La Francia sotto attacco jihadista e i dubbi nel Sahel

Il sergente Yvonne Huynh è la prima donna dell’esercito francese uccisa nel Sahel dall’intervento di Serval nel 2013. Salgono così a 55 i militari francesi morti dall’inizio dell’impegno militare di Parigi nella regione. L’incremento dei caduti francesi alimenta il dibattito sul ritiro o il ridimensionamento delle truppe schierate nell’Africa sub-sahariana contro le formazioni jihadiste.

Cinque militari francesi dell’Operazione Barkhane uccisi in meno di una settimana in Malì con due attacchi jihadisti compiuti con ordigni esplosivi improvvisati (IED), le bombe stradali il cui impiego è diffuso presso tutti i gruppi insurrezionali, da Hezbollah ai Talebani, dall’Isis alle milizie qaediste del Sahel.

Un’arma resa ancora più micidiale dal ritardo con cui l’esercito francese si sta dotando di veicoli protetti Arquus Griffon in grado di resistere a mine e IED con blindature aggiuntive e scafo a “V”. Protezioni di cui sono privi i veicoli blindati VAB e VBL presenti in gran numero tra i 5100 militari schierati nel Sahel con 500 veicoli blindati, oltre 400 veicoli logistici con una ventina di aerei e una quarantina di elicotteri nell’ambito di un’operazione che prese il via nel 2013 in Malì (Op. Serval) e che dall’anno successivo si estese anche a Niger, Mauritania, Ciad e Burkina Faso (Op. Barkhane).

Gli ultimi attacchi contro i soldati francesi sono stati rivendicati dal Gruppo di sostegno all’Islam e ai musulmani (GSIM), formazione jihadista affiliata ad al-Qaeda responsabile anche di numerosi attacchi contro le forze dei paesi africani della regione e contro i civili inermi, come è accaduto due giorni or sono in un paio di villaggi del Niger vicini al confine col Malì in cui sono stati uccisi almeno 79 abitanti.

Sabato, con un comunicato, il presidente Emmanuel Macron ha reso omaggio alla memoria del sergente Yvonne Huynh, 33 anni, e del brigadiere (grado che nelle unità blindate e corazzate indica il caporale) Loic Risser, 24 anni, entrambi del 2° Reggimento Ussari basato ad Haguenau, uccisi dall’esplosione avvenuta a Manaka, nel nord-est del Malì e in cui un terzo soldato è rimasto ferito.

“Il Presidente della Repubblica rende omaggio alla memoria di questi soldati, morti per la Francia nell’esercizio del loro dovere. Condivide il dolore delle loro famiglie, dei loro cari e dei loro fratelli d’armi e assicura loro la gratitudine e la solidarietà della Nazione”, si legge nella nota dell’Eliseo, in cui Macron ribadisce “la determinazione della Francia nella sua lotta al terrorismo”.

Il sergente Yvonne Huynh è la prima donna dell’esercito francese uccisa nel Sahel dall’intervento di Serval nel 2013 Salgono così a 55 i militari francesi morti (di cui 10 nel 2020) dall’inizio dell’impegno militare di Parigi nella regione del Sahel, nel gennaio del 2013. Il 28 dicembre tre militari del 1° Reggimento Cacciatori erano rimasti uccisi nello stesso modo a bordo di un VBL nella zona di Hombori, nel deserto del Gourma maliano.

L’incremento dei caduti francesi (secondo negli ultimi 50 anni solo agli 86 caduti registrati in Afghanistan tra il 2001 e il 2011) alimenta il dibattito politico in Francia sul ritiro o il ridimensionamento delle truppe schierate nell’Africa sub-sahariana per combattere le formazioni jihadiste in appoggio ai governi locali (Gruppo G-5 Sahel) e a tutela degli interessi di Parigi.

Non si può escludere che la recrudescenza degli attacchi ai francesi sia tesa a infliggere perdite che rafforzino in Francia le pressioni per il ritiro delle truppe dal Sahel. Dopo l’invio un anno or sono di 600 rinforzi deciso da Macron di fronte al peggiorare della situazione nella regione al termine del vertice organizzato a Pau con gli Stati membri del G5 Sahel, da ottobre Parigi valuta di ridurre le forze schierate nel Sahel.

