Biden parteciperà infatti al vertice del Consiglio di cooperazione del Golfo (formato da Arabia Saudita, Bahrein, Emirati, Kuwait, Oman e Qatar) insieme a Egitto, Giordania e Iraq (noto come Gcc+3) con l’obiettivo di lanciare un’alleanza strategica per la sicurezza regionale in cui includere anche Israele.

Un annuncio imminente?

In base a quanto riferito dal quotidiano israeliano The Times of Israel, l’amministrazione Biden starebbe lavorando per realizzare un’infrastruttura di difesa che vede la partecipazione di Israele e dei vicini arabi del Golfo per contrastare l’Iran, ma anche per evitare fughe in avanti della Russia. Il presidente degli Stati Uniti, finora a secco per quanto riguarda successi diplomatici nella regione, potrebbe annunciare a breve un accordo tra Arabia Saudita, Egitto e Israele per trasferire la sovranità delle isole del Mar Rosso di Tiran e Sanafir dal Cairo a Riad.

Le piccole isole nella parte nordorientale del Mar Rosso, alla fine del Golfo di Aqaba, erano uno dei principali punti dello storico accordo di pace israelo-egiziano del 1979 e il trasferimento della sovranità egiziana a Riad richiederebbe infatti il suo benestare. Un primo segnale della volontà di Riad di avviare una sorta di normalizzazione delle relazioni con Israele è rappresentato dall’aver consentito all’aereo di Biden di volare direttamente da Tel Aviv a Gedda senza percorsi alternativi.