La fiducia di Pechino: «Efficaci due farmaci» – Ma l’Oms: non è la cura

Il coronavirus continua ad avanzare in Cina. E il Quotidiano del Popolo in un editoriale di prima pagina dichiara la «Guerra popolare» e incita «il Grande popolo cinese a stringersi di più intorno al Partito comunista di cui il compagno segretario generale Xi Jinping è il cuore». Toni bellici per sostenere il morale di milioni di cittadini stretti dalla quarantena e in ansia per i bollettini diffusi dalle autorità sanitarie: quello arrivato mercoledì mattina segnalava la giornata di perdite più gravi, 65. Purtroppo oggi i morti supereranno i 500, i contagi i 25 mila. La realtà al momento è che le misure di quarantena si avvicinano a Shanghai. Hangzhou, polo dell’alta tecnologia cinese, è in allarme: i casi accertati di contagio hanno superato i 200 ed è stato deciso di isolare la zona dove sorge il quartier generale di Alibaba. Tra Hangzhou e Shanghai ci sono solo 150 chilometri. Cresce ogni giorno il numero delle città che lanciano appelli agli abitanti perché riducano al minimo le uscite di casa. E la stampa invoca: «In questa guerra popolare va considerato un crimine nascondere deliberatamente di aver fatto viaggi in zone pericolose, avere contatti volontari con chi è contagiato».

Di fronte a questi fatti la stampa cinese (che conta un esercito di testate nazionali e locali) cerca e rilancia segnali di fiducia. Come quello secondo cui ricercatori dell’Università dello Zhejiang avrebbero trovato due medicinali capaci di curare la malattia polmonare. Test in vitro molto promettenti, ha detto la tv di Pechino, riprendendo una cronaca del Changjiang Daily di Wuhan. Poche ore e l’Organizzazione mondiale della sanità da Ginevra ha spiegato che «non ci sono al momento cure efficaci» contro questo 2019-nCoV (il codice del virus partito a dicembre dal mercato della carne selvatica di Wuhan). La realtà al momento è che le misure di quarantena si avvicinano a Shanghai. Hangzhou, polo dell’alta tecnologia cinese, è in allarme: i casi accertati di contagio hanno superato i 200 ed è stato deciso di isolare la zona dove sorge il quartier generale di Alibaba. Tra Hangzhou e Shanghai ci sono solo 150 chilometri. Cresce ogni giorno il numero delle città che lanciano appelli agli abitanti perché riducano al minimo le uscite di casa. E la stampa invoca: «In questa guerra popolare va considerato un crimine nascondere deliberatamente di aver fatto viaggi in zone pericolose, avere contatti volontari con chi è contagiato».

Hong Kong sembra in crisi collettiva di nervi, che coinvolge le autorità. Un morto e venti casi accertati hanno convinto il governo a imporre 14 giorni di quarantena a chiunque arrivi dalla Cina continentale. Migliaia di persone si sono messe in coda nella notte per nuove mascherine, che erano andate esaurite. La governatrice Carrie Lam chiede ai funzionari di rinunciare alla maschera durante le conferenze stampa, per risparmiarle. Negli ospedali è in corso uno sciopero del personale che non vuole «un’ondata di cinesi continentali».

Una nave da crociera è stata messa in quarantena nel porto giapponese di Yokohama perché ci sono almeno 10 dei 2.666 passeggeri con sintomi del virus. Un’altra è isolata nella baia di Hong Kong. A Tokyo gli organizzatori delle Olimpiadi si dicono «estremamente inquieti» per la regolarità dei Giochi. Il circo della Formula 1 pensa al Gran Premio di Shanghai in calendario ad aprile.

Stanno scadendo i primi 14 giorni di quarantena a Wuhan. È il periodo stimato di incubazione del virus. Dal 23 gennaio la capitale dello Hubei è chiusa. Quindi, i dati sui contagi fuori dalla città e dalla sua provincia il 7 febbraio dovrebbero dare un’idea sull’esito della più grande operazione di isolamento di popolazione nella storia. Se la progressione nel resto della Cina scendesse, sarebbe una prima vittoria della strategia. «Dal punto di vista della diffusione, questo virus somiglia all’influenza annuale, cercare di fermarla è come pensare di fermare il vento», dice il dottor Michael Osterholm, epidemiologo americano.

Sembrerebbe futile, ma un gruppo di scienziati internazionali è riunito per dare un nome al virus. Finora è stato definito 2019-nCoV, che sta per nuovo coronavirus scoperto nel 2019. Sigla impronunciabile, che non fa presa nel linguaggio. Il rischio di non avere un nome ufficiale per questa epidemia è politico: qualcuno potrebbe definirla «China Virus», spiega alla Bbc la dottoressa Watson del Johns Hopkins Center for Health Security. Ci furono polemiche nel 2015 quando l’epidemia partita dai cammelli fu definita Mers (Middle East respiratory syndrome).