Sul piano militare l’obiettivo di concentrare gli sforzi militari sullo Stato Islamico nel grande Sahara (ISGS] nella regione dei “tre confini” tra Niger, Mali e Burkina Faso ha dato risultati tattici rilevanti ma, secondo alcuni osservatori, ha consentito ai qaedisti del movimento rivale GSIM di rafforzarsi. Lo ha ammesso all’agenzia di stampa France Presse il generale Marc Conruyt, comandante di Barkhane che nelle ultime settimane ha infatti ricalibrato l’azione francese concentrando le operazioni contro le milizie qaediste.

Dopo la stagione delle piogge il ritmo delle operazioni è tornato a intensificarsi con l’uccisione di qualche centinaio di miliziani e la distruzione di molti veicoli e armi mentre sul piano operativo la riduzione delle forze francesi dovrebbe dipendere soprattutto dalle capacità che riusciranno a esprimere le forze dei paesi del G5 Sahel e dal potenziamento della task foce Takuba.

Si tratta di un’unità che dipende da Barkhane ma composta da forze speciali di diversi paesi europei: oggi vi sono francesi ed estoni ma sono attesi anche 150 militari svedesi, 50 cechi, alcuni greci e 200 italiani con un reparto elicotteristico.

Takuba dovrebbe rappresentare il successo dei lungi sforzi attuati da Parigi per coinvolgere i partner europei nella lunga e difficile guerra ai jihadisti anche se il rischio è che, complice anche l’emergenza Covid-19, il ruolo degli europei si risolva in poco più di una comparsata dal valore politico ma di scarso impatto sulle operazioni belliche.

A favore di una riduzione dell’impegno militare francese contribuiscono anche valutazioni economiche poiché già in ottobre 2020 l’Operazione Barkhane aveva assorbito 911 milioni su 1,2 miliardi previsti a copertura di tutte le operazioni militari francesi all’estero nel corso dell’anno.

Ciò significa che il governo ha dovuto reperire finanziamenti aggiuntivi nell’ultimo trimestre del 2020 per sostenere l’operazione anti-jihadista. Del resto se le missioni all’estero costarono nel 2019 complessivamente 1,4 miliardi di euro, nel 2020 tale cifra potrebbe venire eguagliata o superata.

Inoltre, a dispetto dei successi tattici ottenuti la situazione nel Sahel non sembra stabilizzarsi né sembra ipotizzabile un tracollo delle attività dei movimenti jihadisti, indirizzando così Parigi a cercare una transizione di almeno una parte delle operazioni militari dalle forze nazionali a quelle dei partner locali ed europei.

Secondo l’agenzia di stampa France Presse, che cita diverse fonti, la tendenza attuale è verso una riduzione dell’apparato militare francese nel Sahel già dal febbraio 2021 col ritiro dei 600 rinforzi inviati nel gennaio scorso.

Di fatto le operazioni francesi nel Sahel confermano una tendenza ormai nota fin dalla campagna statunitense nel Vietnam (1962-72) che vede le potenze Occidentali impegnarsi in operazioni anti insurrezionali con un’escalation di truppe e mezzi che garantiscono la vittoria di tutte le battaglie ma non l’annientamento delle forze nemiche, per loro natura sfuggenti.

L’incapacità di sostenere per un periodo di tempo prolungato lo sforzo bellico in termini di costi umani, materiali e finanziari induce a progressivi ma inevitabili ritiri, come quelli attuati dall’Iraq e dall’Afghanistan, che rafforzano e galvanizzano il nemico rendendo inutili i successi e i sacrifici precedenti.

Di fatto se questa tendenza dovesse applicarsi pienamente anche allo sforzo militare francese nel Sahel dovremmo prendere atto dell’incapacità dell’Occidente di combattere nonostante il suo potenziale militare senza precedenti nella Storia.

Inoltre ci troveremmo di fronte a un trionfo jihadista alle porte di un’Europa che non è stata capace di scendere in campo con una forza militare credibile al fianco di Parigi neppure contro nemici conclamati come Stato Islamico e al-Qaeda.