La festa di Colombo cancellata

Sempre più stati e città preferiscono celebrare le vittime indigene. Resiste New York

Washington La prima cosa che si vede uscendo dalla Union Station di Washington è il monumento a Cristoforo Colombo. La «Columbus Fountain» fu inaugurata l’8 giugno del 1912 dal presidente repubblicano William Taft, dopo tre giorni di celebrazioni e sfilate militari. Il blocco di marmo è composto da tre figure. Sul piedistallo più alto il grande navigatore genovese, ai suoi lati un anziano e un giovane nativo americano: simboli del «Vecchio» e del «Nuovo» emisfero. Sull’iscrizione si legge: «Alla memoria di Cristoforo Colombo, la cui fede elevata e l’indomito coraggio hanno dato all’umanità un nuovo mondo».

Il Columbus Day si festeggia negli Stati Uniti il secondo lunedì di questo mese, per commemorare il 12 ottobre 1492, quando Colombo toccò terra nell’Isola di San Salvador (oggi nelle Bahamas). Venerdì il consiglio di Washington Dc ha approvato questa mozione: «Cristoforo Colombo schiavizzò, colonizzò, mutilò e massacrò migliaia di indigeni nelle Americhe». Di conseguenza va abolita la festività che «omaggia una figura divisiva, le cui azioni contro gli indigeni rappresentano l’esatto contrario dei valori di eguaglianza, diversità e inclusione propugnati dal District of Columbia; una ricorrenza che serve solo a perpetuare l’odio e l’oppressione».

La sindaca di Washington Muriel Bowser ha firmato la legislazione «di emergenza»: la festa rimane, ma ora diventa «Indigenous Day». La decisione, comunque, dovrà essere ratificata dal Congresso del Distretto entro 225 giorni.

Dopo i linciaggi

Ma la festa fu istituita nel 1892 anche per ricucire lo strappo con gli italiani discriminati

Il District of Columbia si aggiunge ad almeno altri 11 Stati: Alaska, Hawaii, Idaho, Maine, Minnesota, North Carolina, Oklahoma, Oregon, South Dakota, Vermont, Wisconsin. Tutti hanno cancellato Colombo, preferendogli le sofferenze dei nativi americani. Come si vede è un movimento politico trasversale, che tocca le due Coste e va da Nord a Sud, anche se resistono le grandi metropoli come New York, Chicago, Miami.

Certo, Colombo può essere un bersaglio facile. Ma la rilettura del passato con le categorie morali e politiche del presente è sempre un esercizio rischioso. Tanto più in un Paese come gli Stati Uniti, dove tutto è grande, anche le contraddizioni. La colonizzazione spagnola fu sicuramente violenta; così come fu un presidente americano, Andrew Jackson, a firmare nel 1830 l’Indian Removal Act, costringendo le tribù dei Cherokees, Chickasaws, Chocktaws, Creeks e Seminoles a sloggiare senza tanti complimenti da Alabama, Florida, Georgia, Louisiana, Mississippi e Tennessee. Gli indiani furono deportati nel West, al di là del Mississippi. E così via.

Ma c’è anche un altro significato profondo. Nel 1892 il presidente Benjamin Harrison decise di celebrare l’anniversario come un’occasione speciale per ricucire lo strappo diplomatico con il governo italiano, dopo che a New Orleans furono linciati 11 italo-americani ingiustamente accusati di aver partecipato all’omicidio del capo della polizia David Hennessy. Erano gli anni, come racconta Ben Staples sul New York Times, in cui «gli immigrati italiani cominciarono a diventare bianchi». Nel 1937 Franklin Delano Roosevelt istituì formalmente il «Columbus Day» a livello federale.

Colombo, dunque, richiama più la storia della comunità italo-americana che non quella dei conquistadores del Cinquecento. Ieri l’ambasciatore italiano Armando Varricchio, come ogni anno, ha partecipato alla cerimonia davanti alla statua di Union Station: «Ci sono andato per marcare il punto, come domenica scorsa sono andato a New York davanti al monumento in Columbus Circle. Nessuno vuole disconoscere i fatti storici legati alla colonizzazione, ma non hanno nulla a che vedere con una festa che celebra proprio l’inclusione e il rispetto di tutte le etnie che hanno contribuito a costruire gli Stati Uniti come li conosciamo oggi. E tra queste c’è anche la comunità italo-americana, con la sua scia di sacrifici, poi di riscatto sociale e di piena integrazione».